Nicholas Yeo, head of equities China/Hong Kong di abrdn

Come tradurrebbe il concetto di “common prosperity” in strategie di investimento?

«Crediamo che il governo stia cercando di affrontare la disuguaglianza. Da quando ha avviato le riforme di mercato nel 1979, la Cina ha una delle economie a più rapida crescita della storia. Ma la disuguaglianza è salita alle stelle. Sotto la bandiera della prosperità comune, il governo vuole condividere i guadagni tra i cittadini affrontando le pratiche anticoncorrenziali, promuovendo gli interessi dei lavoratori e rafforzando il ruolo dello stato nei servizi pubblici. È giusto che la leadership cinese cerchi di affrontare la disuguaglianza. Negli ultimi tempi, la Repubblica Popolare ha avuto periodici episodi di incertezza normativa nel tentativo di affrontare questioni legate al mercato immobiliare, come la corruzione, o al sistema bancario ombra. Nel lungo periodo, si è trattato di decisioni sane e razionali. È difficile credere che la Cina intenda rinunciare al successo ottenuto negli ultimi 40 anni grazie alla crescita basata sui meccanismi di mercato. Il settore privato rimane estremamente importante per il futuro della Repubblica Popolare, visto che è il principale datore di lavoro del paese e ha guidato l’innovazione e la crescita. Fondamentale resta anche la tecnologia, che per la Cina è una priorità, se vuole raggiungere lo status di economia avanzata. Guardando alle prospettive a lungo termine, vediamo un paese in cui le aziende hanno notevoli opportunità di guadagno, ma dobbiamo assicurarci che le imprese in cui investiamo siano in grado di adattarsi al quadro normativo emergente e di raggiungere gli obiettivi del governo, come la prosperità comune. Tra i settori che offrono maggiori opportunità ci sono l’innovazione digitale, la tecnologia verde, l’assistenza sanitaria a prezzi accessibili e il miglioramento dei mezzi di sussistenza, tutti segmenti in grado di stimolare i consumi interni. Dobbiamo, comunque, monitorare le politiche governative e fare in modo che le aziende si adattino ai cambiamenti o beneficino dei venti di coda».

Se dovesse raffrontare la situazione attuale del mercato cinese a quella della Grande crisi finanziaria, troverebbe più similitudini o differenze?

«Le attuali condizioni economiche sono uniche, ma sfidanti. Sebbene il Pil cinese del terzo trimestre, pari al 3,9% su base annua, abbia battuto le stime, gli indicatori generali mostrano la necessità di un ulteriore allentamento fiscale e monetario. La politica dello zero-Covid ha frenato le vendite al dettaglio e ha fatto aumentare il tasso di disoccupazione. Le esportazioni, in passato un punto di forza, hanno perso vigore a causa dell’aumento delle pressioni recessive globali. L’immobiliare ha visto diminuire in modo significativo gli investimenti a causa dell’intenzione del governo centrale di ridurre la leva finanziaria nel settore e della volatilità della domanda di edifici indotta dal Covid e dalla liquidità. I capitali in infrastrutture forniti dallo stato, sebbene utili, non sono stati sufficienti a compensare il calo degli investimenti immobiliari. Il rallentamento del real estate cinese è stato in gran parte autoinflitto, dato che il governo centrale intende affrontare le difficoltà a breve termine dovute alla riduzione della leva finanziaria e sganciare l’economia dall’immobiliare, al fine di reindirizzare il capitale verso altri settori in grado di generare una crescita di alta qualità e a lungo termine. Le recenti misure di allentamento delle restrizioni sul Covid sono arrivate a un ritmo accelerato che ha colto tutti di sorpresa, anche se ciò  rappresenta un segnale positivo per i mercati. Questa accelerazione è dovuta alle recenti preoccupazioni del governo cinese per lo stato dell’economia causate dalla strategia zero-Covid. Sebbene il cambio di rotta non sembri graduale, secondo gli standard internazionali, permangono ancora restrizioni come la necessità di effettuare un test Pcr prima di entrare in Cina e, soprattutto, l’obbligo per tutti di indossare ancora le mascherine. Come per altri paesi asiatici, pensiamo che la riapertura sarà difficile, con picchi di infezione in fasi diverse, a partire dalle città più grandi per poi passare alle zone rurali. L’obiettivo comune è comunque la riapertura e la ripresa economica. Inoltre, il settore immobiliare in difficoltà sembra ben supportato dal governo cinese, anche grazie a una serie di misure di sostegno alla liquidità annunciate negli ultimi mesi. Entrambi questi casi indicano che il governo centrale è ben consapevole dei venti contrari all’economia cinese ed è pronto a intervenire per garantire la crescita. In prospettiva, la dinamica dello sviluppo in Cina sarà probabilmente sostenuta da condizioni finanziarie più accomodanti, in un momento in cui le politiche monetarie si stanno inasprendo in tutte le altre principali economie. La Banca Popolare Cinese non si è unita alla tendenza globale di innalzare i tassi di interesse, grazie ai livelli relativamente bassi dell’inflazione interna. Parallelamente, ha mantenuto anche una politica fiscale più favorevole, rispetto al resto del mondo. Restiamo fiduciosi nella ripresa della Cina, in quanto le condizioni di liquidità e la direzione politica sono favorevoli ai mercati azionari. Riconosciamo che la ripresa potrebbe non essere facile, perché la fiducia dei consumatori ha bisogno di tempo per ristabilirsi e l’attuazione dei cambiamenti politici potrebbe avere problemi di avvio, ma, al di là della volatilità a breve termine, rimaniamo ottimisti sulla crescita a lungo termine della Cina».  

