Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners SGR

 

La Francia è il paese delle grandi visioni, del dirigismo e della tecnocrazia. Da Colbert a Napoleone, per arrivare agli anni Settanta del nucleare, del TGV e del Concorde, lo stato francese è stato artefice di audace modernizzazione e di sviluppo. Il limite di questi cicli positivi è stato spesso l’eccesso di ambizione, con una propensione a ritenere che lo slancio vitale governato dalle migliori intelligenze al servizio dell’amministrazione pubblica risolva da solo gli squilibri finanziari e i problemi legati ai vincoli di bilancio. Un altro limite strutturale è stata, nel corso della storia, la rigidità della società civile e la sua tendenza ad accumulare tensioni destinate a sfociare in momenti di rottura.

Le fasi gloriose si sono così alternate a momenti opachi di ripiegamento come la Restaurazione, la sconfitta di Sedan o la crisi della Quarta Repubblica, o a momenti di disorientamento come l’attuale.

Più che una crisi economica, quella francese dei nostri giorni sembra una crisi di identità. Dal punto di vista finanziario, del resto, sarebbero sufficienti un modesto colpo di reni e la volontà di procedere con gradualità ma con convinzione verso il risanamento per raddrizzare una situazione che, sulla carta, non è affatto compromessa. Altri paesi europei, nel decennio scorso, hanno operato aggiustamenti molto più traumatici di quelli che occorrerebbero alla Francia per stabilizzare la sua situazione e avviare un rilancio.

I numeri che oggi preoccupano i mercati, di per sé, non sono da allarme rosso. Il 119 per cento di debito su Pil è meno del 138 italiano ed è il livello al quale arriverà l’America tra pochi anni. Il 5 per cento di disavanzo pubblico è meno del 6 per cento americano. L’ultimo dato sull’inflazione indica il 3.4 per la Francia, più basso del 3.8 dell’Eurozona nel suo complesso. La crescita economica negli ultimi dieci anni è stata complessivamente del 12 per cento, contro il 7 della Germania. Solo quest’anno la crescita francese è più bassa di quella tedesca, che è alimentata dalle spese per il riarmo, ma ha comunque segno positivo.

Vanno poi tenuti nel debito conto i punti di forza strategici del paese. La dipendenza dall’estero nell’energia, grazie al nucleare, è la più bassa nell’Eurozona. L’agroalimentare resta un’eccellenza. Nei settori avanzati come software, difesa, intelligenza artificiale, aerospaziale si registra un primato europeo. Le grandi imprese della meccanica e della farmaceutica hanno un’importante proiezione internazionale. Senza contare i legami con l’Africa.

Se la foto resta ancora rassicurante, lo è meno il lento deterioramento di alcune posizioni. Nella difesa, ad esempio, Germania e Polonia guadagnano posizioni. Nell’aerospaziale ora la Germania investe di più. I legami con l’Africa si allentano.

Ma ancora di più preoccupano lo stallo politico e sociale e la radicalizzazione del conflitto, che produce veti reciproci che bloccano la ricerca di compromessi. Tutto questo si ripercuote sui conti pubblici e sulla crescita.

Una parte significativa del debito francese è detenuta da investitori esteri, in particolare giapponesi. Questo è stato molto vantaggioso finora, ma si può tradurre in un boomerang se i giapponesi, come ha già iniziato a succedere, si mettono a preferire i bond domestici con i loro rendimenti ormai interessanti.

La Bce ha una serie di strumenti per il contenimento di momenti di tensione sul debito francese. Il Transmission Protection Instrument, finora mai usato, è disegnato per evitare il contagio da una Francia eventualmente sotto attacco agli altri paesi, come l’Italia o la Spagna. Aiuti diretti alla Francia, tuttavia, saranno sottoposti a condizioni.

La pressione dei mercati continuerà fino al voto di maggio e oltre. La Bce cercherà di mantenere lo spread tra OAT e Bund in una fascia tra i 100 e i 200 punti base. Uno spread alto può spingere i partiti e le parti sociali a trovare accordi magari limitati ma preziosi. Può anche spingere una parte dell’elettorato a ricompattarsi di nuovo su candidati centristi. Uno spread troppo alto, tuttavia, renderebbe difficile mantenere la stabilità dell’eurozona. Si farà quindi di tutto per evitarlo.

Per ora i sondaggi danno perdente il centro, ma la strada da qui a maggio è ancora lunga. Nel caso fossero Mélenchon o la Le Pen a prevalere, va ricordato che nessuno avrà una maggioranza parlamentare. Saranno quindi necessarie alleanze o con i socialisti o con i gollisti che attenueranno la radicalità del nuovo governo.

A un certo punto gli asset francesi ritorneranno interessanti. Per il momento è prudente rimanere attendisti e seguire da vicino l’evoluzione di questo passaggio importante nella storia della Quinta Repubblica.