
L’indice Msci Emerging Markets in dollari ha chiuso il 2025 con un rimbalzo del 33,57% rispetto al 22,34% di Msci All Countries e al 21,09% di Msci World. Da gennaio ad agosto di quest’anno il rialzo è del 24,08%, superiore ancora una vola a quello dei mercati sviluppati (Dm). Proprio per questa ragione, gli investitori si stanno interrogando se, a questo punto, la sovraperformance degli emergenti sia destinata o meno a durare.
Secondo Alison Shimada, head of the totale emerging markets equity e senior portfolio manager di Allspring: “Il ritorno dei mercati emergenti non è finito. Dopo oltre un decennio in cui l’indice ha fatto peggio dei Dm, è solo dallo scorso anno che la tendenza si è invertita trainata in particolare dal tema dell’intelligenza artificiale (Ai).
Penso che la leadership nei mercati cambi ogni dieci anni e questa volta si è dovuto attendere più a lungo a causa della pandemia. Gli Stati Uniti hanno conosciuto due lustri di performance particolarmente forti, ma ora si è entrati in un corso da cui gli Em stanno guadagnando forza: verso la fine di settembre il loro rialzo è superiore non solo all’S&P500, ma anche al Nasdaq”.
Un universo un po’ troppo ignorato
Ma la cosa che più stupisce, ricorda sempre Shimada, è che “alcuni investitori americani non siano nemmeno consapevoli che ciò sia avvenuto, un segnale che dimostra come quello degli Em non sia ancora un trade affollato”. E forse è proprio a causa di un “recency bias”, che tende a dare maggiore importanza alle esperienze più recenti rispetto a quelle più lontani nel tempo, che questi operatori si sono dimenticati che già dal 2000 al 2009 i titoli Em avevano fatto meglio dell’azionario americano.
“Stanno perdendo un’opportunità d’investimento” senza rendersene conto. La portfolio manager continua a essere positiva su quest’area geografica, che ritiene sia entrata in una “fase espansiva pluriennale”, nonostante le questioni geopolitiche non accennino a diminuire e nei confronti delle quali i paesi Em hanno dimostrato di essere resilienti.
Valutazioni attrattive
A sostegno di questa convinzione ci sono le valutazioni. Il P/E dell’indice Msci Em è 11,6, ai minimi degli ultimi 20 anni, rispetto al multiplo dell’S&P 500 che è 21,5, entrambi i valori calcolati sulla base del P/E prospettico a giugno 2026. Anche le borse emergenti rivestono un ruolo importante nella fase di sviluppo dell’Ai, essendo gli abilitatori di questa tecnologia. “Le aziende della catena di approvvigionamento nei mercati emergenti sono i motori dell’Ai, poiché i data center e i fornitori di chipset si affidano tutti alle filiere negli Em per la produzione di componenti.
Certamente, se emergessero dei problemi legati a questa tecnologia o dei rallentamenti degli investimenti, anche l’universo degli emergenti ne risentirebbe, ma è innegabile che al suo interno si potrebbero trovare altre opportunità. Si potrebbe aumentare ad esempio l’esposizione all’India o, meglio ancora, alla Cina, i cui fondamentali non sono entusiasmanti, è vero, ma la questione è ben nota al mercato.
Detto ciò, la crescita degli utili aziendali, sia nel 2025, sia nel 2026, è legata più o meno direttamente all’Ai. Si tratta di un fatto innegabile e, indipendentemente dal parere dei singoli individui, ritengo che questo sarà un tema che, come il cambiamento climatico, continuerà a essere presente e a cui bisognerà cercare di adattarsi”.
Ancora una volta, però, “bisogna prestare attenzione alle valutazioni e alla performance dei titoli, senza farsi catturare dalla paura di perdersi un’occasione d’investimento. E in questo senso, diventa fondamentale la gestione del rischio: al momento nei nostri portafogli Em continuiamo ad adottare un approccio selettivo, mantenendo un sottopeso sulla tecnologia e sui mercati di Corea del Sud e Taiwan, che hanno già beneficiato di performance particolarmente solide.
Investire nelle aziende
Tuttavia, nonostante ci siano temi che possono sulla carta trascinare il mercato, per Shimada è fondamentale una strategia che si concentri su aziende con un management forte e capace di leggere i cambiamenti che avvengono nelle diverse industrie.
I mercati emergenti sono “un’asset class in cui è il picking a fare la differenza, la singola azienda, che viene individuata dopo avere delineato lo scenario macroeconomico in cui opera, e che è dotata di una classe manageriale conoscitrice dei mercati e capace di anticiparne le tendenze e i bisogni”.
A tale proposito, un altro aspetto che non va sottostimato è come le stesse imprese abbiano riconosciuto l’importanza di remunerare in modo adeguato i propri azionisti: il numero di società che distribuiscono dividendi è sensibilmente aumentato negli ultimi 20 anni.
I rischi all’orizzonte
Aspettative positive per la classe di attivo non può però ignorare quanto sta avvenendo sui mercati internazionali. L’aumento dei tassi d’interesse e l’atteggiamento più cauto delle banche centrali, anche da parte della Fed, non preoccupa particolarmente l’asset manager sugli impatti che ciò potrebbe avere sull’azionario Em: soprattutto nelle attuali condizioni di mercato in cui non ci si attende un inasprimento della politica monetaria in tempi brevi e per ammontare consistenti.
Anche per quanto riguarda il dollaro, le aspettative sono che il dollaro, nel lungo periodo, si indebolisca. Un aspetto, quest’ultimo, che viene considerato positivo per gli Em. Diversa invece è la questione energetica, perché il prezzo del petrolio è salito molto e non sembra immediata una discesa significativa, a meno che non si risolva il conflitto in atto in Medio Oriente. I paesi emergenti, Asia in primis, dipendono dalla importazione di idrocarburi e l’aumento dei prezzi potrebbe creare nel breve periodo delle tensioni.

