Articolo tratto da Asset Intelligence – Il quotidiano fatto con l’Ai

Cinque mesi dopo la chiusura di Hormuz, lo zolfo consegnato viaggia tra 1.000 e 1.200 dollari la tonnellata e a giugno l’export cinese di acido solforico è crollato del 99%. Rame, nichel, litio e fertilizzanti pagano il conto: Huayou ha dimezzato la produzione indonesiana, Mosaic ha tagliato due milioni di tonnellate di fosfati, Nutrien ha ritirato la guidance. E Kpler sposta al 2027 la riapertura dello Stretto

C’è un collo di bottiglia che quasi nessuno aveva messo in conto quando lo Stretto di Hormuz si è chiuso, il 28 febbraio: lo zolfo. I riflettori erano puntati su petrolio e gas, ma il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’AIE dedica un intero approfondimento a quello che è diventato lo shock più sottovalutato del conflitto mediorientale. Il Medio Oriente produce un quarto dello zolfo mondiale, sottoprodotto dell’estrazione di petrolio e gas, e metà del commercio marittimo globale passa proprio da Hormuz.

Quando i flussi si sono interrotti, a marzo, i prezzi dell’acido solforico sono raddoppiati in due mesi: da 144 dollari la tonnellata di febbraio a 283 dollari in aprile. Oggi il quadro è fortmente peggiorato: David Delaney, amministratore delegato di Itafos, stima che circa il 45% dello zolfo scambiato via mare sia bloccato dietro Hormuz, con prezzi consegnati tra 1.000 e 1.200 dollari la tonnellata, un livello che rende la produzione di fosfati sostanzialmente antieconomica. I futures cinesi sullo zolfo sono saliti del 273% su base annua.

Il reagente invisibile

Ma perché lo zolfo conta? Perché l’acido solforico è il reagente invisibile che tiene in piedi mezza transizione energetica. Oltre il 15% del rame primario mondiale è prodotto per lisciviazione. La Cina, che produce il 40% dell’acido solforico mondiale, ma importa dal Medio Oriente il 55% del suo zolfo, ha prima imposto un tetto alle esportazioni e poi le ha azzerate. Il 10 aprile Pechino ha annunciato il divieto totale di export fino ad agosto 2026, sostituendo una quota annua di 700 mila tonnellate con la cessazione completa, con misure che secondo Argus e Bloomberg potrebbero proseguire fino a fine anno. L’effetto è stato immediato: a giugno l’export cinese è crollato del 99,2% su base mensile.

Il Cile pesava per circa il 32% delle 4,65 milioni di tonnellate esportate nel 2025. Il benchmark CFR Mejillones, riferimento per i minatori cileni, è passato da 190 dollari il 25 febbraio a 380 il 15 aprile; in Congo i prezzi consegnati hanno toccato 1.000-1.400 dollari e lo Zambia ha introdotto il 27 marzo un sistema permanente di licenze all’export. Con un paradosso: mentre lisciviazione e HPAL vanno in sofferenza, le fonderie di rame guadagnano, perché l’acido è per loro un sottoprodotto che ne migliora i margini.

I danni nel mondo

L’India ha aggiudicato 1,347 milioni di tonnellate di DAP a 930-935 dollari CIF, il livello più alto da luglio 2022 e quasi il 40% sopra i valori di gennaio, nuovo benchmark globale. Il marocchino OCP ha ricevuto l’ultimo carico di zolfo dal Golfo il 10 aprile e dipende ora dalle forniture russe; Mosaic ha tagliato circa due milioni di tonnellate di fosfati negli Stati Uniti, mentre Nutrien ha ritirato l’11 maggio la guidance 2026 sui fosfati dopo che l’impennata dello zolfo ha reso non profittevole gran parte della struttura di costo globale del settore.

E la crisi non ha una scadenza. Il memorandum firmato a giugno tra Stati Uniti e Iran aveva riaperto lo Stretto e il traffico era ripartito a inizio luglio, prima di ridursi di nuovo a un rivolo: Kpler ha spostato al 2027 l’attesa di una riapertura stabile. Il 23 luglio i transiti commerciali erano dieci contro una media pre-crisi di 88 al giorno, l’11% del normale. E si profila un secondo chokepoint: gli Houthi starebbero valutando di bloccare anche Bab el-Mandeb, il che taglierebbe la capacità saudita di esportare DAP e MAP.

Nuova capacità di acido richiede 18-24 mesi tra permessi e ramp-up: nessuna sostituzione su scala nel breve. La lezione resta quella del rapporto AIE, ora con cinque mesi di conferme empiriche: nelle filiere globali il punto di rottura non è quasi mai dove lo si aspetta. Non nei metalli rari e contesi, ma in un umile sottoprodotto giallo della raffinazione che nessuno aveva pensato di stoccare.