Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments

Questa settimana si preannuncia particolarmente intensa per le banche centrali, con le istituzioni di tutte le economie del G7 che si riuniranno nel corso dei prossimi giorni. Tuttavia, per le quattro principali – la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone, la Banca centrale europea e la Federal Reserve – l’aspettativa è che non ci saranno cambiamenti.
Le banche centrali si mantengono in una posizione “attendista”, in un contesto di elevata incertezza legata alla durata, alla portata e agli effetti del conflitto con l’Iran, che rende difficile un cambiamento mirato della politica monetaria. Tuttavia, dalle aspettative di tagli dei tassi nel corso dell’anno, siamo passati a un contesto in cui si attende un mantenimento dei costi di finanziamento stabili, se non addirittura un aumento dei tassi.

Al momento, ci troviamo in una fase di transizione: da quella che Christine Lagarde definirebbe una «situazione favorevole» a una «situazione molto incerta». Le banche centrali hanno però un po’ di tempo per analizzare i dati e adottare un approccio ponderato nel decidere come procedere.
Se si osservano i dati, si nota chiaramente che i numeri sull’inflazione riflettono lo shock dei prezzi dell’energia, con il prezzo del petrolio in rialzo di circa il 20%. Al momento della registrazione, il petrolio viene scambiato a circa 107 dollari al barile e, poiché l’inflazione incide sui prezzi dell’energia, alla fine si farà sentire anche in altri settori. Le banche centrali, dunque, cercheranno segnali che l’inflazione si stia trasmettendo all’inflazione core: se e quando ciò accadrà, suoneranno i campanelli d’allarme.
Per ora, la pazienza è fondamentale e le banche centrali eviteranno di agire in fretta e di adottare misure aggressive. Questo perché, in definitiva, i tassi di interesse non possono contrastare l’aumento dei costi energetici e potrebbero causare più danni che benefici. Storicamente, gli shock dei prezzi dell’energia si sono rivelati un freno naturale all’attività economica globale, il che a sua volta dovrebbe alleviare le pressioni inflazionistiche.
Vale anche la pena confrontare la situazione attuale con il conflitto tra Russia e Ucraina. A inizio 2022, l’inflazione era già presente nel sistema a seguito della pandemia di Covid-19 e dei conseguenti problemi nella catena di approvvigionamento. Inoltre, avevamo un mercato del lavoro molto più rigido e una politica monetaria più espansiva. Questa volta, invece, partiamo da un contesto di inflazione in calo, una politica della banca centrale più restrittiva e mercati del lavoro più flessibili. Di conseguenza, non crediamo che lo shock inflazionistico sarà così grave questa volta, ma il rovescio della medaglia è che rimane molta incertezza e non sappiamo quanto durerà il conflitto.
In sintesi, prevediamo che le quattro principali banche centrali manterranno i tassi invariati in attesa di maggiore chiarezza. Sul fronte geopolitico, tutto lascia intendere che entrambe le parti in conflitto siano desiderose di giungere a una qualche forma di risoluzione. Nel frattempo, gli eventi stanno già avendo ripercussioni economiche e saranno destinati ad aggravarsi se la situazione si protrae.

