Aumentano i rischi di stagflazione in caso di prolungamento del conflitto in Iran. Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments

La stagflazione rappresenta un rischio significativo, non ancora pienamente incorporato nei mercati azionari. Al momento, i mercati finanziari sembrano nel complesso assumere che il conflitto in Iran sarà relativamente di breve durata e che, di conseguenza, possa prevalere il contesto più favorevole di inflazione e crescita che caratterizzava l’inizio dell’anno. Tuttavia, più il conflitto si protrarrà – e più si registreranno interruzioni rilevanti nei flussi di materie prime proveniente dal Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz – tanto più aumenteranno i rischi di ulteriori rialzi dei prezzi energetici, man mano che le riserve strategiche si riducono e le preoccupazioni sull’offerta si intensificano.
Rischi da incertezza prolungata
Ci troviamo in una fase di elevata incertezza. Se le dichiarazioni del Presidente Trump dovessero trovare conferma, questo fine settimana potrebbe rappresentare un “punto di svolta” nel conflitto con l’Iran. Nel corso della settimana, Trump ha adottato toni più concilianti, suggerendo la possibilità di negoziati per porre fine alla guerra, alimentando l’idea che stia cercando una via d’uscita. Tuttavia, l’Iran ha smentito progressi nei colloqui, mantenendo le proprie condizioni per una conclusione del conflitto.
Al momento, il prezzo del petrolio sembra essersi stabilizzato intorno ai 100 dollari al barile, ma tale livello potrebbe variare sensibilmente già nei prossimi giorni in funzione delle decisioni che verranno prese. Un aumento significativo e prolungato dei prezzi del petrolio porterebbe il dibattito oltre la stagnazione, aprendo a scenari di una possibile recessione.
Vulnerabilità dell’Eurozona
L’Unione Europea si trova oggi in una posizione relativamente migliore dal punto di vista dell’approvvigionamento di gas rispetto al 2022, grazie allo sviluppo delle infrastrutture per l’importazione di GNL, ma resta vulnerabile: le scorte sono ridotte e la competizione con l’Asia per le forniture disponibili dagli Stati Uniti si intensifica, anche alla luce del ruolo parzialmente ridotto del Qatar.
Le misure di stimolo economico e l’aumento della spesa per la difesa possono fornire un supporto solo parziale, mentre il forte affidamento della regione sulle importazioni energetiche la espone a un rallentamento guidato dall’aumento dei prezzi delle materie prime, accompagnato da uno shock inflazionistico. Il mercato del lavoro europeo è meno teso rispetto al 2022, elemento che potrebbe attenuare gli effetti di secondo livello, ma i rischi di crescita più debole e di tassi di interesse più elevati – qualora il conflitto dovesse protrarsi – lasciano l’economia europea in una posizione relativamente fragile.

