Una quota crescente di banchieri centrali sostiene che l’intelligenza artificiale finirà per spingere al rialzo i tassi di interesse neutrali. Ma è proprio così? Tiffany Wilding, Economista di PIMCO e J.R. Scott, Economista di PIMCO

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Intuitivamente, se l’IA aumenta la produttività e stimola la crescita nel lungo periodo, le famiglie avranno meno incentivi a risparmiare, facendo così salire il tasso reale neutrale. Questa visione è diventata sempre più presente nelle discussioni di politica economica, con alcuni osservatori che richiamano la fine degli anni ’90, quando una maggiore crescita della produttività coincise con stime in aumento del tasso neutrale.

Tuttavia, le prove empiriche disponibili offrono scarso sostegno alla narrativa diffusa sull’AI. Anziché aumentare, i rendimenti reali e nominali a lungo termine tendono a diminuire in occasione delle principali notizie relative all’AI.

 

Una possibile spiegazione è che l’IA non sia solo un fattore di aumento della produttività, ma anche una fonte di perturbazione economica.

 

Sebbene gli effetti a lungo termine possano favorire la crescita, la transizione stessa introduce incertezza sul reddito da lavoro e alla stabilità occupazionale. Le famiglie che si trovano ad affrontare un rischio maggiore di sostituzione potrebbero aumentare il risparmio precauzionale, stimolando la domanda di attività percepite come “sicure” ed esercitando una pressione al ribasso sui tassi neutrali. In questo senso, l’IA potrebbe agire più come uno shock di rischio, anche se alla fine aumenta la crescita potenziale.

 

Questo meccanismo distingue l’attuale fase dal ciclo tecnologico della fine degli anni ’90. La precedente ondata di innovazione era in larga misura “labour‑augmenting” ed era associata a un aumento diffuso dei redditi. Al contrario, le attuali valutazioni azionarie suggeriscono che i potenziali benefici derivanti dall’IA tenderanno ad avere una distribuzione più ristretta e saranno accaparrati in modo sproporzionato da una ristretta cerchia di detentori di capitale. La conseguente concentrazione dei guadagni di reddito – e l’incertezza che circonda la transizione – potrebbero amplificare il comportamento precauzionale anziché ridurlo. La ricerca ha inoltre collegato il calo di r* alla diminuzione, protrattasi per decenni, della quota del reddito attribuibile al lavoro.

 

Esiste inoltre un secondo canale potenziale che opera attraverso le aspettative fiscali. Una crescita più sostenuta della produttività amplia la base imponibile nel lungo periodo e migliora la sostenibilità fiscale attesa, a parità di altre condizioni. Nella misura in cui i mercati scontano le aspettative di maggiori surplus futuri, ciò può ridurre i premi a termine e sostenere rendimenti a lungo termine più bassi.

 

 

In conclusione

 

Sebbene si preveda generalmente che l’intelligenza artificiale (IA) spinga al rialzo i tassi neutrali, stiamo osservando segnali provenienti dal mercato che indicano la direzione opposta. Sebbene le reazioni del mercato possano cambiare nel tempo, queste dinamiche complicano quantomeno l’attuale narrativa di politica monetaria. Anche se l’IA dovesse alla fine aumentare la crescita tendenziale, il suo impatto nel breve-medio termine potrebbe tradursi in un aumento della domanda di safe asset, in una compressione dei premi a termine e in un abbassamento dei tassi reali neutrali.

 

In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe favorire un andamento rialzista dei titoli obbligazionari nel medio termine – riducendo i tassi neutrali grazie al risparmio precauzionale e al miglioramento delle aspettative fiscali – pur aumentando il potenziale di crescita di lungo periodo.