Il 10 settembre il mercato ha promosso un lancio e un esordio. Non ha certificato una strategia. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Il 10 settembre, il giorno del petrolio a 107 dollari, il titolo guadagna il 3,58%, mentre Wall Street chiude la quarta seduta consecutiva in rosso e i semiconduttori cedono il 2,66%. Il debutto di John Ternus è andato meglio del previsto. Restano aperti il conto delle memorie, il vuoto sull’intelligenza artificiale e la domanda su quanto spazio abbia davvero il nuovo amministratore delegato

Giovedì 10 settembre Wall Street ha chiuso la quarta seduta consecutiva in ribasso. L’S&P 500 ha ceduto lo 0,58% a 7.591,70 punti, il Brent ha chiuso a 107,63 dollari con un rialzo del 5,94%, il rendimento del decennale americano ha superato il 4,9%, massimo dal 2023. L’indice dei semiconduttori ha perso il 2,66%. È arretrato anche l’oro, del 2,29%: non una fuga verso la sicurezza, ma uno shock di tassi reali, il contesto peggiore per l’azionario della crescita.

La linea di demarcazione

In quel quadro Apple ha guadagnato il 3,58%, chiudendo a 326,63 dollari. Micron ha perso il 4,90%, Lam Research il 5,66%, CoreWeave il 6,13%, Oracle il 5,38%, Nvidia il 2,26%. Microsoft, che diversi analisti accoppiano ad Apple come titolo difensivo, ha chiuso in rosso dello 0,47%. La linea di demarcazione non passava tra tecnologia e resto del mercato, ma dentro la tecnologia: tra chi finanzia la corsa all’intelligenza artificiale con il debito e chi ha ricavi già incassati.

Il motivo del rialzo è noto. Il giorno prima, ad Apple Park, era stato presentato l’iPhone Duo, primo pieghevole della società. Il prezzo d’ingresso di 2.000 dollari è arrivato sotto stime che in alcuni casi salivano a 2.500. Ed era il debutto sul palco di John Ternus, ceo dal 1° settembre dopo 25 anni nell’ingegneria hardware, con Tim Cook passato a presidente esecutivo. A fine agosto diversi osservatori si attendevano declassamenti e vendite al passaggio di consegne. Non sono arrivati.

Fin qui i fatti. Poi cominciano le domande.

Verdetto con i volumi

La prima riguarda quel prezzo. Apple lancia un pieghevole nel mezzo della più grave penuria di memorie DRAM e NAND degli ultimi 30 anni, alimentata dalla corsa ai data center per l’intelligenza artificiale. Vendere sotto le attese significa che il rincaro dei componenti se l’è preso l’azienda. È una buona notizia per il titolo oggi e una compressione di margine domani. Il verdetto arriverà con i volumi, non con gli applausi.

La seconda riguarda Ternus. La sua forza è l’hardware, e un pieghevole è hardware: ha giocato in casa. Ma il problema di Apple sta altrove. La società esce dal più vasto ricambio di dirigenti dalla morte di Jobs, e le uscite più pesanti hanno riguardato proprio l’intelligenza artificiale e il design, con il responsabile dei modelli di base passato a Meta con un centinaio di persone. La ricostruzione di Siri non è arrivata, e nessun pieghevole la sostituisce.

La terza riguarda lo spazio di manovra del nuovo capo. La permanenza di Cook è stata letta come garanzia di continuità e rassicurazione per gli investitori. Ma un affiancamento senza scadenza, avvertono gli esperti di governance, rischia di rendere più difficile al successore decidere in autonomia. Cook conserva inoltre un ruolo politico a Washington e Pechino che nessun presidente di Apple ha mai avuto.

L’argomento meno solido

Resta l’argomento più citato e meno solido: Apple come prima posizione di Berkshire Hathaway. È vero, vale il 22% del portafoglio azionario dichiarato al 30 giugno. Ma prima delle vendite del 2024 superava il 50%: è prima dopo essere stata dimezzata, e nonostante quella quota Omaha è oggi sottopesata sul tecnologico rispetto all’indice. Nell’ultimo trimestre la posizione non è stata toccata, dopo tre trimestri di riduzione: il segnale è che hanno smesso di vendere, non che abbiano comprato. Il denaro di nuova convinzione è andato su Alphabet, oggi terza partecipazione con 36,6 miliardi.