Anthony Willis, Senior Economist di Columbia Threadneedle Investments

Le speranze di una rapida risoluzione del conflitto in Medio Oriente appaiono sempre più vane, con attacchi che proseguono da entrambe le parti. Sebbene i colloqui proseguano, la profonda sfiducia tra Stati Uniti e Iran, unita ai continui attriti per il controllo del traffico marittimo, rendono i progressi apparentemente limitati.
Dal momento che i negoziati non riescono a superare la questione dello Stretto di Hormuz per affrontare questioni più complesse relative al programma nucleare iraniano, il conflitto potrebbe protrarsi più a lungo del previsto. Finora l’economia globale ha dimostrato molta resilienza, anche grazie al fatto che, il prezzo del petrolio abbia superato i 100 dollari al barile per un certo periodo e abbia registrato picchi intorno ai 120 dollari al barile, non ha i livelli catastrofici temuti all’inizio del conflitto.

A ciò hanno contribuito la riduzione delle scorte, le misure volte a ridurre i consumi, il flusso continuo di forniture in uscita dal Golfo in modo “discreto”, il ricorso a rotte alternative e la massimizzazione della capacità degli oleodotti, oltre che alla convinzione che il conflitto sarebbe stato breve.
Nonostante livelli di tensione elevati, nessuna delle due parti sembra disposta a riprendere gli scontri su vasta scala, ma i rischi di interruzioni dell’approvvigionamento e di prezzi elevati che si protraggano oltre l’estate sono aumentati.
Per il momento, i mercati azionari sembrano affrontare il conflitto con serenità: gli ottimi risultati societari e l’assenza di un significativo peggioramento delle prospettive di crescita economica contribuiscono a mantenere positivo il clima di fiducia. Tuttavia, le preoccupazioni sono più evidenti sui mercati obbligazionari, che hanno spostato l’attenzione dalle preoccupazioni relative alla crescita all’impatto del conflitto su inflazione e prospettive di politica monetaria. Finora, l’impulso inflazionistico è stato evidente ma relativamente limitato, con ripercussioni minime a d esclusione dei prezzi dell’energia. Un conflitto più prolungato, con conseguente aumento dei prezzi delle materie prime che si ripercuote anche sui prezzi dei generi alimentari, comporta dei rischi per l’impatto positivo osservato finora.
Nel complesso, continuiamo a mantenere una visione positiva. Rimaniamo ottimisti sul mercato azionario: nonostante le incertezze geopolitiche, ci aspettiamo che la solidità degli utili societari continuerà a trainare ulteriormente i rendimenti. I fondamentali societari, che rimangono solidi, non mostrano un impatto significativo derivante dall’incertezza geopolitica. Manteniamo una posizione di leggero sovrappeso sull’asset class, ma valutiamo un possibile miglioramento di questa view nel caso in cui si dovesse verificare un calo dei mercati che offra un punto di ingresso interessante, a condizione, però, che i fondamentali rimangano favorevoli.
Per quanto riguarda l’obbligazionario, invece, manteniamo una posizione neutrale. I titoli di Stato continuano a mostrare una certa volatilità e il clima di fiducia continua a cambiare, ma permangono i timori relativi all’inflazione. A questi, si aggiungono le preoccupazioni a lungo termine relative al debito e ai deficit fiscali.
Le valutazioni delle obbligazioni investment grade e high yield rimangono relativamente poco attraenti e, insieme a quelle dei mercati emergenti, offrono spread storicamente bassi, il che suggerisce un limitato potenziale di rialzo del capitale e rendimenti vincolati al solo incasso delle cedole.

