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	<title>Focus Salone Archives - Future Investments</title>
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		<title>Amundi: «è una grande sfida integrare i criteri esg negli strumenti finanziari»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Oct 2021 05:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Sandrini, head of multi asset balanced, income &#038; real return strategies di Amundi, partecipa al Focus Salone</p>
<p>The post <a href="https://fondiesicav.it/amundi-e-una-grande-sfida-integrare-i-criteri-esg-negli-strumenti-finanziari-2/">Amundi: «è una grande sfida integrare i criteri esg negli strumenti finanziari»</a> appeared first on <a href="https://fondiesicav.it">Future Investments</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a cura di Pinuccia Parini</strong></p>
<h2>Sono passati più di sei mesi dall’introduzione della Sfdr e le sfide per le società di gestione sulla sostenibilità sono continue. Fondi&amp;Sicav ne ha discusso con <b>Francesco Sandrini </b>head of multi asset balanced, income &amp; real return strategies di <b>Amundi</b>.</h2>
<h2>Dal punto di vista delle società del risparmio gestito, quali sono le sfide principali della sostenibilità oggi?</h2>
<p>«La sfida più grande è collocare la propria gamma prodotti intercettando quanto più possibile un contesto regolamentare che è non solo dinamico, ma piuttosto eterogeneo. La sostenibilità viene infatti<span class="Apple-converted-space">  </span>regolata in Europa dalla presenza di tre pilastri. Il primo è il regolamento (Ue) 2019/2088 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 novembre 2019 sull’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, che ha poi partorito la Sfdr entrata in vigore il primo marzo scorso. In essa è contenuta la definizione di investimento sostenibile. Agli intermediari finanziari viene chiesto di classificare i propri prodotti come articolo 6, articolo 8<span class="Apple-converted-space">  </span>o articolo 9, con la finalità di creare un contesto armonizzato all’interno del quale l’Europa indica i parametri che chiariscono l’identità per ciascuna delle tipologie definite. Di fatto la direttiva non dà parametri stringenti per la classificazione di un prodotto finanziario come articolo 8 o articolo 9. Nel primo caso, si richiede, sostanzialmente, che il gestore implementi le proprie scelte di investimento tenendo in considerazione i fattori di rischio legati alla sostenibilità nella<span class="Apple-converted-space">  </span>costruzione del proprio portafoglio. Nel secondo, invece, il veicolo di investimento deve avere uno scopo legato alle transizioni ambientali e sociali, che sono al centro delle riforme della Commissione europea. Il secondo pilastro è quello dei regolatori nazionali, che fanno parte del circuito dell’ International organization of securities commissions tra cui rientra la Consob, cioè tutti gli enti europei che sono preposti a definire regole un po’ più stringenti e coerenti con le indicazioni presenti nella direttiva 2019/2088 sull’utilizzo della terminologia di sostenibilità nei mercati nazionali di riferimento. Poi c’è un terzo pilastro, importantissimo per la collocazione dei prodotti sostenibili sui mercati locali, in cui agiscono le Ecolabel. Si tratta di agenzie, già presenti da più di un decennio in Europa, spesso costituite da consorzi, che hanno instaurato un processo consultivo con gestori di diverse strategie con la finalità di attribuire una certificazione che giudica se un fondo raggiunge gli obiettivi di sostenibilità».</p>
<h2>In questo contesto, non avere ancora la versione definitiva degli gli standard tecnici (Regulatory technical standards o Rts) per l’applicazione della Sfdr è un ostacolo per i gestori?</h2>
<p>«Noi abbiamo deciso di avvalerci di una base dati molto importante, perché è proprio nei criteri tecnici, soprattutto per i prodotti classificati come articolo 9, che dovrà essere esplicitata una serie di linee guida trasparenti e chiare anche dal punto di vista della reportistica. L’attuale mancanza di una versione definitiva degli Rts condiziona un po’ i nostri tavoli di lavoro, ma non incide sul nostro impegno e sulla collaborazione con gli Ecolabel nel definire gli indicatori che possono essere ritenuti accettabili. Per quanto riguarda i parametri di sostenibilità, sul mercato sono reperibili tantissime informazioni, ma l’elemento importante è la qualità di ciò che viene messo a disposizione per asseverare gli obiettivi che il fondo si è prefisso. Su alcuni temi c’è un’ampia convergenza tra i vari provider di dati.