Articolo tratto da Asset Intelligence – Il quotidiano fatto con l’Ai

Treasury in rialzo e dollaro in calo: crescono le incertezze sulla legge di bilancio USA

In queste settimane è stato scritto più volte che il rifugio del 2026 è il dollaro, non l’oro. È vero, ma solo in termini relativi. C’è un dettaglio che complica il quadro, forse il segnale più eloquente dell’estate: con il Brent passato in 10 giorni da 72 a 90 dollari e una guerra aperta nel Golfo, il biglietto verde è rimasto inchiodato intorno a quota 101

Partiamo dalla tesi di fondo, che viene condivisa con Benjamin Jones, global head of research di Invesco: il dollaro è destinato a indebolirsi nel resto del 2026. Il ragionamento non poggia su uno scenario catastrofico, ma su un’osservazione trascurata: il fatto che la valuta americana non si sia rafforzata, nonostante lo shock energetico, è «un segnale importante». Guerra in Medio Oriente e greggio in impennata sono, da manuale, i fattori che spingono i capitali verso il dollaro. Stavolta non è successo: e se una valuta non sale quando dovrebbe, il problema non è la notizia del giorno, è la domanda strutturale che le sta sotto.

Una valuta sopravvalutata

Il primo argomento è la valutazione: il dollaro resta «una delle valute più sopravvalutate in base alla maggior parte degli indicatori» e, anche dopo il calo del 2025, viaggia su livelli elevati rispetto all’intervallo post-2008, avendo riassorbito solo in parte i guadagni di oltre 10 anni.

Il secondo, più sottile, è il posizionamento. Per anni i capitali del mondo sono confluiti sugli asset statunitensi, lasciando gli investitori fortemente esposti agli Stati Uniti. Ne discende un’asimmetria: perché il dollaro si rafforzi ancora, quegli afflussi devono continuare al ritmo di prima; basta che rallentino, non che si invertano, perché la valuta scivoli. E tra tensioni commerciali, incertezza politica e proposte sfavorevoli agli investitori esteri, i capitali guardano altrove.

I tassi di riferimento

Il terzo argomento è il più tecnico e va sciolto. Invesco si attende «una divergenza nei percorsi dei tassi di riferimento», non un taglio americano annunciato, ma un allontanamento rispetto alle traiettorie delle banche centrali, da cui discendono differenziali a breve più contenuti, capaci di «ridurre il costo sostenuto dagli investitori esteri per coprire la loro esposizione al dollaro Usa»: e una maggiore attività di copertura «dovrebbe esercitare pressione al ribasso sulla valuta americana».

In concreto: chi possiede asset americani ma ragiona in euro si protegge vendendo dollari a termine, e il costo di quella protezione dipende dal divario fra i tassi a breve delle due valute. Se il divario si assottiglia, coprirsi costa poco e le coperture, cioè vendite di dollari, si moltiplicano.

Una riserva

Qui va posta una riserva, e riguarda chi segue i tassi ogni settimana: perché quel differenziale si restringa serve una Fed più morbida o banche centrali estere più dure, e finora è accaduto l’opposto: i verbali di giugno hanno mostrato un comitato diviso perfino sull’ipotesi di alzare entro l’anno e il biennale è tornato in area 4,20%. La gamba più tecnica della tesi, per ora, non si è verificata: il che paradossalmente rafforza le altre due. Se il dollaro non è salito nemmeno con i differenziali larghi, configurazione che avrebbe dovuto sostenerlo, la spiegazione sta dove la cerca Jones: valutazione e posizionamento.

Non è necessaria una crisi

Invesco non annuncia, però, la fine del dollaro: non esiste ancora un’alternativa credibile come valuta di riserva e certe narrazioni sulla «de-dollarizzazione» sono giudicate eccessive. Il punto è più prosaico: «I fattori contrari al dollaro Usa superano quelli favorevoli», e «un indebolimento del dollaro non richiede necessariamente una crisi», basta un graduale riequilibrio delle posizioni.

I tempi, del resto, rafforzano l’argomento: la nota è di fine maggio, quando la guerra in Iran era appena cominciata, e nei due mesi successivi il conflitto si è aggravato mentre il petrolio saliva di un terzo. L’indice, però, è ancora lì, poco sopra 100. Dire che il dollaro è il rifugio del 2026 resta dunque corretto solo in senso relativo: ha battuto l’oro, che invece scende, ma in assoluto ha fallito il test, perché di fronte allo shock perfetto non si è mosso. E per un investitore in euro il rendimento di un asset americano va letto al netto della valuta in cui è denominato: nel 2026 quella valuta ha smesso di essere la certezza che era.