Mercati finanziari e Pmi: Intermonte presenta l’analisi empirica sulle Ipo in Italia nel periodo 2011–2025.

La ricerca Intermonte – Politecnico di Milano “Quotarsi per crescere: come le Ipo vincenti creano valore per l’impresa e per il paese – Analisi empirica sul periodo 2011–2025” dimostra che la quotazione in Borsa di un’azienda, se diventa il punto di arrivo di un percorso strategico di crescita da cui far partire una ulteriore fase di sviluppo, produce benefici per gli investitori e, per le imprese ‘vincenti’, la Borsa si è rivelata un volano della crescita economica. In sintesi questa è la conclusione dell’analisi presentata alla stampa lo scorso 16 giugno da Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte e Giancarlo Giudici, professore ordinario Politecnico di Milano School of Management, referente scientifico della ricerca.
La domanda di fondo, così come ha sottolineato Guglielmo Manetti, è “come mai con l’indice azionario ai massimi, le Ipo non arrivano sul mercato e come mai dal 2022 le Pmi quotate sono economicamente cresciute, ma non da un punto di vista borsistico?”. Le risposte non sono immediate, ma rifuggendo dalla retorica negativa che spesso accompagna il mercato delle mid e small cap e che si riduce a un “cahier de doléances”, si è cercato, attraverso questa analisi, di trovare degli elementi che permettano di comprendere quando la quotazione può essere un’operazione di successo per un’impresa. E non è neppure un tema squisitamente italiano, visto che l’unica piazza finanziaria che continua ad attrarre società è quella americana.
Il campione di riferimento
La composizione settoriale del campione di società oggetto della ricerca rispecchia fedelmente la struttura dell’economia italiana: ben il 65% di esse appartiene ai comparti consumer, industrial e technology, ossia i settori più rappresentativi della manifattura italiana e in generale dell’economia del Paese. Si tratta di un segmento spesso sottovalutato: nel mercato azionario italiano il 90% degli scambi si concentra sulle 40 blue chips del Ftse Mib, ma le mid cap e small cap quotate oggetto della ricerca rappresentano un campione significativo dell’economia produttiva nazionale e del suo tessuto manifatturiero e di servizi.
Che cosa dicono i numeri
La ricerca ha analizzato 363 matricole di Borsa Italiana dal 2011 al 2025 con capitalizzazione iniziale sotto € 1 miliardo su tutti i listini (Euronext Milan, Euronext Star Milan ed Euronext Growth Milan): un campione che al momento della quotazione esprimeva € 25,2 miliardi di ricavi, € 3,37 miliardi di Ebitda, € 1,18 miliardi di utile netto e 107.324 addetti, con un flottante medio post-Ipo del 36% e una capitalizzazione complessiva di € 32,2 miliardi. All’interno di questo universo, il miglior 10% ha generato un rendimento cumulato del +173,8% a cinque anni dall’Ipo, il miglior 25% del +49,7%. Il miglior 25% del campione ha raddoppiato il fatturato aggregato in cinque anni e creato oltre 9.800 nuovi posti di lavoro. L’analisi dei multipli Ev/Ebitda e P/E, calcolati per il periodo 2015–2025 sulle società del campione quotatesi dal 2011, conferma che il mercato premia selettivamente le società capaci di mantenere crescita e redditività nel tempo.
I driver di successo
Dall’analisi empirica dei dati e grazie a una regressione statistica su un orizzonte temporale di uno, tre e cinque anni, e senza la pretesa di diventare un vademecum che un’impresa quotata deve seguire per avere successo, emerge il seguente decalogo: evitare management team troppo numerosi; inserire clausole di lock-up; fissare un capitale flottante opportunamente dimensionato; evitare un underpricing eccessivo nel collocamento iniziale; preparare un piano credibile di acquisizioni per crescere; assicurare un nucleo di controllo forte e autorevole fra i soci; lavorare per incrementare la copertura degli analisti nel corso del tempo; favorire la diversity di genere e anagrafica nel Cda; evitare la presenza di amministratori con ruoli in altre società quotate; mantenere un vantaggio competitivo durevole, come condicio sine qua non affinché un’impresa possa avere successo ed essere riconosciuta in quanto tale dal mercato.
Il tessuto imprenditoriale italiano
Il tessuto imprenditoriale italiano è fatto soprattutto di piccole, medie e micro-imprese, spesso a conduzione familiare. I multipli delle Pmi quotate sono scesi molto e, in alcuni di questi casi, il de-rating non sembra avere motivazioni di carattere fondamentale. È importante capire che cosa stia succedendo e, soprattutto, comprendere quanto sia importante che i capitali finanziari siano convogliati verso le imprese che producono ricchezza per sé e per il territorio.
“Da qui al 2030 si stima che circa 300 miliardi di euro passeranno alle nuove generazioni ed è importante che ciò diventi un’occasione di crescita dimensionale, di capitale delle società e non si traduca solo in liquidity event, magari attraverso la vendita a società di private equity in cui l’imprenditore, di fatto, perde il controllo dell’azienda.
Anzi, la quotazione è l’alternativa fortissima alla vendita attraverso cui l’imprenditore fa un patto con il mercato”, ha sottolineato Guglielmo Manetti, l’amministratore delegato di Intermonte. Manetti, ha altresì ricordato che, facendo riferimento alla ricerca, nei cinque anni successivi la quotazione le società best performer del paniere analizzato “hanno aumentato significativamente i posti di lavoro e più che raddoppiato i ricavi. Questi non sono solo dati finanziari: sono posti di lavoro e valore distribuito nei territori”. Ed è anche questo il ruolo che la finanza è chiamata a ricoprire.

