Alex Smith, Head of Equities Investment Specialists – Asia Pacific, Aberdeen Investments

Per molti investitori, i mercati emergenti continuano a essere associati a etichette ben note: volatili, complessi e difficili da gestire. Si tratta di una percezione plasmata dalle crisi politiche ed economiche del passato, dalla crescita discontinua e dai rischi strutturali che per lungo tempo hanno caratterizzato questa asset class. Una visione che oggi riflette sempre meno la realtà.
Negli ultimi due decenni, infatti, i fondamentali sono cambiati: le istituzioni si sono rafforzate, i bilanci sono migliorati e i mercati sono diventati più maturi. Questo divario tra percezione e realtà contribuisce a spiegare perché i mercati emergenti restino una delle classi di attivo meno rappresentate nell’universo azionario globale.
Il divario di percezione

Molti investitori continuano a considerare i mercati emergenti più rischiosi di quelli sviluppati, una convinzione alimentata da crisi come quella asiatica o dai ripetuti default dell’Argentina, che hanno lasciato in eredità timori legati alla volatilità valutaria, all’instabilità politica e a politiche monetarie meno prevedibili.
Persistono inoltre dubbi sulla liquidità, ancora associata a bassi volumi di scambio e a una forte dipendenza dai capitali esteri, oltre alla convinzione che i mercati emergenti siano troppo piccoli per avere un ruolo centrale nei portafogli globali.
Negli ultimi anni la volatilità dei mercati emergenti si è progressivamente allineata a quella dei mercati sviluppati grazie a una maggiore stabilità macroeconomica. Anche i bilanci sono migliorati: l’indebitamento delle imprese è oggi significativamente inferiore rispetto a quello delle aziende statunitensi, mentre molti Paesi emergenti dispongono di riserve valutarie più solide e di posizioni esterne più robuste.
Anche la composizione dell’asset class è cambiata. Oggi Cina, Corea del Sud, Taiwan e India rappresentano circa il 77% dell’indice MSCI Emerging Markets e presentano mercati dei capitali più sviluppati, valute più stabili e un percorso continuo di riforme.
Dal 2017 la capitalizzazione di mercato è più che raddoppiata e il crescente peso degli investitori domestici ha rafforzato la stabilità dei finanziamenti. In Cina gli investitori retail rappresentano quasi il 30% dell’attività di mercato, mentre in India, per la prima volta in oltre vent’anni, gli investitori nazionali detengono una quota di azioni superiore a quella delle istituzioni straniere.
Anche le dimensioni raccontano una storia diversa: i mercati emergenti rappresentano circa il 24% della capitalizzazione azionaria mondiale, oltre il 61% del PIL globale a parità di potere d’acquisto e hanno contribuito a circa il 70% della crescita economica mondiale negli ultimi anni.
Il divario nelle allocazioni
Se i fondamentali sono migliorati, perché fino al 2025 le allocazioni hanno continuato a diminuire?
La risposta risiede nell’inerzia dei portafogli e nella costruzione dei benchmark. Pur rappresentando una quota significativa dell’economia mondiale, i mercati emergenti restano infatti sottopesati negli indici globali: la sola Cina vale circa il 12% del flottante azionario mondiale, ma pesa appena il 3% nell’MSCI ACWI. A questo si aggiungono i bias comportamentali e le elevate performance registrate negli ultimi anni dai mercati sviluppati, in particolare dagli Stati Uniti.
Esiste però una differenza sostanziale: mentre la concentrazione degli indici globali è stata alimentata dai flussi verso gli ETF passivi, nei mercati emergenti la leadership cambia nel tempo. La Cina, che nel 2020 rappresentava il 40% dell’indice, era scesa al 23% a fine aprile 2026, con Taiwan diventato il mercato di maggior peso.
Cosa potrebbe cambiare?
Storicamente le allocazioni cambiano quando cambiano i mercati. Le fasi di volatilità evidenziano i rischi della concentrazione e favoriscono una maggiore diversificazione. Le recenti tensioni geopolitiche e il ritorno delle barriere commerciali stanno contribuendo a questo processo. Nel 2025, secondo MSCI, i mercati emergenti hanno sovraperformato quelli sviluppati di oltre 10 punti percentuali, sostenuti dal miglioramento dei fondamentali e da politiche economiche favorevoli.
A rafforzare questa dinamica è anche il nuovo ciclo di investimenti nell’economia reale, alimentato dalla decarbonizzazione, dalla diversificazione delle catene di approvvigionamento, dalla digitalizzazione e dall’aumento della spesa per la difesa. I mercati emergenti concentrano gran parte della capacità produttiva, delle competenze tecnologiche e delle risorse necessarie a sostenerlo, con effetti positivi anche sulla crescita degli utili.
Considerazioni finali
In vent’anni i mercati emergenti sono diventati una classe di attivo più ampia, resiliente e strategica. Eppure, le allocazioni degli investitori riflettono ancora spesso una realtà ormai superata. Nell’attuale contesto di mercato, il rischio maggiore potrebbe non essere investire nei mercati emergenti, ma continuare a sottovalutarne il ruolo.

