La Federal Reserve, come previsto, ha lasciato invariati i tassi, mantenendoli nell’intervallo obiettivo dei Fed Funds tra il 3,50% e il 3,75%. Max Stainton, Senior Global Macro Strategist di Fidelity International

 

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La parola d’ordine della giornata è stata “stabilità”, con un lieve incremento di 20 punti base nelle aspettative sull’inflazione core che non ha trovato riscontro sul fronte dei tassi di interesse, risultando in un orientamento modestamente dovish. Tuttavia, il fatto che il dissenso moderato fosse solo uno, anziché i due o tre previsti, ha aggiunto una sfumatura leggermente restrittiva.

 

Il Presidente della Fed Powell ha cercato di fornire tono misurato e pacato, sottolineando la necessità di non reagire in maniera sproporzionata agli eventi attuali, osservando che “è troppo presto per sapere come questi influenzeranno i dati” ed evidenziando un’incertezza eccezionalmente elevata. Ha invece posto l’accento sul mantenimento della credibilità nella lotta all’inflazione, in particolare attraverso la lente delle aspettative inflazionistiche.

 

Guardando alle prospettive dei tassi per il resto dell’anno, queste saranno inevitabilmente dominate dagli sviluppi in Medio Oriente. Nel nostro scenario di base, con prezzi del petrolio elevati ma confinati in un intervallo tra 90 e 110 dollari al barile, ci aspetteremmo che la Federal Reserve mantenga i tassi invariati più a lungo, con un innalzamento della soglia necessaria per un allentamento a breve termine. Detto ciò, non riteniamo che questo contesto, da solo, sia sufficiente a innescare un nuovo ciclo di inasprimento, poiché il freno alla crescita dovrebbe rimanere gestibile e lo shock avrà probabilmente un effetto sui prezzi una tantum, piuttosto che essere ampiamente inflazionistico.

 

Al contrario, il passaggio a uno scenario di rischio estremo con prezzi del petrolio superiori ai 120 dollari al barile (un rischio “fat tail” significativo la cui probabilità è attualmente in aumento) creerebbe un contesto di politica monetaria decisamente più difficile. Un tale movimento sostenuto del greggio rafforzerebbe una posizione di tassi elevati per un periodo più lungo, in particolare se i prezzi dei trasporti e dei beni in generale dovessero ricominciare ad accelerare insieme all’aumento dei costi del carburante. Tuttavia, ci aspetteremmo anche che il percorso della politica monetaria a medio termine diventi meno lineare, poiché uno shock energetico più profondo aumenterebbe il rischio di distruzione della domanda e di recessione entro la fine dell’anno.

 

In sintesi, se il nostro scenario di base si dovesse realizzare, ci aspetteremmo comunque uno o due tagli da parte della Fed quest’anno. Notiamo tuttavia che gli eventi in Medio Oriente evolvono rapidamente, con segnali di escalation apparsi dopo il colpo inferto oggi alle infrastrutture energetiche iraniane; se tale situazione dovesse persistere, le possibilità di tagli ai tassi per quest’anno verrebbero quasi certamente meno.