Beth Beckett, Economist di Capital Group

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Con gli hyperscaler statunitensi che trainano il boom dell’intelligenza artificiale, l’Europa è finora rimasta in gran parte ai margini dell’entusiasmo che circonda questa tecnologia. Tuttavia, sebbene l’Europa abbia in larga misura mancato la corsa alla creazione di propri modelli di frontiera, la lezione delle passate rivoluzioni tecnologiche è che il vero premio finale – una crescita più sostenuta della produttività – dipenderà meno dal luogo in cui la tecnologia viene sviluppata che da quanto efficacemente essa verrà adottata.

Beth Beckett

Finora i progressi sono lenti. Mentre nel 2025 la produzione per ora lavorata è cresciuta di oltre il 2% negli Stati Uniti, nell’area dell’euro e nel Regno Unito è aumentata appena. Naturalmente, il divario nella crescita della produttività tra Stati Uniti ed Europa non è una novità: dagli anni Novanta gli incrementi registrati negli Stati Uniti superano quelli europei, soprattutto grazie ai guadagni del settore tecnologico americano.

Tuttavia, la più recente divergenza suggerisce che l’Europa rischia di rimanere ancora più indietro.

La buona notizia: gli utilizzatori europei dell’IA ottengono guadagni simili a quelli statunitensi…

L’Europa parte da una posizione più solida di quanto spesso si ritenga. Dopo gli Stati Uniti, i Paesi europei sono tra quelli meglio posizionati per beneficiare dell’adozione dell’intelligenza artificiale.

Gli indici che misurano il grado di “preparazione all’IA” (AI preparedness), elaborati dal Fondo Monetario Internazionale e da think tank specializzati in politiche pubbliche, collocano costantemente i Paesi europei davanti a quelli dell’Asia e dell’America Latina. Francia, Germania e Regno Unito tendono a ottenere punteggi particolarmente elevati, immediatamente dietro agli Stati Uniti.

Le stime dell’OCSE suggeriscono che la crescita della produttività del lavoro potrebbe aumentare di 1-1,25 punti percentuali all’anno negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Mentre Germania e Francia seguirebbero da vicino, con un incremento compreso tra 0,7 e 1,1 punti percentuali.

Ciò significherebbe triplicare il tasso medio di crescita della produttività registrato nel Regno Unito e in Francia dal 2010 e raddoppiarlo in Germania.

Anche le imprese europee, una volta adottata l’intelligenza artificiale, riportano benefici di entità analoga a quelli osservati in altre parti del mondo.

La Commissione europea rileva incrementi della produttività del lavoro auto-dichiarati pari a circa il 4,5%, equivalenti a un risparmio di tempo di circa il 7,5% al mese nell’ambito di una settimana lavorativa standard di 40 ore. Nel frattempo, uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) rileva che le imprese che adottano l’intelligenza artificiale registrano una produttività del lavoro superiore del 4%, anche tenendo conto delle differenze tra Paesi e tra settori di attività. 

Ma attenzione al divario (nell’adozione)

L’adozione dell’intelligenza artificiale in Europa ha accelerato. I dati dell’UE mostrano che nel 2025 il 20% delle imprese utilizzava l’IA, con un aumento di 6,5 punti percentuali rispetto al 2024. Inoltre, un’indagine ad hoc della Commissione europea, condotta tra febbraio e marzo 2026, ha rilevato che poco più della metà degli europei utilizza l’IA. Mentre una persona su quattro la impiega sul lavoro. I lavoratori più giovani, con un livello di istruzione più elevato e residenti nei Paesi più innovativi (come Svezia e Paesi Bassi) hanno dichiarato con maggiore probabilità di utilizzare l’IA.

Nonostante questi progressi, tuttavia, i tassi di adozione restano inferiori a quelli degli Stati Uniti. Un’indagine pubblicata dalla Brookings Institution ha rilevato che nel 2026 il 43% dei lavoratori statunitensi dichiarava di utilizzare l’IA per il proprio lavoro, contro il 32% dei lavoratori europei. Inoltre, questo divario si è ampliato rispetto al 2025, quando le percentuali erano rispettivamente del 39% e del 31%.

Ancora più significativo è il ritardo europeo nell’uso intensivo dell’IA. Circa il 20% dei lavoratori negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svezia, nei Paesi Bassi e in Germania aveva utilizzato l’IA generativa almeno una volta nella settimana precedente all’indagine. Tuttavia, mentre il 15% dei lavoratori statunitensi l’aveva utilizzata ogni giorno durante quella settimana, in Europa la media era appena del 6%. Il dato varia da quasi l’8% in Svezia e nel Regno Unito a meno del 5% in Germania, Francia e Italia.

Quanto meno intensamente i lavoratori utilizzano l’IA, tanto più contenuto e lento sarà verosimilmente il suo impatto sulla produttività. I divari nell’adozione tra Stati Uniti ed Europa, così come quelli tra i diversi Paesi europei, riproducono il modello di divergenza osservato durante la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).

Gli americani sono più bravi con l’IT

In un recente intervento, il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, ha evidenziato alcuni fattori strutturali che limitano l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in Europa, tra cui la prevalenza di imprese di piccole dimensioni, una minore presenza di settori ad alta intensità tecnologica e un contesto normativo incerto e gravoso.

Tuttavia, un recente studio della Brookings Institution, che analizza l’adozione dell’IA in Europa e negli Stati Uniti, rileva che questi fattori spiegano solo circa la metà del divario e sostiene che la parte restante sia riconducibile alle differenze nella qualità del management.

Utilizzando un indice di “gestione del personale” (personnel management) – basato sulla capacità delle imprese di premiare le performance, promuovere il merito e affrontare i casi di scarso rendimento – lo studio mostra che un aumento di una deviazione standard nel punteggio dell’indice è associato a un incremento di quasi 10 punti percentuali nell’adozione dell’IA. Questa conclusione non rappresenta una novità.

Diversi studi mostrano che, durante la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) negli anni Novanta e Duemila, le imprese statunitensi registrarono una crescita della produttività più rapida rispetto a quelle europee, poiché le aziende americane, grazie a una migliore qualità manageriale, furono in grado di riorganizzare i processi produttivi attorno alle nuove tecnologie in modo più efficace.

Vi sono comunque segnali incoraggianti del fatto che alcuni Paesi europei stiano cercando di affrontare queste criticità. Ad esempio, tutele occupazionali più forti e sistemi retributivi più rigidi rendono generalmente più difficile per le imprese europee riorganizzarsi e incentivare le prestazioni. Tuttavia, la Germania ha recentemente approvato riforme che facilitano l’assunzione e il licenziamento dei lavoratori, oltre a consentire con maggiore facilità la remunerazione dei dipendenti attraverso stock option.

Nel frattempo, anche la Commissione europea sta valutando modalità per rendere più flessibile l’AI Act nell’ambito della propria strategia volta a rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione. Inoltre, in Europa esistono alcuni poli di eccellenza: uno dei pochi successi recenti del Regno Unito è rappresentato dalla crescente concentrazione di imprese dell’intelligenza artificiale nell’area di Londra.

Tuttavia, senza uno sforzo più deciso per completare il mercato unico europeo o una cultura più favorevole alle operazioni di fusione e acquisizione transfrontaliere (M&A), è improbabile che molte imprese europee riescano a raggiungere la scala necessaria per sostenere i consistenti investimenti fissi richiesti dall’intelligenza artificiale. Ciò lascia prevedere una diffusione più lenta della tecnologia e una minore propensione delle imprese a riorganizzare i processi produttivi. Con il rischio di limitare i potenziali guadagni di produttività in Europa.