Con la Legge di Bilancio 2025 il legislatore ha rafforzato il dialogo tra previdenza pubblica e complementare. Notevoli sono i vantaggi. I risultati dell’ultima indagine Moneyfarm
Davide Cominardi, Investment Consultant Manager di Moneyfarm
Con la Legge di Bilancio 2025 il legislatore ha voluto compiere un passo concreto verso l’integrazione tra il primo pilastro previdenziale e quello complementare, consentendo di calcolare la rendita proveniente dai fondi pensione ai fini del raggiungimento della soglia per l’accesso alla pensione anticipata contributiva.

Un vero e proprio “ponte” tra la previdenza pubblica e quella complementare, che non avrà più soltanto una funzione integrativa sul piano economico, ma potrà anche incidere sul momento del pensionamento.
In base alla normativa appena entrata in vigore, Moneyfarm, società di consulenza finanziaria con approccio digitale, ha provato a stimare quanto servirebbe accantonare in un fondo pensione per poter raggiungere il traguardo della pensione anticipata.
Il requisito di “pensione anticipata contributiva”, introdotto nel 2012 per i soli lavoratori che hanno iniziato a lavorare a partire dal 1996, prevede che – in caso di assegno pensionistico pari a tre volte l’assegno sociale e con almeno vent’anni di contributi versati – sia possibile abbassare l’età pensionabile da 67 a 64 anni.
Secondo le nuove disposizioni, però, d’ora in poi sarà possibile conteggiare, oltre ai contributi versati all’INPS, anche quelli accumulati presso il fondo pensione.
Una misura pensata per incentivare la previdenza integrativa, anche se i suoi effetti di fatto cominceranno a farsi sentire tra una decina di anni, quando cioè compiranno 64 anni i lavoratori nati dopo il 1971, che più verosimilmente avranno contributi versati integralmente post-1996.
A partire dal 2030, poi, per accedere alla pensione anticipata contributiva, sarà necessario un assegno pensionistico pari a 3,2 volte l’assegno sociale. Un requisito più stringente, quindi, che richiede il versamento di contributi ancora più elevati durante la propria vita lavorativa.
Per i lavoratori dipendenti, anche 250 euro di stipendio in più al mese possono fare la differenza tra anticipare o meno il momento della pensione: per chi ha un reddito netto di 1.650 euro al mese, ad esempio, è possibile andare in pensione tra i 65 anni e 3 mesi dei cinquantenni e i 67 anni e 2 mesi dei trentenni, grazie al requisito di pensione anticipata contributiva.
Per chi, invece, ha un reddito netto di 1.400 euro al mese, i contributi versati potrebbero non essere sufficienti per accedere alla pensione anticipata contributiva e il ritiro dal lavoro si sposterebbe in avanti, tra i 68 anni e 7 mesi dei cinquantenni e i 70 anni e 6 mesi dei trentenni, con il normale requisito di vecchiaia, considerando anche gli adeguamenti per la crescita dell’attesa di vita ogni due anni.
La situazione non è migliore per i lavoratori autonomi che, a parità di imponibile, versano meno contributi: qui il requisito di pensione anticipata contributiva potrebbe essere riservato solo a chi ha un reddito netto dai 1.950 euro in su. Mentre sotto i 1.550 euro si correrebbe il rischio di posticipare l’età pensionabile di ben tre anni.
Dipendenti: il TFR come leva per uscire prima dal lavoro
È a questo punto che, soprattutto per chi, magari a causa di carriere frammentate, discontinue o periodi di part-time, non riesce a raggiungere la soglia minima di assegno solo con l’INPS, entra in gioco il “ponte” costruito dall’ultima Legge di Bilancio.
I lavoratori dipendenti, in particolare, hanno a disposizione uno strumento in più per alimentare il proprio fondo pensione e – potenzialmente – anticipare il momento dell’uscita dal mondo del lavoro, senza intaccare direttamente le proprie disponibilità economiche: il Trattamento di Fine Rapporto.