Come valuta la qualità delle aziende cinesi (redditività, solidità, business model)?

«Rispetto a 10-15 anni fa, abbiamo osservato miglioramenti significativi nella qualità fondamentale delle aziende in Cina, che oggi sono tra le più innovative, di alto livello e altamente redditizie, se paragonate all’Asia Pacifico e al resto del mondo. Si tratta di società che operano in settori che hanno una spinta strutturale, come l’assistenza sanitaria, il commercio elettronico, le energie rinnovabili e i consumi interni. I progressi compiuti dalle imprese cinesi nel corso degli anni sono stati sostenuti dalla crescita e dallo sviluppo dell’economia continentale, insieme all’impegno del governo per la riforma e la liberalizzazione dei mercati finanziari. Tuttavia, è necessario essere selettivi, guardando a qualità chiave, come management affidabile, posizionamento leader sul mercato, solidi vantaggi competitivi, una migliore visibilità degli utili e prospettive di crescita strutturale. Privilegiamo, inoltre, le società che cercano di migliorare le proprie credenziali Esg, poiché la Cina è forse il mercato asiatico in cui si registrano i maggiori progressi in questo ambito. Anche le normative e gli orientamenti stanno migliorando, in particolare per quanto riguarda la comunicazione dei dati Esg, con lo sviluppo di un settore cinese per questi dati che ricorre all’utilizzo di tecniche innovative, volte a colmare il divario informativo. Ciò è avvenuto anche nel contesto della transizione verde del governo».

In termini di domanda, la Cina è il più grande mercato dei semiconduttori al mondo. Una maggiore autosufficienza cinese nell’ambito dei chip è un tema investibile sui mercati e, se sì, come? 

«Sebbene la Cina sia in vantaggio rispetto ad altri paesi in alcune aree di sviluppo dei chip per semiconduttori, è ancora in ritardo per quanto riguarda le tecnologie più all’avanguardia e continua a dipendere fortemente dai fornitori stranieri, in particolare dagli Stati Uniti. Il paese importa attualmente oltre 300 miliardi di dollari di semiconduttori all’anno e la Cina rimane il principale acquirente di proprietà intellettuale statunitense nell’area Asia-Pacifico. La posizione dominante degli Usa nel settore upstream, ovvero la progettazione di circuiti integrati, è anche il motivo per cui sono riusciti a contenere le vendite di prodotti high-tech alla Cina da parte dei loro partner midstream nella produzione di wafer. In un panorama geopolitico complesso, ciò spiega perché l’autosufficienza tecnologica è un obiettivo chiave per i politici cinesi, nell’ambito della spinta alla localizzazione e all’autosufficienza. A nostro avviso, questo elemento rappresenta un’enorme opportunità per gli investitori. L’on-shoring della tecnologia e la sostituzione delle importazioni sono tendenze forti anche nei settori dell’automazione e della robotica».

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