A colloquio con Dan Carter, Investment Manager Japanese Equities di Jupiter AM

Value, Giappone

Il Nikkei è un indice con circa il 40% concentrato in semiconduttori e hardware. Tale quota significativa ne amplifica i progressi ma lo espone ai rallentamenti degli investimenti tecnologici. A questi livelli delle quotazioni, come valutate e gestite questo rischio specifico?

Il Nikkei 225 è un indice ponderato per il prezzo, non per la capitalizzazione di mercato. Questo significa che i titoli con un prezzo per azione più alto hanno un peso maggiore, indipendentemente dal valore complessivo della società.

Dan Carter

Questo genera forti distorsioni. Ad esempio, Fast Retailing (proprietaria di UniQlo) pesa circa il 9% dell’indice, mentre Sony pesa solo l’1%, nonostante Sony abbia una capitalizzazione di mercato, ricavi e utili netti notevolmente superiori.

Per questo motivo, i gestori non utilizzano il Nikkei 225 come benchmark, preferendo il Topix, che è ponderato per la capitalizzazione di mercato e corretto per il flottante. L’esposizione al Nikkei tramite futures richiede quindi molta più attenzione da parte degli investitori rispetto a un investimento basato sul Topix.

Il punto più generale, ovvero che il mercato giapponese, anche nella forma dell’indice Topix costruito in modo più razionale, sia stato sostenuto in misura significativa dalla performance del comparto tecnologico, merita l’attenzione degli investitori. I beneficiari dello sviluppo delle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale hanno registrato buone performance per oltre un anno ma questo fenomeno non riguarda esclusivamente le tradizionali società “tech”, come i produttori di chip e di apparecchiature per la produzione di semiconduttori.

Sempre più spesso, le società giapponesi che producono componenti elettronici, macchinari e prodotti chimici stanno constatando che la domanda legata ai data center per l’AI è diventata il principale driver dei loro ricavi. La sfida per gestori come noi consiste nel comprendere l’effettiva esposizione a questo flusso di ricavi, indipendentemente dall’attività principale dichiarata di ciascuna società.

Al di là del peso della componente tecnologica legata all’AI, ritenete che il Nikkei possa contare sul contributo di forze strutturali per proseguire il trend rialzista?

Guardando oltre il comparto tecnologico, i titoli giapponesi presentano numerosi elementi di interesse. Per decenni il Giappone è stato una trappola del valore: valutazioni basse, scarso interesse da parte degli investitori e, a ragione, poco apprezzato. Ora questo sta cambiando. Una rivoluzione culturale silenziosa, sostenuta dal governo, dalla Borsa di Tokyo e dal colosso previdenziale GPIF, ha trasformato l’azionista, un tempo relegato in secondo piano, in un interlocutore centrale per le società. La redditività, un tempo considerata quasi motivo di imbarazzo, è oggi vista come un elemento di interesse nazionale; accumulare liquidità non è più considerato sinonimo di prudenza ma un freno al rinnovamento del Paese.

I conglomerati blue-chip stanno dismettendo divisioni poco dinamiche per concentrarsi su ciò che sanno fare meglio, mentre dividendi e buy-back vengono distribuiti con una frequenza che non si vedeva da decenni. Gli investitori se ne sono accorti. Le famiglie giapponesi, segnate dal crollo della bolla di trent’anni fa, stanno tornando a interessarsi al mercato azionario ora che l’inflazione minaccia il potere d’acquisto della liquidità.

Gli investitori esteri, alle prese con valutazioni elevate negli Stati Uniti e con i rischi legati alla Cina, trovano in Giappone un mix raro: prezzi ragionevoli, una relativa stabilità politica e un settore corporate che sta finalmente facendo ordine al proprio interno. Un ulteriore elemento di attrattiva è rappresentato dal ruolo del Giappone nella filiera dell’intelligenza artificiale: le sue società attive nelle apparecchiature e nei materiali per la produzione di chip sono diventate improvvisamente indispensabili, anziché semplicemente competitive.

Tutto questo ha conseguenze per i portafogli. I capitali che un tempo sarebbero confluiti quasi automaticamente sui mercati statunitensi si stanno orientando verso una maggiore diversificazione, e una parte di questi flussi sta arrivando a Tokyo. Il Giappone offre inoltre un’esposizione indiretta alla crescita asiatica più sicura sotto il profilo geopolitico rispetto a un’esposizione diretta alla Cina.

L’ultimo elemento di incertezza riguarda la politica monetaria. L’aumento dei rendimenti e un’inflazione persistente, seppure in fase di moderazione, indicano la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of Japan; il principale dibattito tra gli economisti riguarda soprattutto il ritmo di questi interventi. Lo yen, rimasto debole per anni nonostante i differenziali dei tassi reali suggerissero il contrario, ha iniziato a mostrare segnali di rafforzamento mentre Washington e Tokyo manifestano un’insolita determinazione a sostenerne il valore. Gli interventi sul mercato valutario raramente producono effetti duraturi, tuttavia questa volta i fondamentali potrebbero finalmente giocare a favore.