a cura di Kelony
Lo dimostra la Turchia, un paese sostanzialmente diviso e con problemi di proporzione esponenziale, a partire dagli 85 milioni di abitanti, che ha optato di continuare nel segno della tradizione. Recep Tayyip Erdogan proseguirà il suo mandato presidenziale per la terza volta, tra l’inflazione altissima, con un tasso annuo di quasi il 44%, che pesa sull’economia reale di tutti i cittadini, e la lira turca, che ha toccato i minimi storici. Ma sul popolo ha giocato evidentemente di più la paura dell’incertezza che la voglia di cambiamento.
SIAMO FRAGILI
Siamo fragili e ce lo dimostra la corsa a svuotare i conti delle banche statunitensi dopo il crollo di Silicon Valley Bank, seguito solo 48 ore più tardi dal fallimento di Signature Bank, a causa del «rischio sistemico», secondo le autorità. Signature Bank, a fine 2022, aveva un patrimonio totale di 110,4 miliardi di dollari e depositi per 82,6 miliardi, con 40 filiali in tutto il paese. I due istituti di credito sono stati preceduti a novembre 2022 dal fallimento di Ftx che, con una dichiarazione lunga 23 pagine, ha indicato di avere più di 100 mila creditori e attività comprese tra 10 e 50 miliardi di dollari, ma anche passività nella stessa identica misura. Conclusione: nel giro di pochi giorni Ftx è passata da una valutazione di 32 miliardi di dollari al fallimento. Gli ultimi tre più grandi default degli Stati Uniti sono caratterizzati da eventi rapidi e travolgenti, con un effetto domino sugli altri istituti di credito, e hanno influenzato tutto il mercato azionario, che aumenta sempre più la sua volatilità e quindi l’incertezza.
UN DEBITO ABISSALE
Le banche americane non sono certo normate e testate come quelle europee, ma la crisi creditizia non è rimasta entro i confini a stelle e strisce e ha colpito non solo la fiducia, ma anche gli interessi economici europei e mondiali. Segni evidenti di un’economia che rallenta, non solo negli Usa, che peraltro hanno un debito pubblico abissale: 31 mila miliardi di dollari, difficili persino da rappresentare. Per rendere questa somma con un’immagine, si deve pensare a 11 piscine olimpioniche riempite di lingotti d’oro; rappresenta 10 volte il Pil della Francia e un terzo del Pil mondiale. Anche se i primi giorni di giugno sono stati provvidenziali per scongiurare la bancarotta, con l’accordo raggiunto tra il presidente Biden e il Congresso per alzare il tetto al debito, è chiaro che vi è una fragilità di sistema che incita a cambiare paradigmi in questo mondo iper-veloce, iper-connesso, e, di conseguenza, iper-complesso. Anche se si potesse ancora pensare di fare crescere l’albero con i rami che raggiungono il cielo e fino all’infinito, le radici del debito possono al massimo giungere fino al centro della terra, dove stiamo arrivando con i modelli di calcolo usuali, rendendo sempre più fragile e sconosciuto anche ciò che pensiamo conoscere.
Lo dimostra la Turchia, un paese sostanzialmente diviso e con problemi di proporzione esponenziale, a partire dagli 85 milioni di abitanti, che ha optato di continuare nel segno della tradizione. Recep Tayyip Erdogan proseguirà il suo mandato presidenziale per la terza volta, tra l’inflazione altissima, con un tasso annuo di quasi il 44%, che pesa sull’economia reale di tutti i cittadini, e la lira turca, che ha toccato i minimi storici. Ma sul popolo ha giocato evidentemente di più la paura dell’incertezza che la voglia di cambiamento.
SIAMO FRAGILI
Siamo fragili e ce lo dimostra la corsa a svuotare i conti delle banche statunitensi dopo il crollo di Silicon Valley Bank, seguito solo 48 ore più tardi dal fallimento di Signature Bank, a causa del «rischio sistemico», secondo le autorità. Signature Bank, a fine 2022, aveva un patrimonio totale di 110,4 miliardi di dollari e depositi per 82,6 miliardi, con 40 filiali in tutto il paese. I due istituti di credito sono stati preceduti a novembre 2022 dal fallimento di Ftx che, con una dichiarazione lunga 23 pagine, ha indicato di avere più di 100 mila creditori e attività comprese tra 10 e 50 miliardi di dollari, ma anche passività nella stessa identica misura. Conclusione: nel giro di pochi giorni Ftx è passata da una valutazione di 32 miliardi di dollari al fallimento. Gli ultimi tre più grandi default degli Stati Uniti sono caratterizzati da eventi rapidi e travolgenti, con un effetto domino sugli altri istituti di credito, e hanno influenzato tutto il mercato azionario, che aumenta sempre più la sua volatilità e quindi l’incertezza.
UN DEBITO ABISSALE
Le banche americane non sono certo normate e testate come quelle europee, ma la crisi creditizia non è rimasta entro i confini a stelle e strisce e ha colpito non solo la fiducia, ma anche gli interessi economici europei e mondiali. Segni evidenti di un’economia che rallenta, non solo negli Usa, che peraltro hanno un debito pubblico abissale: 31 mila miliardi di dollari, difficili persino da rappresentare. Per rendere questa somma con un’immagine, si deve pensare a 11 piscine olimpioniche riempite di lingotti d’oro; rappresenta 10 volte il Pil della Francia e un terzo del Pil mondiale. Anche se i primi giorni di giugno sono stati provvidenziali per scongiurare la bancarotta, con l’accordo raggiunto tra il presidente Biden e il Congresso per alzare il tetto al debito, è chiaro che vi è una fragilità di sistema che incita a cambiare paradigmi in questo mondo iper-veloce, iper-connesso, e, di conseguenza, iper-complesso. Anche se si potesse ancora pensare di fare crescere l’albero con i rami che raggiungono il cielo e fino all’infinito, le radici del debito possono al massimo giungere fino al centro della terra, dove stiamo arrivando con i modelli di calcolo usuali, rendendo sempre più fragile e sconosciuto anche ciò che pensiamo conoscere.

