Oro e materie prime, volatilità e opportunità vanno a braccetto. Le materie prime rimangono non solo una copertura, ma anche un riflesso dell’epoca stessa. Nitesh Shah, Head of Commodities and Macroeconomic Research, WisdomTree

Le quotazioni delle materie prime hanno dimostrato una notevole resilienza in un contesto dominato dai dazi voluti da Trump e dalle tensioni in Medio Oriente. Nel corso dell’anno, i metalli preziosi hanno offerto rendimenti elevati e il settore energy ha evitato il tracollo. Tuttavia, la realtà di fondo appare più complessa in ragione della persistente debolezza del dollaro e della crisi delle catene di approvvigionamento.
Secondo le nostre stime, l’oncia d’oro raggiungerà i 3.850 usd entro il secondo trimestre del 2026. L’attuale fase di stabilizzazione della quotazione intorno ai 3.500 usd rappresenta, a nostro parere, solo il ‘caricamento della molla’ che porterà ancora più in alto le quotazioni.
Energia: l’OPEC+ allenta le redini
Se i metalli hanno dimostrato resilienza, l’energia è stata volatile. Il greggio Brent ha registrato un aumento di quasi il 20% a giugno, prima di scendere dell’11% in due settimane. Tale turbolenza non è un’anomalia, ma è diventata la caratteristica distintiva dei mercati petroliferi nel 2025.
A determinare il fenomeno è stata l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e dei paesi partner (OPEC+), che ha accelerato la riduzione dei tagli volontari alla produzione. Entro settembre 2025, con un anno di anticipo rispetto al previsto, il gruppo dovrebbe rimuovere 2,2 milioni di barili al giorno dall’offerta.
Ciononostante, le prospettive rimangono limitate. Con la domanda cinese in fase di stagnazione e l’avanzata dell’elettrificazione, il greggio Brent continuerà probabilmente a oscillare tra i 60 e i 70 dollari al barile. Assisteremo a picchi di breve durata, che difficilmente saranno sostenibili.
Il calo del dollaro
Un dollaro più debole favorisce le materie prime in diversi modi:
i prezzi nelle valute locali diventano più convenienti, portando a un aumento della domanda globale;
i mercati emergenti, in particolare, traggono vantaggio dalla maggiore convenienza;
gli asset reali come le materie prime attraggono flussi di capitali come copertura contro l’inflazione;
i ricavi in dollari più bassi scoraggiano la crescita dell’offerta, restringendo i saldi.
Il consenso di mercato prevede ulteriori cali fino al 2026. Sebbene non si tratti di una politica ufficiale, la tolleranza di Washington nei confronti di un dollaro debole rafforza il sostegno alle materie prime.
Guerre commerciali e catene di approvvigionamento
I dazi rimangono la principale fonte di perturbazione dei flussi globali di materie prime.
Per ora, i flussi legati all’energia sono stati risparmiati, a testimonianza della volontà dell’amministrazione di proteggere i consumatori dall’aumento dei costi del carburante. Tuttavia, gli effetti a catena si fanno sentire sui prodotti raffinati come il diesel, con i flussi dal Canada agli Stati Uniti sotto esame.
Questi shock politici contribuiscono alla frammentazione delle catene di approvvigionamento, costringendo produttori e consumatori a rivedere le proprie strategie in merito.

