Per mezzo secolo l’Arabia Saudita è stata l’architrave del Medio Oriente: il produttore che dettava il ritmo all’OPEC, il partner di sicurezza di Washington, l’esportatore con le rotte sempre aperte. Nel settembre 2026 nessuna di queste certezze regge più. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Arabia Saudita

In un giorno in cui le cronache sono dominate dalla Fed che rialza i tassi, anche (e soprattutto) per il caro petrolio, ha un senso esaminare gli equilibri in Medio Oriente, finora fortemente legati al ruolo dell’Arabia Saudita. Ma questo ruolo esiste ancora? Si comincia dalla geografia. Con Hormuz di fatto chiuso dall’Iran, Riyadh aveva deviato circa 5 milioni di barili al giorno sull’oleodotto Est-Ovest, 1.200 chilometri fino a Yanbu, sul Mar Rosso.

I numeri seguono

Ad agosto Riyadh ha comunicato all’OPEC una produzione di 6,238 milioni di barili al giorno, la più bassa dal 1990; le stime esterne sono più alte, ma la direzione è quella. E il greggio sopra i 100 dollari non basta, se i barili non partono: nel primo trimestre il deficit pubblico ha toccato 126 miliardi di riyal, record storico. Il secondo trimestre è andato meglio, ma a fine giugno il disavanzo del semestre, 42,6 miliardi di dollari, era già vicino all’obiettivo fissato per l’intero anno.

Qui si incrina il biglietto da visita del principe ereditario. Vision 2030 doveva emancipare il paese dal petrolio; ad aprile il fondo sovrano PIF ha ridotto i finanziamenti a NEOM e ai grandi progetti turistici, spostando risorse sull’intelligenza artificiale. Una presentazione interna del 2023, rivelata dal Wall Street Journal, stimava per NEOM costi di 8.800 miliardi di dollari al 2080, su ipotesi giudicate poi improbabili. Il paradosso è evidente: il piano per uscire dalla dipendenza dal greggio si finanzia sempre più con debito garantito dai ricavi futuri del greggio

Poi c’è Washington

Dopo l’intesa del 2023 mediata da Pechino, Riyadh stava disinnescando l’Iran per via diplomatica: l’ultima visita ufficiale saudita a Teheran è del dicembre 2025. La guerra iniziata a febbraio ha travolto quel disegno. Secondo il CSIS, il regno ne paga il prezzo senza averla scelta e vede ormai negli Stati Uniti anche una fonte di rischio. Né gli anni di acquisti di armamenti hanno pesato: secondo un alto ufficiale yemenita, l’aviazione saudita non ha nemmeno tentato di fermare l’avanzata su Mocha. Il regno ha perfino rinunciato a rispondere all’attacco partito dall’Iraq, su richiesta di Baghdad. E cerca altri ombrelli, come il patto di difesa con Turchia e Pakistan.

Anche il fronte del Golfo si sfilaccia. A maggio gli Emirati hanno lasciato l’OPEC, un colpo diretto al ruolo guida di Riyadh nel cartello, e Michael Wahid Hanna, dell’International Crisis Group, descrive una frattura crescente tra Abu Dhabi e Riyadh, le due capitali che si erano presentate come alfieri della modernizzazione.

La domanda che nessuno pone

Resta la domanda che a Riyadh nessuno pronuncia. Mohammed bin Salman ha costruito il suo potere scavalcando anzianità e consenso familiare: nel 2017 tre dei 34 membri del Consiglio di fedeltà votarono contro di lui, e lo stesso anno principi e uomini d’affari furono trattenuti al Ritz-Carlton. Oggi non emergono segnali visibili di una resa dei conti, ma re Salman ha 90 anni. Una successione in piena guerra sarebbe la prova più dura per un regno che, per la prima volta da decenni, le regole non le detta più: le subisce.