<span class="Apple-converted-space">  </span>Ad esempio, per quanto riguarda gli aspetti ambientali, l’idea di fondo è misurare per ogni titolo l’emissione totale di gas serra, per poi ottenere un risultato aggregato a livello di portafoglio, con una serie di misurazioni che non solo devono tenere conto degli Rts, ma di tutta un’altra serie di iniziative che sono in divenire. Tra queste, la “net zero proposition”, ovvero un’economia a emissioni zero che richiede criteri ancora più forti di transizione ambientale. In aggiunta, è importante sottolineare che non è solo necessario disporre di dati grezzi, ma bisogna essere in grado anche di<span class="Apple-converted-space">  </span>calcolare quegli indicatori, su un arco temporale di 12 mesi, che evidenzino come un fondo di investimento opera una decarbonizzazione nelle scelte di investimento fatte che sia coerente con le indicazioni emerse da Cop21. Per quanto riguarda l’ambito sociale, invece, sono numerosi gli indicatori offerti da vari fornitori: dalla proporzione della presenza delle donne all’interno dei consigli di amministrazione, alle sperequazioni salariali. Spesso, però, queste informazioni sono legate all’autocertificazione che le aziende forniscono e quest’ultimo è forse un punto di debolezza del regolamento europeo. I dati raccolti ci permettono di valutare il processo di transizione su quei valori che dichiariamo all’interno del fondo e, contestualmente, su molti di essi facciamo un attento lavoro di materialità, ovvero cerchiamo di capire quali sono i fattori di rischio legati alla sostenibilità che sono veramente impattanti per un determinato settore. E, infine, c’è l’ambito legato alla governance, dove, anche in questo caso, le fonti cui attingere sono molteplici: dal valutare come i consigli di amministrazione sono formati a esaminare come vengono decise le politiche di delocalizzazione di alcune attività».</p>
<h2>Dalle sue considerazioni emerge l’importanza dei dati raccolti.</h2>
<p>«La dipendenza dai dati è elevata e quindi la loro reperibilità diventa un fattore dirimente, soprattutto quando si ha un tessuto industriale dove esiste una forte presenza della piccola e media impresa. Per fare in modo che le società di rating esterne siano in grado di elaborare analisi approfondite sulle aziende, è fondamentale che si instauri un dialogo continuo tra le due parti, sia a livello di reportistica, sia di ingaggio. Ed è proprio su questi aspetti che le dimensioni delle aziende hanno un peso nell’essere più o meno efficienti nel fornire quanto richiesto, a volte per motivi di carattere organizzativo, culturale o per mancanza di risorse finanziarie».</p>
<h2>All’interno di questa struttura articolata a tre livelli che definisce l’alveo cui determinati prodotti devono sottostare, come si collocano quelli di cui è direttamente responsabile?</h2>
<p>«Abbiamo due fondi. Il primo è l’Amundi Funds Multi Asset Sustainable Future, che è classificato come articolo 9, all’interno del quale abbiamo sposato non solo la transizione ecologica, ma anche quella sociale e di governance: il suo scopo è facilitare la transizione indicata dalle direttrici Esg. Si tratta di uno strumento che, all’interno del comparto multi asset, vogliamo posizionare come prodotto all’avanguardia, sia in termini di performance, sia di sostenibilità: gli sono stati attribuiti da Morningstar cinque stelle e cinque globi. Quando noi operiamo una selezione di titoli, dal lato obbligazionario tendiamo sempre a favorire green bond o social bond o sustainable bond, mentre da quello azionario adottiamo un approccio best in class. In altre parole, in merito a quest’ultimo aspetto, utilizziamo la nostra capacità di asset manager che ha anche un proprio rating interno per creare uno scoring, che va da “A” a “G”,<span class="Apple-converted-space">  </span>applicato a tutti i settori globali. Una volta così classificato l’universo di investimento, operiamo scelte che escludono gli score più bassi. Questo processo è articolato in 37 criteri su cui applichiamo una profonda analisi di materialità: 21 sono specifici di settore e 16 sono invece generali, legati, ad esempio, agli Sdg delle Nazioni Unite».</p>
<h2>Cercare però il best in class non rischia, come approccio, di escludere tutte quelle società che hanno la potenzialità di migliorare il loro livello di sostenibilità e quindi la possibilità di offrire ritorni più elevati in termini di performance?</h2>
<p>«L’approccio best in class, per un fondo classificato articolo 9, viene accettato da molti regolatori che chiedono<span class="Apple-converted-space">  </span>una selezione dell’universo investibile fatta a priori, basandosi sulla classificazione Esg dei titoli esaminati. Proprio per cogliere l’aspetto di potenzialità delle aziende, abbiamo un altro prodotto, classificato come articolo 8, che è l’Amundi Funds Multi Asset Target Income. È un fondo che adotta un principio di esclusione meno stringente e ha un approccio finalizzato alla generazione di un flusso di reddito importante (circa il 4% all’anno). Per questa strategia, ci collochiamo a un livello leggermente inferiore dal punto di vista del rating medio di sostenibilità del portafoglio, poiché non vogliamo legarci in modo rigoroso a obiettivi di raggiungimento di una transizione ecologica e sociale. Lo abbiamo fatto perché vogliamo