Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Il Brent torna sopra i 106 dollari dopo il no di Trump alla proposta iraniana, mentre il decennale americano resta sopra il 5%. PCE e occupazione decideranno se la pressione dura fino a venerdì.
La settimana si apre con i due fattori che hanno dominato settembre ancora in primo piano: il prezzo del petrolio e i rendimenti dei titoli di stato americani. Nelle contrattazioni della notte il Brent è tornato vicino a 108 dollari al barile, per scendere intorno a 107,5% alle 8 di mattina europee, mentre il WTI ha superato quota 94. Il motivo è politico. Domenica Donald Trump ha respinto la proposta iraniana di riaprire lo Stretto di Hormuz in sette giorni, sostenendo che Teheran ha chiesto troppo. Il presidente ha detto però di aspettarsi una ripresa dei negoziati in settimana, mentre l’Iran fa sapere che non ammorbidirà le proprie condizioni.
Per il greggio, quindi, la direzione dei prossimi giorni dipende più dal tavolo diplomatico che dai dati. La settimana scorsa lo ha mostrato con chiarezza: forte calo lunedì, rimbalzo mercoledì, nuova discesa venerdì. Sotto la volatilità resta però un quadro tirato. Secondo l’EIA, l’agenzia statistica americana per l’energia, le scorte mondiali sono scese di circa 400 milioni di barili da inizio anno e continueranno a calare fino a dicembre.
Sul fronte obbligazionario il decennale del Tesoro Usa ha chiuso venerdì 25 settembre al 5,17%, dopo il 5,18% del giorno prima, il livello più alto dal 2007. Alle 8 di stamattina (ora europea) aveva superato 5,21%. Dopo il rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve il 16 settembre, il primo in tre anni, il mercato considera probabile un’altra stretta alla riunione del 28 ottobre.
Due appuntamenti diranno se la pressione sui rendimenti è destinata a durare. Mercoledì 30 settembre, giorno di chiusura del trimestre, arriva l’indice dei prezzi PCE, la misura d’inflazione preferita dalla Fed. Venerdì 2 ottobre tocca al rapporto sull’occupazione. Un dato più alto delle attese su uno dei due fronti alimenterebbe le vendite di Treasury; una lettura più debole potrebbe invece offrire una tregua.
Sarebbe però semplicistico leggere tutto come una catena petrolio-inflazione-tassi. Gli analisti di Brown Brothers Harriman osservano che la salita oltre il 5% del decennale è spinta soprattutto dai rendimenti reali, non da un aumento delle aspettative d’inflazione di lungo periodo. È il segno di un’economia americana più robusta del previsto. Ne segue che un buon dato sull’occupazione potrebbe spingere i rendimenti al rialzo anche con il greggio in calo.
Finora Wall Street ha retto grazie alla tecnologia, mentre soffrono i settori più sensibili ai tassi. Fino a venerdì il copione rischia di restare lo stesso.

