Preferenza alle società che controllano asset fisici, investono in infrastrutture e hanno legami con le commodities. A colloquio con Simone Benini, Portfolio Manager, AcomeA SGR
L’Europa è tornata a essere uno dei best performer azionari a livello mondiale. In questo contesto ritenete opportuno dare più spazio alla Borsa italiana?
Dall’inizio dell’anno il posizionamento degli investitori globali si è progressivamente allontanato dai listini statunitensi, tornando a privilegiare l’Europa. Tra i principali fattori alla base di questo ribilanciamento vi è il tema delle politiche commerciali, che ha caratterizzato l’intero 2025 e continua a influenzare le scelte di asset allocation. A ciò si è aggiunto il timore di possibili disruption legate all’intelligenza artificiale, con impatti potenzialmente significativi su alcuni modelli di business, in particolare nel settore software, fortemente rappresentato negli indici americani.
Questo contesto ha riportato l’attenzione dei gestori sull’azionario europeo, che guarda al 2026 con alcuni driver di natura strutturale e valutazioni ancora interessanti in termini relativi. Gli investimenti attesi in Germania, in ambito industriale e infrastrutturale, così come i programmi di riarmo a livello comunitario, rappresentano un potenziale stimolo per l’economia dell’area che i mercati stanno progressivamente incorporando nei prezzi. Anche sul fronte macroeconomico si osservano segnali di miglioramento, con il PMI manifatturiero dell’area euro tornato in territorio espansivo da febbraio.
All’interno del contesto europeo, il mercato italiano si è distinto tra i migliori performer del 2025, sostenuto in larga misura dal comparto bancario, ma anche da società esposte al tema della difesa, come Leonardo e Fincantieri. Pur in assenza di segnali marcati di accelerazione dell’economia domestica, l’Italia beneficia di un quadro di relativa stabilità politica, di un deficit in graduale riduzione e di un’inflazione sotto controllo.
Riteniamo che il mercato italiano possa continuare a offrire opportunità di investimento: da un lato, per il settore bancario vi sono ancora elementi a sostegno della redditività e della crescita, seppur con un’accelerazione più contenuta, dall’altro, altri comparti del listino presentano un potenziale inespresso.
Nella seconda metà dell’anno passato il comparto a piccola e media capitalizzazione ha iniziato a ridurre la sottoperformance accumulata nei due anni precedenti contro le large cap. Parte del movimento ha riguardato un sottoinsieme dei titoli più pesati all’interno degli indici: riteniamo vi sia ancora spazio di apprezzamento, tra industriali e tecnologici, con i listini small cap ancora a sconto sulle valutazioni storiche.
A vostro giudizio, quali sono i fattori che potrebbero in prospettiva fornire una spinta al rialzo al listino italiano e quali invece i rischi da non sottovalutare?
Nel 2026 riteniamo possa continuare l’apprezzamento da parte del mercato per le società percepite come maggiormente “domestiche”, quindi, meno impattate dalle tensioni commerciali e geopolitiche. Già dal 2025 abbiamo assistito anche in Italia, così come sui mercati europei, alla sovraperformance di quei titoli meno esposti in termini di fatturato all’area americana.
Tra questi, abbiamo individuato in particolare titoli del settore industriale e utilities; considerando la capitalizzazione, prevalgono le mid e small cap, e riteniamo che questa preferenza possa continuare anche nel 2026.
Inoltre, dall’inizio dell’anno i mercati stanno favorendo i titoli “asset heavy”, ovvero le società che controllano asset fisici, investono in infrastrutture e hanno legami con le commodities, presentando una minore incidenza di componenti intangibili nei propri modelli di business. I settori favoriti da questo movimento sono l’energy, utilities e basic materials, in particolare.
Questo trend si contrappone alla sottoperformance del comparto software dove la componente intangibile è preponderante. Individuiamo ulteriori motivi tecnici che possano sostenere i listini azionari per il 2026: primo tra tutti, l’avvio del progetto del Fondo Strategico Nazionale Indiretto, che porterà dalla prima metà dell’anno nuovi flussi di liquidità sul mercato, in particolare verso le PMI quotate. Da ultimo, il 2026 rappresenta l’ultimo anno operativo del PNRR, nel quale sarà concentrata la maggior capacità di spesa dei fondi destinati, ponendo le basi per ulteriori benefici nel medio-lungo periodo. Sul fronte dei rischi, non ne individuiamo specifici sull’Italia, ma eventuali escalation nei conflitti globali o nuovi shock geopolitici inciderebbero inevitabilmente anche sul listino domestico, in linea con il resto dell’Europa.


