Spettro stagflazione; La durata del conflitto è la variabile chiave per avere un impatto strutturale sull’inflazione. Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco

Per avere un impatto strutturale sull’inflazione il prezzo del petrolio dovrebbe rimanere sopra quota $100 per almeno tre mesi, ed ancora di più per avere un impatto negativo sulla domanda e quindi sulla crescita economica. È evidente anche dalle performance dei mercati azionari e dalla forza relativa del dollaro, come le economie di Europa e Mercati Emergenti siano più vulnerabili ad uno shock energetico rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, gli elementi positivi al contesto di crescita economica non mancano, soprattutto in Europa dove le condizioni di crescita sembrano più omogenee ed accompagnate sia da un miglioramento nel mercato del lavoro che da una maggiore fiducia delle imprese.

Il forte rialzo nel prezzo del petrolio è causato principalmente dal blocco del traffico navale nello Stretto di Hormuz, da cui passa più del 20% del fabbisogno energetico globale, soprattutto in direzione di Cina, India, Giappone e Corea. Negli ultimi giorni il numero di navi transitate si è praticamente annullato sotto le minacce iraniane, i rischi per la sicurezza di equipaggi e navi aumentano e di conseguenza i premi assicurativi. Una soluzione che preveda l’intervento della Marina americana sembra richiedere maggiore tempo, ma soprattutto il mercato sta iniziando a scontare una possibilità in cui il conflitto risulti “open-ended”, cioè in cui le ostilità non abbiano un termine prevedibile, ma possano continuare senza una visione strategica per mesi.

Proprio l’elemento della durata temporale risulta quindi centrale sia alle dinamiche dei prezzi energetici sia alla probabilità che lo scenario di stagflazione diventi effettivo

Negli ultimi giorni, il blocco dello Stretto di Hormuz ha creato pressioni sulla capacità di stoccaggio dei produttori del Golfo, portando alle prime interruzioni di produzione. Abu Dhabi, Kuwait, Iraq, Arabia Saudita, Qatar hanno tutti dovuto ridurre l’estrazione o raffinazione di petrolio a causa dei limiti di stoccaggio ormai raggiunti. Il prezzo del Brent sale quindi sopra quota $100 al barile, ed in Europa il prezzo del gas naturale sul mercato di Amsterdam sale in maniera esponenziale, ma sempre ben lontano dai livelli raggiunti nel 2022.

L’inflazione attesa scontata dai mercati delle obbligazioni indicizzate all’inflazione mostra un aumento ancora contenuto dei livelli di break-even a lungo periodo, mentre misure di più breve termine come i contratti swap ad un anno si muovono al rialzo. Le parti a più lungo termine delle curve vivono quindi una fase di incertezza sul rischio duration e non offrono particolare diversificazione.

Le aspettative sulle prossime mosse delle banche centrali vengono riviste, queste aspettative sono esse stesse molto volatili in questa fase, ma la probabilità di vedere due tagli ai tassi da parte della FED quest’anno diminuisce e l’eventuale taglio si sposta in avanti, mentre nella Zona Euro il mercato inizia a scontare la possibilità di un rialzo di 25 punti base da parte della BCE. Movimenti di mercato indicativi di un cambiamento nella distribuzione di probabilità dei possibili scenari, ma che ad oggi non hanno ancora una valenza puntuale stabile.