Silicon Valley tra catastrofismi, politica e interessi. Gli effetti sul mercato. Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners SGR

Non si è mai vista l’industria del tabacco sottolineare di sua iniziativa i pericoli del fumo. Non sono note linee aeree che abbiano fatto campagne di comunicazione in cui dicono che i loro aerei potrebbero cadere.
Come si spiega allora che alcuni dei più importanti produttori di linguaggi artificiali abbiano fatto propria la denuncia di un ex dipendente di Openai e di Anthropic, che si è dimesso dichiarando in un tweet che nel settore tutti sanno che l’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio?
Come mai nessuno nel settore ha fatto notare che nel tweet non veniva portata nessuna prova di quella sconcertante affermazione e molti hanno anzi affermato che bisogna rallentare la ricerca e lo sviluppo dei linguaggi?
Per cercare di capire quello che sta succedendo bisogna separare nettamente il tema della sicurezza dell’AI dalle ragioni per cui la questione, nota da anni, è stata strumentalmente sollevata proprio adesso. Ora, la sicurezza è certamente un tema molto importante, ma non abbiamo mai bloccato una tecnologia, con l’eccezione del nucleare civile, perché poteva diventare pericolosa. Usiamo l’auto anche se ci sono spesso incidenti e costruiamo case, dighe e ponti anche se ogni tanto crollano.
È dunque possibile che il settore più a leva e più sottocapitalizzato dell’AI, quello che brucia cassa ogni giorno in grandi quantità veda con preoccupazione l’avvicinarsi del collocamento dei suoi titoli sul mercato azionario su valutazioni elevate e cerchi di organizzarsi come un oligopolio, chiedendo la protezione del governo.
Oligopolio, in pratica, significa essere protetti di più dalla concorrenza di nuovi arrivati che in futuro potrebbero affollare il settore. Significa anche essere protetti di più dalla concorrenza dei produttori cinesi, la cui quota di mercato in Occidente è passata dal 2 per cento nel 2024 al 20 per cento alla fine del 2025. Né i nuovi produttori open source né tantomeno i cinesi, dicono gli attuali leader di mercato, garantirebbero la sicurezza dei modelli. Da qui la richiesta di accentrare la produzione di AI in poche mani fidate che abbiano l’appoggio concreto dei governi, suggellato eventualmente da una partecipazione pubblica all’azionariato e da una garanzia implicita di salvataggio in caso di difficoltà finanziarie.
L’ansia si allarga anche al timore di azioni legali nel caso l’AI produca dei danni. Ecco allora la proposta di un controllo di parti terze sulla qualità dei modelli che copra da responsabilità civili e penali.
La fragilità di alcuni protagonisti dell’AI potrebbe un giorno ripercuotersi sui fornitori di potenza di calcolo e sui produttori di hardware e di data center. Tutti questi settori sono però molto più solidi dei produttori puri di modelli, sono più diversificati e hanno valutazioni di mercato decisamente più sostenibili. Nel complesso, non sembra ancora arrivato il momento di dichiarare avviato alla sua parabola discendente il boom dell’AI.
L’importanza strategica dell’AI è stata ribadita con nettezza da Trump, che continua a volerla regolare il meno possibile. Un eventuale Congresso democratico, l’anno prossimo, potrebbe introdurre qualche forma di controllo, ma rimarrebbe favorevole al forte sviluppo del settore, anche in chiave anticinese.
Il settore rimane dunque estremamente vitale. La vitalità non esclude però, anzi implica, che la concorrenza interna porti al ridimensionamento dei protagonisti più fragili e a una discesa generalizzata dei margini di profitto. La Cina che si mette a produrre semiconduttori su larghissima scala per uscire definitivamente dalla dipendenza da Taiwan e dall’America e gli hyperscalers americani che hanno iniziato a produrre superchip avanzati per sfuggire al monopolio di Nvidia mostrano che l’inflazione da AI che abbiamo visto finora potrebbe presto trasformarsi in deflazione. I benefici, a quel punto, sarebbero più per gli utilizzatori finali che per i produttori.
Il fatto che non stiamo assistendo alle ultime battute del boom dell’AI ci dice anche che il rialzo azionario, in leggero affanno anche per motivi stagionali, non è esaurito. Rispetto agli ultimi trimestri, tuttavia, il rialzo sarà meno concentrato e meglio distribuito.

