Inflazione, tra Shock energetici e sfide dei prezzi. La storia economica come una finale di Coppa del Mondo. Daniel Zanin, CFA senior Analyst, Investment Research, Invesco

Nel 1982 l’Italia vince il Mondiale ma non ha ancora vinto la sua battaglia economica. L’inflazione resta sopra il 16% e serviranno ancora anni di politiche monetarie restrittive, sacrifici e disciplina fiscale prima che il problema venga davvero ridimensionato. È una lezione che il calcio insegna bene. Vincere una finale non significa aver risolto tutti i problemi.
Per quasi quarant’anni, però, l’inflazione esce dai radar delle principali economie avanzate. Sembra una vecchia registrazione in bianco e nero. Un problema appartenente ai racconti dei nostri genitori. Un racconto che sembrava legato solo a chi quella notte del Bernabeu se la ricordava per davvero. Chi davanti alla TV urlò insieme a Martellini.
2022: il ritorno dell’inflazione globale
Prima la pandemia. Poi i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. Poi la guerra in Ucraina. Poi la crisi energetica. Per la prima volta dagli anni Ottanta l’inflazione torna a occupare le prime pagine dei giornali. Negli Stati Uniti raggiunge il 9,1%. Nell’Eurozona supera il 10%. Nel Regno Unito tocca l’11%. In Italia sfiora il 12%. Curiosamente, proprio come nel 1978, a vincere il Mondiale fu ancora una volta l’Argentina. Questa volta guidata da Lionel Messi. Mentre Messi alza la Coppa del Mondo a Lusail, le principali banche centrali del pianeta stanno completando il ciclo di rialzi dei tassi più aggressivo dai tempi di Volcker.
La Federal Reserve porta i tassi da quasi zero a oltre il 4% in meno di un anno. La BCE abbandona l’era dei tassi negativi. I mercati iniziano a chiedersi se la medicina sarà peggiore della malattia.
La differenza rispetto agli anni Settanta, però, è evidente. Questa volta gli arbitri della politica monetaria vedono il fallo quasi subito. Fed, BCE e Bank of England reagiscono rapidamente, nel tentativo di evitare che l’inflazione si radichi nelle aspettative di famiglie e imprese.
2026: tra normalizzazione e rischio geopolitico nei mercati globali
Per la quarta volta in poco più di mezzo secolo il mondo si ritrova a vivere un Mondiale con l’inflazione ancora tra le principali preoccupazioni economiche. Ma questa volta il tabellone racconta una storia diversa. Negli Stati Uniti l’inflazione è tornata vicino al 2-3%. Nell’Eurozona oscilla poco sopra il target del 2% fissato dalla BCE. In Italia è lontanissima dai livelli che accompagnarono il trionfo di Paolo Rossi nel 1982. Sulla carta sembrerebbe una vittoria. Eppure, i mercati continuano a interrogarsi sul futuro. Negli anni Settanta il nemico era il petrolio. Nel 2022 erano l’energia e la guerra.
Nel 2026 i rischi continuano a intrecciarsi con le tensioni geopolitiche. Per gli investitori il dubbio resta, in fondo, piuttosto semplice: come proteggersi nel breve periodo senza rinunciare ai target di crescita. I tassi d’interesse rappresentano oggi una prima linea di difesa contro le preoccupazioni inflazionistiche. A differenza del 2022, però, il contesto è cambiato: i rendimenti esistono, non si parte più da zero. Questo cambia radicalmente il punto di partenza. Senza necessariamente rivedere le aspettative di crescita, almeno nell’orizzonte di breve periodo, gli investitori chiedono di essere remunerati per il rischio politico e geopolitico.
Le curve si muovono in modo relativamente parallelo, riflettendo l’idea che le banche centrali debbano fare meno “lavoro sporco” per costruire una protezione: parte della difesa è già incorporata nei livelli attuali dei tassi.
Nel frattempo, le azioni continuano a comportarsi in modo resiliente. Lo scenario, più che quello di uno scontro aperto, ricorda una fase di attesa a centrocampo: una lunga gestione del possesso, fatta di palleggio, in cui entrambe le squadre cercano il momento giusto per verticalizzare.
Gli investitori osservano, studiano, aspettano l’imbucata. Le notizie di una possibile distensione tra Stati Uniti e Iran sembrano raffreddare il clima, aprendo lo spazio per un’eventuale ripartenza: un contropiede che potrebbe riportare in vantaggio gli asset più rischiosi.
È presto per dire chi vincerà la partita, ma nel 1974 Beckenbauer vinse la finale e la Germania contribuì a scrivere il manuale della disciplina monetaria. Nel 1978 Kempes vinse la Coppa del Mondo ma l’Argentina continuò a perdere la sua battaglia contro i prezzi.
Nel 1982 Paolo Rossi e l’Italia salirono sul tetto del mondo mentre l’inflazione italiana correva. Nel 2022 Messi ha riportato il trofeo a Buenos Aires mentre le banche centrali lanciavano la più dura stretta monetaria degli ultimi quarant’anni. In tanta incertezza, una cosa sembra certa. Mondiali ed economie, a volte, intrecciano le loro strade. Non ci resta che vedere chi alzerà la coppa il prossimo 19 luglio e chi saranno i vincitori dentro e fuori dal campo.

