Un nuovo governo emergerà dalle elezioni e potrebbe avere un mandato sufficiente per stabilizzare la situazione fiscale e il debito pubblico. Se non sarà la politica a farlo, con ogni probabilità sarà il mercato a imporlo. Michael Browne, Senior Investment Strategist di Franklin Templeton Institute

Esiste la concreta possibilità che i due candidati più votati al primo turno delle elezioni del maggio 2027 siano Marine Le Pen, a destra, e Jean-Luc Mélenchon, esponente della sinistra radicale.
Questo scenario, insieme alle successive elezioni legislative, potrebbe consentire al nuovo presidente di formare un governo effettivamente in grado di attuare il proprio programma politico. Il mercato obbligazionario si troverebbe quindi a dover scegliere fra due diverse fonti di incertezza, mentre dovrebbe contemporaneamente assorbire ingenti nuove emissioni e il rifinanziamento dell’elevato stock di debito contratto durante la pandemia di COVID-19 e giunto a scadenza.
Quali sono le proposte dei due schieramenti? Il Rassemblement National (RN), per contrastare l’accusa di scarsa affidabilità nella gestione delle finanze pubbliche, ha presentato un piano il 6 ottobre.
Il fulcro della proposta è una nuova norma, una sorta di “regola aurea” costituzionale, volta a ridurre il deficit pubblico di 0,5 punti percentuali l’anno, con l’obiettivo di portare il rapporto debito/PIL al 60%.
Il RN propone risparmi per 140 miliardi di euro entro il 2032 e prevede di ridurre il deficit sotto il 3% entro il 2030. Ciò consentirebbe successivamente di portare il debito al di sotto del 112% del PIL nel 2032, creando così spazio per tagli fiscali fino a 30 miliardi di euro.
Non sono previsti tagli alle pensioni. Le risorse dovrebbero invece derivare principalmente da un consistente rimborso stimato da parte dell’Unione europea, dalla lotta alle frodi sui sussidi, dall’abolizione di agenzie ed enti pubblici e dalla limitazione delle prestazioni sociali per i non cittadini. Diversi analisti hanno tuttavia sottolineato la difficoltà di far quadrare questi numeri.
La sinistra, guidata dal suo storico “enfant terrible” Jean-Luc Mélenchon, non dispone invece di un piano specifico per la riduzione del deficit.
Trattandosi del leader di una coalizione, permane inevitabilmente un certo grado di incertezza, ma il denominatore comune è l’idea che il deficit sia il risultato di una tassazione insufficiente dei più ricchi e di una crescita economica debole.
Le principali proposte di bilancio comprendono un’imposta patrimoniale, una “Zucman tax” del 2% annuo sui miliardari, la tassazione delle plusvalenze alle stesse aliquote applicate al reddito e una riforma dell’imposta sulle successioni, volta a fissare un limite massimo all’importo che una persona può ereditare, destinando allo Stato la parte eccedente.
Secondo le stime, queste misure potrebbero generare circa 50 miliardi di euro l’anno, che verrebbero interamente utilizzati per indicizzare il salario minimo, riportare l’età pensionabile a 60 anni ed espandere il settore pubblico e il programma di investimenti verdi.
Per quanto riguarda il debito, la Banca Centrale Europea (BCE) detiene circa il 18% del debito francese e questo verrebbe convertito in debito perpetuo senza cedola, equivalendo di fatto a una sua cancellazione. La BCE acquisterebbe quindi direttamente debito dalla Banque de France, finanziandolo attraverso un’espansione monetaria, in evidente violazione delle regole della stessa BCE.
Ciò porterebbe il deficit di bilancio a circa il 7% nel 2027 e successivamente all’8,4% nel 2030, con un rapporto debito/PIL superiore al 130%.
Qualsiasi compromissione dell’indipendenza della BCE avrebbe importanti conseguenze per l’intero sistema finanziario europeo. Determinerebbe inoltre un aumento dei tassi d’interesse e un indebolimento della valuta. Considerando, ad esempio, i progressi faticosamente ottenuti dall’Italia, sarebbe inevitabile chiedersi: perché la BCE o la Germania dovrebbero accettare una simile proposta?

