Emergono i presupposti per ricalibrare il posizionamento dei portafogli: incrementando in modo misurato e selettivo il beta direzionale e la ciclicità. Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco

L’innalzamento dei tassi da parte della Federal Reserve introduce una ridefinizione delle dinamiche di mercato e di correlazioni cross-asset. La stretta monetaria può infatti trasformarsi in un catalizzatore positivo per gli asset ciclici, soprattutto se il suo effetto primario è il ripristino di quel bagaglio di credibilità che la guida Warsh ha stentato a conquistare negli ultimi mesi e che ne ha sottolineato l’elevato valore intangibile.
Con il recente rialzo unanime, il primo dal 2023, la Fed ha tradotto il messaggio portato al simposio di Jackson Hole in azioni concrete, un riposizionamento importante considerando anche le pressioni politiche in vista delle elezioni di mid-term. Le implicazioni sono già visibili nella struttura del mercato obbligazionario, con il term-premium che si stabilizza, l’appiattimento della curva dei Treasury sul tratto 10-30 anni ed i livelli di inflazione break-even sui TIPS in diminuzione.
Il mercato ha probabilmente sovra interpretato il tono restrittivo della conferenza stampa. La comunicazione di Warsh suggerisce infatti un’evoluzione pragmatica nel framework della Federal Reserve. Un progressivo allontanamento dalle stime teoriche sul tasso neutrale a favore di un approccio più diretto, concentrato sulla relazione tra i tassi di riferimento e le dinamiche dell’inflazione a medio termine. L’innalzamento dei tassi viene quindi giustificato da un outlook inflattivo peggiorato a causa del conflitto in Iran e di una crescita robusta, unito alla valutazione che la politica monetaria attuale non stia frenando in modo significativo né il mercato del lavoro né i mercati finanziari.
L’intervento della Bank of Japan, che ha innalzato i tassi all’1,25%, si è configurato come un “dovish hike”. La reazione dei mercati, caratterizzata da azionario domestico solido e Yen in deprezzamento, conferma come il mercato percepisca i vincoli politici di questa normalizzazione. Il dissenso interno al board e la spinta del governo verso una politica fiscale proattiva delineano un limite implicito all’irripidimento della curva dei JGB, imponendo una forma di dominanza fiscale.
Per i portafogli globali questa dinamica agisce da stabilizzatore. L’impossibilità di un rialzo aggressivo dei tassi giapponesi garantisce il mantenimento di un differenziale reale sufficientemente ampio da scongiurare un aggiustamento disordinato del “carry trade”, mentre una valuta giapponese strutturalmente debole, pur se maggiormente volatile, continua a supportare gli utili degli esportatori.
A livello microeconomico, la spinta al rialzo nella produttività aziendale si conferma la variabile chiave per la stabilizzazione del ciclo. I dubbi emersi sul ritmo di crescita nel ciclo di investimenti legato all’AI sembrano ancora poco concreti. Il livello di Capex è infatti confermato, le stime di crescita degli utili non hanno subito alcun aggiustamento al ribasso mentre la corsa alle infrastrutture elettriche rimane un tema globale in cui l’economia cinese sta trovando un nuovo posizionamento strategico importante.
La persistenza delle frizioni geopolitiche e l’imprevedibilità del quadro in Medio Oriente impongono il mantenimento di un premio al rischio sulle quotazioni del greggio. I costi di trasporto, la logistica e la capacità di raffinazione globale rimangono elementi molto importanti per il breve periodo. Tuttavia, l’assorbimento dei recenti snodi di politica monetaria consegna un quadro macro con maggiore visibilità, in cui i rischi di coda appaiono maggiormente circoscritti. A fronte di un’espansione macroeconomica che si conferma resiliente e di crescita dei profitti accompagnata da dinamiche di produttività, emergono i presupposti per ricalibrare il posizionamento dei portafogli, incrementando in modo misurato e selettivo il beta direzionale e la ciclicità.

