La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si presenta come una delle edizioni più dense e discusse degli ultimi anni. Intitolata “In Minor Keys”, la mostra nasce dalla visione della curatrice camerunense-svizzera Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente nel 2025 pochi mesi prima dell’inaugurazione.

UN TITOLO SUGGESTIVO

La Biennale ha deciso di portare avanti integralmente il suo progetto, trasformando questa edizione anche in un omaggio alla sua idea di arte come pratica di ascolto, memoria e ridefinizione delle geografie culturali globali. Il titolo richiama una dimensione musicale e percettiva: non il clamore dell’immagine spettacolare, ma il dettaglio, il margine, il ritmo lento. Una linea curatoriale che attraversa tanto la mostra centrale all’Arsenale quanto molti padiglioni nazionali, dove prevalgono installazioni immersive, pratiche performative e linguaggi interdisciplinari. Questa Biennale conferma, inoltre, lo spostamento del baricentro dell’arte contemporanea verso il Sud globale: artisti africani, mediorientali, asiatici e latinoamericani non appaiono più come presenze simboliche, ma come il nuovo asse narrativo della contemporaneità.

IL PESO DELLA POLITICA

L’edizione 2026 è inevitabilmente attraversata anche dalla politica. Il ritorno della Russia dopo l’assenza del 2022, le contestazioni legate alla presenza israeliana e le dimissioni della giuria internazionale hanno trasformato Venezia in un laboratorio di conflitti simbolici. Molti padiglioni hanno abbandonato la rappresentazione identitaria tradizionale per assumere una posizione critica nei confronti del proprio contesto nazionale.

LE ESPOSIZIONI

Tra i padiglioni più discussi spicca quello dell’Austria, affidato a Florentina Holzinger. “Seaworld Venice” trasforma lo spazio espositivo in un ambiente performativo radicale in cui il corpo femminile diventa terreno di scontro tra disciplina, spettacolo e vulnerabilità. Jet ski, acqua e azioni fisiche estreme costruiscono una delle esperienze più intense della Biennale. Molto apprezzato anche il padiglione India, capace di unire tecnologia, architettura e spiritualità. Installazioni sonore, tessuti e ambienti interattivi riflettono sulle trasformazioni urbane del subcontinente e sul rapporto tra intelligenza artificiale, memoria collettiva e tradizione artigianale, evitando ogni cliché esotico.

Di forte impatto visivo è il padiglione dell’Arabia Saudita, che utilizza sabbia, luce e paesaggi sonori per trasformare il visitatore in un attraversatore di spazi sospesi tra archeologia e fantascienza. Un progetto che si inserisce nella strategia culturale con cui il Paese sta ridefinendo la propria immagine internazionale attraverso l’arte contemporanea.

Il Giappone propone, invece, uno dei percorsi più inquietanti. Robotica, figure infantili artificiali e ambienti minimali riflettono sul rapporto tra umanità e simulazione. Le “false nascite” e i corpi sintetici evocano un futuro post-umano in cui affettività e tecnologia diventano indistinguibili.

Tra i padiglioni più poetici emerge quello australiano dell’artista Khaled Sabsabi, che, attraverso videoproiezioni, tessuti ricamati e ambienti contemplativi, costruisce una riflessione lenta e meditativa sull’esperienza diasporica e sul misticismo sufi. Un progetto perfettamente in linea con l’idea curatoriale di Kouoh: un’arte capace di generare ascolto più che consumo visivo. Anche diversi paesi latinoamericani si distinguono per qualità curatoriale. Il Brasile affronta il rapporto tra colonialismo, sfruttamento ambientale e culture indigene attraverso installazioni che intrecciano botanica, archivio e pratiche comunitarie. La natura diventa così archivio vivente e territorio di conflitto economico.

Particolarmente atteso era il padiglione Italia alle Tese delle Vergini, che evita ogni monumentalismo celebrativo per concentrarsi su una riflessione frammentata dell’identità italiana contemporanea. Il progetto lavora su paesaggio, memoria visiva e trasformazione sociale attraverso cinema sperimentale, fotografia, installazioni e ricerca sonora. Mappe incomplete, documenti recuperati e immagini residuali costruiscono un atlante emotivo del Paese, segnato da tensioni ecologiche, migrazioni interne e fragilità territoriali.

LA MOSTRA CENTRALE

La mostra centrale all’Arsenale richiede tempo e attenzione. Molte opere utilizzano suono e ritualità, mentre il video assume forme rallentate e contemplative. In questo senso il progetto di Kouoh rappresenta anche una critica implicita al sistema delle grandi esposizioni internazionali sempre più orientate allo spettacolo e al branding culturale. Mai come quest’anno Venezia sembra parte integrante della mostra. La città lagunare, fragile e sovraccarica di turismo, diventa metafora del presente globale. I padiglioni disseminati tra palazzi storici, chiese sconsacrate e spazi industriali dialogano con una città che appare essa stessa un’installazione sul rapporto tra memoria e sopravvivenza.