Paolo Iurcotta, head of Italy di KraneShares
Come tradurrebbe il concetto di “common prosperity” in strategie di investimento?
«L’iniziativa del governo cinese della “prosperità comune”, che promuove una politica per migliorare le condizioni di vita di tutta la popolazione cinese, richiede innanzitutto la prosperità. Per questo motivo, dal nostro punto di vista, la “prosperità comune” non è da considerare uno scoglio per la crescita economica cinese, ma il contrario. Come ribadito a ottobre in occasione del XX Congresso del Pcc, Xi Jinping punta a raddoppiare il Pil pro capite entro il 2035, perciò l’economia cinese dovrà crescere in media del 4-5% all’anno da oggi a quella data. Ciò richiederà un settore privato e consumi forti. Proprio per sostenere la crescita e i consumi interni, a novembre il governo ha annunciato manovre a sostegno dell’immobiliare e una nuova politica di gestione del Covid, che si è tradotta a dicembre con la riapertura pressoché completa e l’accettazione di dovere convivere con la pandemia come accade nei paesi occidentali. Eravamo e siamo consapevoli del fatto che la riapertura non sarebbe stata un processo smooth e senza difficoltà. Sicuramente si tratta di un test importante per il sistema ospedaliero e di fornitura dei farmaci cinese. Il picco dei contagi può avere, nel breve periodo, alcuni effetti negativi sul mercato del lavoro, sulla produzione e sulla logistica, e quindi sulla crescita, ma, a medio e lungo termine, riteniamo che il cambiamento di approccio verso il Covid sia un passo importante e da valutare positivamente. La ripartenza dei consumi avrà un impatto positivo su settori come l’e-commerce e l’healthcare, così come la tecnologia e le infrastrutture green beneficeranno della rinnovata importanza strategica attribuita loro dal governo centrale nello sviluppo del paese».
Se dovesse raffrontare la situazione attuale del mercato cinese a quella della Gfc, troverebbe più similitudini o differenze?
«Tra la situazione attuale del mercato cinese e quella della Gfc non vedo molte analogie. La crisi del 2008 è stata per la Cina una crisi esogena, determinata da una recessione globale nei paesi sviluppati che ha impattato il mercato cinese soprattutto riducendo le esportazioni. Attualmente le difficoltà di crescita sono invece determinate da fattori interni e, in particolare, dalla crisi dei consumi domestici, causata dalla situazione dell’immobiliare e dalla politica di contenimento del Covid in primis. Tutto ciò ci porta anche a essere maggiormente positivi: le decisioni in entrambi questi settori sono state scelte consapevoli del governo di Pechino, che proprio in queste settimane ha dato importanti indicazioni di cambiamenti di strategia».
Come valuta la qualità delle aziende cinesi (redditività, solidità, business model)?
«I titoli delle aziende cinesi trattano a sconto sul mercato azionario, sia per via della bassa crescita del paese dovuta alla crisi immobiliare e alla politica zero-Covid recentemente abbandonata, sia per le tensioni geopolitiche con gli Usa. Nell’e-commerce le valutazioni sono ancora più compresse a causa del ciclo di regolamentazione visto nel 2021. Questo basso livello storico di valutazione delle azioni in Cina presenta rendimenti aggiustati per il rischio decisamente interessanti. Inoltre, riteniamo che nell’ultimo mese siano emersi segnali incoraggianti sui diversi fronti critici evidenziati e il mercato sta cominciando a prezzare un miglioramento. Le società cinesi hanno in media una bassa esposizione ai ricavi generati al di fuori della Cina, il che rende la performance dei titoli cinesi più difensiva nel contesto attuale rispetto al resto del mondo, che fa i conti con un’inflazione elevata, un aumento dei tassi d’interesse e una possibile recessione».
In termini di domanda, la Cina è il più grande mercato dei semiconduttori al mondo. Una maggiore autosufficienza cinese nell’ambito dei chip è un tema investibile sui mercati e, se sì, come?
«Crediamo di sì. L’industria dei semiconduttori è strategica, non solo per la Cina, ma per tutte le potenze mondiali, come ci si è resi conto durante la pandemia per le note difficoltà di approvvigionamento. Il governo di Pechino ne è ben consapevole: sta indirizzando risorse, crea fondi dedicati per facilitare l’accesso ai capitali e interviene per favorire lo sviluppo degli operatori domestici. Un esempio è la creazione dello Star board, comparto della borsa di Shanghai che è stato creato per facilitare la quotazione dei nuovi “unicorni” cinesi. Circa il 40% dei 50 titoli a maggiore capitalizzazione che sono presenti su questo specifico listino è costituito da produttori di semiconduttori o di tecnologia necessaria alla loro produzione. Se lo sviluppo di capacità produttive per i semiconduttori più sofisticati richiederà del tempo, nell’immediato riteniamo che l’industria cinese dei chip continuerà a espandere la capacità nella fascia di prodotti “trailing-edge”, ovvero chip meno avanzati che sono ancora molto richiesti, in quanto utilizzati nella stragrande maggioranza di prodotti “consumer”. Nel 2020, la Cina aveva il 9% di market share delle vendite globali di semiconduttori. Col tempo, potrebbe aumentare significativamente la sua quota di mercato di semiconduttori e diventare un attore più importante all’interno del settore. Un esempio di azienda cinese all’avanguardia nella produzione di chip avanzati è Biren, che ha recentemente rilasciato il chip BR104 per l’intellignza artificiale. L’autorevole benchmark mondiale sull’Ai, MLPerf, ha pubblicato dati che dimostrano che il BR104 è migliore del chip A.I. A100 di Nvidia nella comprensione del linguaggio naturale e nella classificazione delle immagini».