Soprattutto per i più giovani, come trentenni e trentacinquenni, il conferimento del TFR maturando in un fondo pensione con una linea di investimento azionaria potrebbe già da solo consentire il superamento delle soglie previste per l’anticipo della pensione.
Se poi al TFR maturando si aggiungesse il TFR maturato (cosa possibile nelle aziende fino a 50 dipendenti o qualora si fosse già scelto di conferire il proprio TFR), le generazioni che potrebbero andare in pensione tre anni prima arriverebbero fino agli attuali quarantacinquenni, sempre a patto di investire in una linea azionaria.
Per i profili per i quali il TFR non basta, sarebbe necessario aggiungere contributi volontari di tasca propria, che andrebbero dai 58 euro mensili di un quarantenne che investisse ad alto rischio, fino ai 568 euro mensili di un cinquantenne che propendesse per una linea a basso rischio.
Per i lavoratori autonomi, in assenza di TFR, il versamento mensile necessario per poter ambire alla pensione anticipata è sicuramente maggiore. Anche qui, però, l’età a cui si inizia ad accantonare nel fondo pensione è dirimente: per un trentenne autonomo potrebbero essere sufficienti 69 euro al mese investiti in una linea azionaria, contro i 94 euro di un trentacinquenne e i 157 di un quarantenne, fino ad arrivare ai 480 di un cinquantenne.
Il “valore” di essere madri
A causa delle interruzioni di carriera legate alla maternità e alla cura dei figli e del divario salariale, spesso le donne finiscono con l’essere penalizzate da un montante contributivo più basso e corrono il rischio di non superare la soglia standard per l’accesso alla pensione anticipata contributiva.
Per questo, alle lavoratrici con uno (2,8 volte) e due o più figli (2,6 volte) è richiesto un importo minimo di pensione inferiore rispetto alle 3,2 volte l’assegno sociale previste dal 2030 per gli altri beneficiari. Grazie a questa agevolazione, con il versamento del TFR maturato e maturando tutte le lavoratrici dipendenti con almeno due figli considerate dalla simulazione di Moneyfarm riuscirebbero a raggiungere l’obiettivo di andare prima in pensione, come del resto accadrebbe anche alle dipendenti tra i 30 e i 45 anni che investissero il solo TFR maturando in una linea ad alto rischio.
Il vantaggio è tangibile anche per le lavoratrici autonome, che dovrebbero versare contributi volontari decisamente più sostenibili, compresi tra i 22 euro al mese di una trentenne che investisse ad alto rischio e i 219 euro di una cinquantenne che scegliesse una linea a basso rischio.

Davide Cominardi, Investment Consultant Manager di Moneyfarm ha commentato: «La previdenza integrativa fatica ancora a decollare nel nostro Paese. Secondo gli ultimi dati della Covip, solo poco più di un lavoratore su tre (38,3%) risulta iscritto a una qualche forma di previdenza complementare. E, appena uno su quattro (27,6%) vi versa attivamente dei contributi o il proprio TFR.
Per rafforzare il cosiddetto “secondo pilastro” del sistema previdenziale, la nuova Legge di Bilancio ha introdotto – a determinate condizioni – la possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro anche grazie all’adesione ai fondi pensione, una novità che potrebbe cambiare il futuro di milioni di italiani.
Conoscere le diverse opzioni disponibili è quindi essenziale per orientarsi e individuare la scelta più coerente con il proprio percorso professionale e personale. Tuttavia, le norme in materia sono spesso complesse e difficili da interpretare per i non addetti ai lavori. Per questo poter contare su un punto di riferimento consulenziale affidabile diventa fondamentale: aiuta non solo a chiarire dubbi e opportunità, ma anche a pianificare con maggiore consapevolezza i tempi della propria vita e le risorse su cui poter contare».


