Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners Sgr

Quanta parte ha avuto, nel progresso economico degli ultimi due secoli, l’esplosione della popolazione globale? Dove sarebbero oggi l’evoluzione della tecnologia, il Pil, i tassi e i mercati azionari se ad abitare il nostro pianeta fossimo ancora il miliardo di inizio Ottocento invece degli otto miliardi attuali? E dove saranno quando, per la prima volta dopo le epidemie del Trecento, la popolazione comincerà a diminuire?

Per citare Nicholas Eberstadt, un economista americano che ha studiato a lungo la questione, come sarà il mondo con meno persone che lavorano, con meno risparmio, meno gente che paga le tasse e ha bisogno di una casa, meno imprenditori, innovatori e inventori? Come saranno l’economia con meno consumatori e la politica con meno elettori?

Se si discute poco di questo problema è anche perché la demografia è lenta e ha un’inerzia notevole. La fertilità è in calo continuo in tutto il mondo dagli anni Sessanta, ma da allora la popolazione è lo stesso quasi triplicata. La demografia è del resto un po’ come la geologia, che ha tempi ancora più lenti e che però, ogni tanto, scarica le sue tensioni in eventi improvvisi di grande portata.

Se le tendenze attuali continuano, il mondo comincerà a spopolarsi intorno al 2050, anche se paesi come Corea, Russia e Giappone hanno già iniziato da uno o due decenni. L’inizio sarà lento, ma prenderà gradualmente velocità e coinciderà con un invecchiamento ulteriore della popolazione media. Gli ultraottantenni, nel 2050, saranno 425 milioni, e l’impatto di questa cifra sui sistemi pensionistici e sanitari sarà molto serio. Che ne sarà dei conti pubblici in queste circostanze?

In ordine sparso, i governi stanno scegliendo una delle seguenti tre strade per fronteggiare il problema. La prima è quella degli stimoli economici e sociali alla natalità. Questa scelta ha portato finora a qualche risultato, ma non è sufficiente. La seconda strada, seguita ad esempio dall’Europa, è l’immigrazione. La terza, seguita in particolare da Cina e Giappone, è l’innovazione tecnologica.

Uno studio autorevole pubblicato nei giorni scorsi basa proprio sull’innovazione tecnologica il suo ottimismo sul futuro demografico che ci attende. Ne sono autori alcuni ricercatori del MIT, tra cui il Nobel Daron Acemoglu. L’esperienza dei decenni passati, scrivono, e in particolare degli anni successivi alla fine delle guerre mondiali, mostra come i vuoti demografici creati dai conflitti siano stati riempiti con un’accelerazione dell’innovazione e come a una popolazione in declino, come nel caso del Giappone, abbia corrisposto un Pil in crescita non solo pro capite, ma totale.

Gli autori sostengono anche che le retribuzioni, in un contesto di carenza di forza lavoro, sono destinate a migliorare per due ragioni. La prima è la carenza di lavoratori da impiegare, la seconda è l’aumento della loro produttività, reso possibile dall’innovazione.

Lo studio non va molto indietro nel tempo, ma è interessante ricordare che, dopo i vuoti creati dalla peste del Trecento, il potere salariale della manodopera e la quota di reddito da lavoro su Pil aumentarono per alcuni decenni. Nel nostro caso, la diminuzione della popolazione compenserebbe almeno in parte gli effetti negativi sull’occupazione creati dall’intelligenza artificiale.

Dal canto loro i mercati, che ignorano gli eventi geopolitici fino all’ultimo momento, tendono a fare lo stesso per gli sviluppi della demografia. Come tutti i fattori strutturali, tuttavia, la demografia sta già producendo i suoi effetti e sempre di più li produrrà.

Prendiamo il mercato immobiliare. Nei paesi che scelgono la strada dell’immigrazione il valore delle case tende ad avere un supporto. In quelli che scelgono la strada dell’innovazione, come Cina e Giappone, l’offerta tende a prevalere sulla domanda.

Sull’obbligazionario, tende a pesare la propensione dei governi a contenere i disavanzi creati dal declino demografico attraverso la repressione finanziaria e un’inflazione che eroda il peso reale del debito.

Sull’azionario alcuni tipi di consumo subiranno un ridimensionamento, mentre il comparto dell’innovazione tecnologica assorbirà ampi flussi di investimento.

In pratica la tecnologia, che ha accompagnato e reso possibile l’incremento demografico degli ultimi due secoli, accompagnerà anche il declino del prossimo secolo, mitigandone gli effetti negativi.