Energia e futuro: ragioni di sicurezza e riduzione della dipendenza dal petrolio spingono Cina e UE ad aumentare la produzione elettrica da fonti alternative. Kim Catechis, Senior Investment Strategist, di Franklin Templeton Institute

La produzione da fonti rinnovabili sta rapidamente superando quella da carbone, in linea con le previsioni dell’AIE. Trainate da una crescita record del fotovoltaico, nel 2025 le rinnovabili hanno quasi eguagliato il carbone, nonostante una minore produzione idroelettrica e condizioni di vento sfavorevoli in alcune aree. La produzione è attesa in aumento di circa 1.000 TWh all’anno fino al 2030, di cui oltre 600 TWh riconducibili al solare, pari a una crescita media annua di circa l’8%. Entro il 2030, rinnovabili ed energia nucleare insieme dovrebbero coprire circa la metà della produzione globale di elettricità. Queste stime potrebbero tuttavia rivelarsi conservative nel caso in cui il conflitto con l’Iran acceleri gli investimenti verso progetti energetici non basati su combustibili fossili.
Il mondo appare sempre più polarizzato tra due grandi gruppi:
- Petrostati, che rafforzano il ruolo dei combustibili fossili (tra cui Russia, Iran, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti)
- Elettrostati, impegnati a ridurre la dipendenza da petrolio e gas, principalmente per ragioni di sicurezza nazionale
A guidare quest’ultimo gruppo sono Cina e Unione Europea, due grandi aree economiche che hanno forti incentivi a limitare la dipendenza dalle importazioni energetiche.
Attualmente, l’UE genera circa il 71% della propria elettricità da fonti “verdi” (solare, eolico, idroelettrico, bioenergia) e nucleare.
La Cina, pur registrando una domanda di combustibili fossili ancora in crescita, è leader globale nella transizione energetica, grazie a un’espansione senza precedenti delle rinnovabili e a una posizione dominante nelle principali filiere. A dicembre 2025, la produzione elettrica da fonti non fossili ha raggiunto quasi il 42%.
L’India è destinata a registrare il tasso di crescita della domanda energetica più elevato al mondo nei prossimi trent’anni, spinta da industrializzazione, urbanizzazione e crescita dei redditi. Dinamiche simili si osservano anche nel Sud-Est asiatico, dove tuttavia persiste una forte dipendenza dal carbone, che genera ancora circa il 70% dell’elettricità, mentre le fonti non fossili rappresentano il 27% (dato a fine 2025). Giappone e Corea del Sud, economie altamente industrializzate e storicamente dipendenti dalle importazioni energetiche, stanno sviluppando strategie di decarbonizzazione senza compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti. Pur restando ancora legate ai combustibili fossili, hanno già raggiunto quote rispettivamente del 33% e del 40% di produzione da rinnovabili. Tra i principali hub tecnologici, Taiwan appare più indietro, anche a causa della progressiva riduzione del nucleare: la quota di rinnovabili si attesta intorno al 13,5% a fine 2025. Nel complesso, tutti questi Paesi hanno forti incentivi ad accelerare il passaggio verso il modello degli “elettrostati”, per le stesse ragioni di sicurezza energetica che guidano Cina ed Europa.
Il ruolo chiave del settore automobilistico
Entro il 2030, diversi grandi Paesi potrebbero raggiungere livelli di diffusione dei veicoli elettrici simili a quelli attuali della Norvegia, dove la quota di mercato delle vendite è prossima al 100%.
Tra i principali candidati figurano Cina, Vietnam, Thailandia, alcuni Paesi europei e anche diverse economie dell’America Latina. Particolare attenzione va inoltre ai Paesi africani, dove in alcuni casi si potrebbe assistere a un salto diretto verso fonti rinnovabili, come solare ed eolico, senza passare attraverso modelli energetici tradizionali.
Conclusioni
Indipendentemente dalla durata del conflitto nell’area dello Stretto di Hormuz, le conseguenze di lungo periodo saranno probabilmente profonde: ridefinizione delle priorità in termini di sicurezza e resilienza e riorganizzazione delle catene di approvvigionamento a livello globale. Parallelamente, si assisterà sia a un’accelerazione nella transizione verso fonti non fossili nei Paesi “elettrostatali”, sia a una rivalutazione delle strategie legate alle risorse oil & gas nei “petrostati”. Il risultato sarà una massiccia riallocazione di capitali, accompagnata inevitabilmente da decisioni non sempre efficienti, ma anche da opportunità di investimento significative.

