Sree Kochugovindan, Senior Research Economist, Aberdeen Investments

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Il Giappone rimane sotto i riflettori a seguito dell’intervento coordinato sui mercati valutari da parte di Giappone e Stati Uniti, volto a frenare l’indebolimento dello yen. Si tratta del primo intervento coordinato dal 2011 per arginare l’apprezzamento dello yen a seguito del Grande Terremoto del Giappone Orientale.

Il 30 luglio, con tempismo strategico, dopo la riunione della Fed e prima di quella della Banca del Giappone (BoJ), il Ministero delle Finanze giapponese ha effettuato un intervento unilaterale stimato tra gli 8.500 e i 10.000 miliardi di yen, mentre la Federal Reserve Bank di New York (NY Fed) ha effettuato i cosiddetti “rate checks” sul cambio USD/JPY. Ciò ha contribuito a innescare un rialzo brusco, ma solo parzialmente sostenuto, dello yen dai minimi raggiunti negli ultimi decenni.

La Bank of Japan ha successivamente adottato un tono restrittivo, con il governatore Kazuo Ueda che ha posto maggiore enfasi sull’andamento dei tassi di cambio e sul rischio che la debolezza dello yen alimenti pressioni inflazionistiche più ampie. La conferenza stampa ha inoltre alimentato speculazioni secondo cui la riunione della BoJ di settembre sarà aperta a un possibile rialzo dei tassi.

Successivamente, il 31 luglio, il Giappone ha venduto nuovamente USD/JPY, mentre la Fed di New York ha venduto EUR/JPY per conto del Tesoro statunitense tramite due operatori statunitensi.  La manovra è stata confermata da una dichiarazione del Ministero delle Finanze del 3 agosto. Nel frattempo, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha dichiarato su X che «le azioni coordinate sul mercato valutario di venerdì hanno contrastato i movimenti disordinati dello yen. Il Tesoro rimane vigile e in stretta comunicazione con le nostre controparti presso il Ministero delle Finanze e la Banca del Giappone. Non esiteremo a partecipare a ulteriori interventi congiunti».
La scelta dell’euro come valuta di intervento è probabilmente dovuta alla volontà di evitare di segnalare l’intenzione di un indebolimento generalizzato del dollaro.
Lo yen ha registrato un’impennata durante la notte sulla scia delle speculazioni relative a possibili ulteriori interventi. La curva dei titoli di Stato giapponesi (JGB) si è appiattita, poiché i rendimenti a breve termine scontano aspettative di un ritmo più rapido di rialzi dei tassi da parte della BoJ. Gli swap su indici overnight scontano una probabilità del 93% di un rialzo di 25 punti base a ottobre, mentre un rialzo a settembre è ora in bilico.

Nel breve termine, la combinazione di rischio di intervento, sostegno da parte degli Stati Uniti e un atteggiamento più restrittivo della Bank of Japan aumenta la probabilità di ulteriori coperture delle posizioni short sul cambio USD/JPY, soprattutto alla luce delle posizioni speculative short sullo yen ormai eccessive.

Un ulteriore apprezzamento potrebbe avere ripercussioni anche su altri mercati a causa dello smobilizzo delle operazioni di carry trade. Lo abbiamo visto nell’estate del 2024, quando un annuncio a sorpresa della BoJ ha innescato un rally dello yen.

Per i titoli di Stato giapponesi (JGB), le crescenti preoccupazioni relative all’inflazione trainata dallo yen e le aspettative in aumento di un’ulteriore stretta monetaria da parte della BoJ dovrebbero mantenere una pressione al rialzo sui rendimenti. In particolare se dovesse riprendere la debolezza del tasso di cambio, rafforzando così le ragioni a favore di un aumento dei tassi più tempestivo.

Nel lungo termine, tuttavia, è improbabile che l’intervento da solo riesca a invertire la tendenza senza un’ulteriore normalizzazione da parte della Bank of Japan e una riduzione dei differenziali di tasso.