I mercati emergenti stanno vivendo, senza troppo clamore, il loro miglior decennio da una generazione, ma la maggior parte degli investitori globali continua a non averne abbastanza in portafoglio. Templeton Global Investments

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Un’opportunità che si è trasformata

Quindici anni fa, oltre un terzo dell’universo azionario dei mercati emergenti era concentrato nei settori della “old economy”: energia, materiali e industriali. Oggi il peso di questi settori si è dimezzato, scendendo al 15%, mentre i settori della “new economy”: tecnologia, consumi, salute e servizi di comunicazione, rappresentano il 64%. Nello stesso periodo, l’universo delle società di qualità elevata, ossia quelle con un rendimento del capitale proprio superiore al 15%, è più che triplicato.

Questo cambiamento è evidente nei singoli mercati: Taiwan e Corea sono i maggiori fornitori mondiali di semiconduttori avanzati e chip di memoria utilizzati nei data center per l’intelligenza artificiale. La Cina domina i mercati dei veicoli elettrici e delle batterie impiegate nei trasporti e nei sistemi di accumulo dell’energia. L’India produce gran parte dei vaccini utilizzati a livello globale e fornisce una quota significativa dei servizi software in outsourcing. Non si tratta più di economie emergenti che esportano materie prime e componenti, ma di Paesi che realizzano prodotti finali ad alto valore aggiunto destinati alla quarta rivoluzione industriale.

La crescita degli utili e le valutazioni: perché i mercati emergenti meritano attenzione

Nel lungo periodo, il principale motore dei rendimenti azionari è la crescita degli utili. Per il 2026, gli utili delle società dei mercati emergenti sono attesi in crescita del 50%, quasi il doppio rispetto a quelli statunitensi. Dopo un decennio perduto per gli utili, tra il 2012 e il 2022, oggi fattori strutturali stanno sostenendo una crescita annualizzata degli utili per azione vicina al 40% nei prossimi due anni. Nonostante queste prospettive favorevoli, i mercati emergenti continuano a essere scambiati con uno sconto del 38% rispetto ai mercati sviluppati in termini di rapporto prezzo/utili.

C’è inoltre un nuovo elemento a favore di questa tesi d’investimento: le società dei mercati emergenti, soprattutto in Cina e Corea, prestano una crescente attenzione agli interessi degli azionisti. In Cina, alle imprese statali è richiesto di conseguire rendimenti del capitale proprio più elevati. In Corea, una nuova legge commerciale ha rafforzato la responsabilità degli amministratori nei confronti degli azionisti e ha introdotto una riforma della fiscalità sui dividendi. I rendimenti netti derivanti dai riacquisti di azioni proprie (buyback), rimasti negativi per anni nell’intera regione, sono tornati in territorio positivo per la prima volta nell’ultimo decennio.

 

I dubbi più frequenti sui mercati emergenti

Il divario di volatilità rispetto ai mercati sviluppati si è ridotto drasticamente: da sette punti percentuali di dieci anni fa a un solo punto oggi. Anche la volatilità valutaria è scesa, passando dal 9% al 5%, e continua a diminuire.

Serve un dollaro più debole per ottenere rendimenti? Non necessariamente. Storicamente, i mercati emergenti hanno registrato le migliori performance settimanali quando il dollaro è rimasto stabile o si è mosso all’interno di un intervallo considerato normale.

Che cosa è cambiato? Molti mercati emergenti sono diventati sempre più autosufficienti sul fronte dei finanziamenti e più disciplinati dal punto di vista delle politiche economiche, grazie a banche centrali più solide, maggiori riserve, valute più flessibili e una base di investitori locali più ampia.

Le aspettative sugli utili sono troppo ottimistiche? Le previsioni di crescita degli utili restano elevate. Il principale motore è il boom degli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, che sostiene in particolare i settori dell’information technology e degli industriali. Un fattore da monitorare attentamente, ma non da sottovalutare.

Il posizionamento completa il quadro

I mercati emergenti rappresentano il 12% dell’MSCI All Country World Index, ma solo il 5,8% delle allocazioni degli investitori globali, ben al di sotto del 13% registrato nel 2010.

Uno sguardo ai rischi

Come nei mercati sviluppati, anche l’investimento nei mercati emergenti comporta dei rischi. Le previsioni sugli utili potrebbero rivelarsi troppo ottimistiche, le valute potrebbero indebolirsi e le riforme in materia di governance societaria potrebbero subire un’inversione di tendenza. Tuttavia, i livelli di valutazione dei mercati emergenti offrono un margine di sicurezza che potrebbe contribuire a contenere i ribassi qualora uno di questi fattori favorevoli venisse meno.

La tesi d’investimento

L’opportunità di investire nei mercati emergenti in questa fase del ciclo si fonda su quattro fattori chiave: il ruolo crescente dei settori della “new economy” come motore dei mercati, una crescita degli utili più sostenuta, una riduzione strutturale del premio per il rischio rispetto ai mercati sviluppati e una maggiore attenzione agli interessi degli azionisti di minoranza e alla redditività del capitale proprio. A questi elementi si aggiungono fattori strutturali di lungo termine, quali l’espansione della classe media e dei consumi, la maggiore diffusione dei servizi finanziari e la transizione energetica, inclusa la crescente elettrificazione dell’economia. Nel loro insieme, questi fattori delineano un interessante profilo rischio-rendimento per i mercati emergenti, anche tenendo conto dei recenti rialzi.