Settimana difficile per i mercati. Quattro fronti aperti convergono sulla riunione della Fed di mercoledì. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

I temi chiave sono rendimenti verso il 5%, greggio sopra i 100 dollari, un nuovo fronte nel Mar Rosso e i primi dubbi espliciti sull’intelligenza artificiale

Settimana in arrivo considerata molto complicata, con il decennale Usa vicino a 5%, il Federal Open Market Committee della Fed mercoledì, che dovrebbe dare una conferma al rialzo dei tassi che il mercato considera probabile al 90%, nonostante un riluttante Warsh, e il petrolio Brent che ha chiuso la settimana a 104 dollari, ma non ha ancora scontato l’avanzata degli Houti in Yemen e la conseguente chiusura dell’oleodotto East-West da parte dell’Arabia Saudita. Ciliegina sulla torta i dubbi sull’intelligenza artificiale esposti nel weekend da Anthropic e altre società leader. In questo contesto vale la pena sentire come iniziano la settimana gli analisti delle maggiori case finanziarie del pianeta.

James Thorne, chief market strategist di Wellington-Altus, ha offerto la lettura più tagliente del rialzo atteso: a suo giudizio non c’è stato alcun cambiamento sostanziale nelle prospettive di inflazione e la mossa serve piuttosto a rassicurare i mercati. Thorne osserva che un aumento dei tassi non produce barili di greggio, non amplia la capacità di raffinazione e non ripara le rotte interrotte: comprime la domanda, gli investimenti, l’occupazione e il potere d’acquisto delle famiglie. Nota, inoltre, che la crescita salariale è rallentata al 3,1% annuo.

Nella stessa direzione va, con parole più istituzionali, Goldman Sachs: il dato sui prezzi al consumo non ha modificato in modo sostanziale le previsioni della banca sull’inflazione di fondo, ma il Comitato vorrà evitare la reazione di mercato che seguirebbe a una decisione di non muoversi con il consensus che assegna a un rialzo quasi il 90% di probabilità. È la definizione di una banca centrale che segue i prezzi anziché guidarli.

Cayla Seder, macro multi-asset strategist di State Street, ha riassunto il clima parlando di un periodo di forte incertezza, con rendimenti in salita e aspettative di rialzo in salita insieme, e una quota di nervosismo che il mercato deve ancora incorporare.

La posizione opposta è rappresentata da Citi, secondo la quale i rendimenti stanno salendo per ragioni sane: il miglioramento delle aspettative di crescita e la solidità degli utili confermano un quadro fondamentale robusto. UBS ha raddoppiato la scommessa prevedendo due rialzi nel 2026 e mantenendo una view costruttiva sull’azionario globale, pur riconoscendo che rendimenti più alti generano volatilità di breve. Goldman Sachs Asset Management resta sovrappesata sull’azionario, segnalando però che l’ambiguità sulla funzione di reazione del nuovo presidente della Fed è essa stessa una fonte di volatilità sui tassi. Wells Fargo Investment Institute, in una nota di giovedì, sostiene che gli investitori guarderanno oltre tassi più alti, petrolio caro ed elezioni di midterm, concentrandosi sulla crescita e sugli utili fino a fine anno e nel 2027.

Un’ultima misura, la più difficile da interpretare. Venerdì l’indice VIX ha chiuso a 15,84, in calo dell’11,21%. Con il decennale a un soffio dal 5%, il greggio sopra i 100 dollari, una banca centrale che sta per invertire il ciclo e il settore trainante del listino sotto esame, la volatilità implicita sull’S&P 500 resta sotto 16 punti. O il mercato ha già metabolizzato tutto, oppure non ha ancora cominciato.