Il mondo è diventato più complesso e l’investitore deve abbracciare una diversificazione ampia. Matteo Ramenghi, chief investment officer di UBS GWM in Italia
Quest’anno è stato caratterizzato da molti colpi di scena sul fronte geopolitico ed economico che hanno obbligato gli investitori a navigare a vista, dando minore enfasi ai cambiamenti strutturali dell’economia.
In effetti, la ricerca di temi d’investimento a più alta crescita non è sempre stata la strategia di maggiore successo in un contesto nel quale i settori più tradizionali e difensivi hanno risentito meno di shock come la guerra e l’inflazione. Spesso si accosta il periodo attuale agli anni ’70 per via dell’elevata inflazione e della crisi energetica, anche se quest’ultimo è in realtà un tema prevalentemente europeo. Ma a differenza di quanto accadde allora, oggi le banche centrali appaiono determinate a ridurre l’inflazione accettando anche impatti economici negativi e fluttuazioni più pronunciate sui mercati finanziari. Questo atteggiamento dei banchieri centrali dovrebbe impedire all’inflazione di consolidarsi. Infatti, i prezzi al consumo dovrebbero continuare a salire, ma già nei prossimi mesi a un ritmo più lento: negli Stati Uniti forse abbiamo già visto il picco e in Europa potremmo essere vicini.
A breve i tassi d’interesse verranno alzati ulteriormente, ma le banche centrali potrebbero concludere la stretta monetaria nel primo trimestre del 2023 e la Federal Reserve potrebbe addirittura tagliare i tassi entro la fine dell’anno. La stessa curva dei rendimenti per le principali valute non implica aspettative di elevata inflazione a lungo termine. In effetti, nelle economie avanzate gli andamenti demografici restano deboli, così come la crescita delle retribuzioni reali, mentre i governi si apprestano a contenere la spesa pubblica: insomma, i motori di un’inflazione duratura non girano certamente a pieno regime.
La geopolitica resta un’incognita anche a medio termine e il tema della sicurezza per i principali settori strategici diventa sempre più centrale nelle politiche dei governi. Se nel 2022 la sostenibilità ambientale ha subito una battuta d’arresto, la lotta ai cambiamenti climatici resta cruciale e l’esigenza dei Paesi di rendersi più indipendenti implica che gli sforzi verso la transizione energetica dovranno aumentare. Pur non aspettandoci che la dipendenza dai combustibili fossili si esaurisca nei prossimi decenni, a lungo termine riteniamo che la trasformazione verso un’economia a più basso impatto ambientale stimolerà la crescita. Potrebbero anche essere necessari maggiori investimenti nella produzione agricola e metallurgica industriale, poiché la domanda di metalli di transizione e generi alimentari dovrebbe aumentare offrendo nuove opportunità d’investimento.
L’era della sicurezza alimenterà la spesa pubblica in infrastrutture nonché in ricerca e sviluppo. Molti Paesi compiranno sforzi sempre maggiori per raggiungere l’indipendenza in settori strategici come la produzione energetica e alimentare, lo sviluppo tecnologico e la sicurezza nazionale. Nei prossimi anni, provvedimenti come quelli adottati negli Stati Uniti con il CHIPS Act (che promuove ricerca, sviluppo e produzione di semiconduttori) e l’Inflation Reduction Act (che, tra le altre cose, supporta l’energia pulita) daranno slancio alla spesa pubblica e privata.
La digitalizzazione è una tendenza in continua accelerazione. Dalla pandemia in poi è emerso con chiarezza che le imprese possono impiegare le tecnologie per condurre i loro affari secondo modalità che apparivano impensabili fino a pochi anni fa. Non è più solo un tema di efficienza, ma anche uno strumento per far crescere i ricavi anticipando i trend di consumo e migliorando la personalizzazione e l’esperienza dei consumatori. Tuttavia, ognuno di questi fattori potenzialmente positivi ha anche un rovescio della medaglia che nei prossimi anni potrebbe dare luogo a effetti collaterali. Per esempio, la riduzione delle emissioni potrebbe fare da traino all’inflazione: nei prossimi anni dovrebbe rimanere alta la domanda di knowhow e materiali che contribuiscono alla trasformazione verde, con il rischio di far lievitare i prezzi dell’energia e delle materie prime.
Inoltre anche la tendenza alla deglobalizzazione, con la reintroduzione di barriere commerciali, può generare inefficienze, inflazione e, di conseguenza, ridurre la crescita economica potenziale. La digitalizzazione potrebbe aiutare a contenere l’inflazione, ma porterà con sé delle sfide sul piano economico e sociale, pensando ad esempio all’impatto sull’occupazione. Le innovazioni ad alta intensità di capitale e basso fabbisogno di manodopera potrebbero concentrare la ricchezza inpoche mani, con l’eventualità che vengano quindi adottate contromisure politiche per favorirne la redistribuzione. Proprio per queste ragioni, anche quando si prendono in considerazione i temi d’investimento che potrebbero caratterizzare i prossimi anni, occorre mantenere un’ampia diversificazione tra asset class, settori e aree geografiche.

