Alberto Tocchio, head of Global Equity and Thematics di Kairos Partners Sgr

Per quasi due anni il mercato ha premiato la costruzione dell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale: chip, data center e capacità di calcolo. Questo hardware ha vissuto una rivalutazione straordinaria. Oggi, però, entriamo nella seconda fase: gli investitori non si chiedono più solo chi venderà più GPU, ma chi trasformerà questi investimenti in ricavi e utili.
Quest’anno gli hyperscaler americani potrebbero investire oltre 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture AI. Davanti a tali cifre il mercato esige ritorni economici; non a caso le Magnifiche 7 mostrano recente sottoperformance. Negli ultimi giorni il paniere “high beta momentum” ha perso circa il 18% in due sedute, il peggior sell-off dai tempi del Covid, mentre il Russell 2000 ha sovraperformato l’S&P 500 in 10 delle ultime 12 sedute, segnale che la leadership di mercato si sta allargando.
La rotazione tocca anche il tech: l’interesse si sposta dai chip ai software aziendali, alla cybersecurity e alle piattaforme cloud. Più crescono gli agenti AI, più servono dati, governance e integrazione. I modelli AI diventano una commodity, mentre il valore si sposta su chi controlla il patrimonio informativo. Le società software-as-a-service (SaaS) saranno le principali beneficiarie. La razionalizzazione degli investimenti è un passaggio naturale: ogni dollaro dovrà produrre ritorni evidenti.
A ciò si aggiunge un fattore tecnico: l’esplosione della leva finanziaria. Gli ETF a leva gestiscono circa 300 miliardi di dollari e costringono gli intermediari a continui ribilanciamenti, amplificando la volatilità a fine seduta. I fondamentali dell’AI migliorano, ma il mercato ora distingue chi costruisce l’infrastruttura da chi estrae valore economico.
Sul fronte macroeconomico emergono cambiamenti importanti per il secondo semestre, a partire dall’Europa. La Germania ha presentato ampie riforme per tagliare le tasse, ridurre la burocrazia e favorire investimenti strategici, rimettendo al centro la crescita. I dati dell’Eurozona migliorano, aiutati dal calo del petrolio (-40% in tre mesi) e da un’inflazione inferiore alle attese. Il PMI composito a 50 punti segnala una stabilizzazione e la BCE si mostra fiduciosa.
Negli Stati Uniti il quadro resta robusto, ma il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha assunto un tono restrittivo che sostiene il dollaro, il cui potenziale di rialzo appare però limitato. Inoltre, l’AI si sta rivelando inflazionistica nella fase iniziale, richiedendo enormi quantità di materie prime ed energia.
Sul piano geopolitico, l’attenzione si sposta sul conflitto Russia-Ucraina in vista del vertice NATO. Gli attacchi ucraini hanno messo fuori servizio fino a un terzo della capacità di raffinazione russa. I costi economici elevati potrebbero favorire un negoziato; un’eventuale distensione diplomatica premierebbe soprattutto l’Europa.

In conclusione, emergono due idee operative per il portafoglio:
L’Europa: le valutazioni restano inferiori agli USA e i fattori favorevoli (riforme, calo dell’inflazione, ciclo manifatturiero al minimo) potrebbero renderla la sorpresa del secondo semestre.
L’oro: dopo aver corretto dai massimi e con un posizionamento alleggerito, il metallo giallo torna interessante come diversificazione in uno scenario di inflazione strutturale e acquisti record delle Banche centrali.