tenere molto più alta la possibilità di cercare valore in aziende che hanno un rating intermedio, che trattano sul mercato magari a zero premio di sostenibilità e che hanno quindi opportunità di miglioramento. Possiamo agire in questa direzione grazie all’ausilio che ci viene da un team di analisti piuttosto numeroso che si occupa, sia di ricerca fondamentale, sia di Esg, andando alla ricerca di quelle società che hanno potenzialità di intraprendere un percorso virtuoso (le chiamiamo “improver”), e interagisce direttamente con il management, mantenendo con esso un colloquio costante, con incontri trimestrali, per conoscerne gli sviluppi e facendo attività di ingaggio attivo. E abbiamo esempi tangibili che ci dimostrano che questo modus operandi, nell’arco di mesi e anni, produce risultati significativi».</p>
<h2>Le politiche di investimento, che ha sinora descritto, quanto toccano il comparto obbligazionario, soprattutto quello dei titoli governativi?</h2>
<p>«Per quanto riguarda la parte del credito, applichiamo le analisi che facciamo sulle singole aziende a livello azionario. Sui governativi c’è un ampio confronto a livello mondiale per trovare una modalità di rating legata alla sostenibilità. Noi ne abbiamo scelto una, lavorando in partnership con un provider esterno, che adotta un approccio molto simile a quello sinora descritto e ha la finalità di misurare i fattori Esg. Ci sono tuttavia situazioni strutturali complesse. Le misure di politica monetaria straordinaria hanno creato un trade-off molto difficile da gestire, perché i paesi con merito creditizio più elevato sono quelli che hanno un rating di sostenibilità più alto e in tale universo troviamo gli stati europei come Francia, Germania e i Paesi nordici. Dall’altro lato ci sono invece gli emergenti, anche se con chiare differenziazioni al loro interno. Da un punto di vista gestionale questa situazione comporta che, se si vuole avere un portafoglio obbligazionario estremamente competitivo nei governativi, si ha un impatto negativo sui ritorni attesi a causa del basso livello dei rendimenti dei paesi con rating Esg più elevato. Nello specifico, nella gestione dei due prodotti multi asset menzionati, cerchiamo di mitigare questa situazione con i titoli di obbligazioni societarie, con i green bond o utilizzando strutture che contengano l’impatto dell’esposizione ai titoli di stato. Tuttavia, parlare di sostenibilità per i titoli governativi non è semplice, perché non c’è un approccio o una metodologia condivisa che permetta di attribuire lo stesso valore, giudizio o peso ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri, soprattutto da un punto di vista sociale. Il rischio è che ciò che in Europa non è considerato accettabile, lo possa essere negli Stati Uniti».</p>
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		<title>abrdn: «Un’asset allocation strategica per ogni scenario»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2021 05:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Craig MacKenzie, head of strategic asset allocation di abrdn, partecipa al Focus Salone</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a cura di Pinuccia Parini</strong></p>
<h2>Il tema è sulla bocca di tutti e trova la massima priorità nelle agende delle grandi istituzioni internazionali, nei programmi dei governi, nei modelli di business delle imprese e nella quotidianità della vita dei singoli individui. Si tratta del cambiamento climatico, probabilmente la sfida più importante che l’umanità deve affrontare. In quanto tale, anche il mondo dell’asset management non può ignorare le ricadute che il fenomeno ha in termini di scelte di investimento. Fondi &amp; Sicav ha affrontato il tema con <b>Craig MacKenzie, </b>head of strategic asset allocation di <b>abrdn</b>.</h2>
<h2>Come integrate l’attenzione agli impatti derivanti dal cambiamento climatico con la vostra strategia di investimento?</h2>
<p>«Nella costruzione di portafogli di lungo periodo utilizziamo un processo molto strutturato che definiamo asset allocation strategica (Strategic asset allocation-Saa), all’interno della quale valutiamo le diverse asset class e definiamo le nostre aspettative di ritorno dell’investimento per ciascuna di esse nell’arco dei 10 anni successivi. In questo modo decidiamo l’esposizione a ciascuna di esse, tenendo conto degli effetti del cambiamento climatico sulla performance di portafoglio. Come abrdn forniamo consulenza a una serie di grandi investitori istituzionali sulla loro Saa.<span class="Apple-converted-space">  </span>Adottiamo lo stesso approccio per circa 50 fondi multi asset che gestiamo internamente e negli ultimi due anni abbiamo iniziato a introdurre l’analisi del clima all’interno della nostra asset allocation strategica. Nello svolgere questa attività, ci sono due aspetti sui quali ci siamo maggiormente concentrati. Il primo è soddisfare gli obiettivi legati al clima che i clienti hanno deciso di adottare. Tra questi, per citare un esempio, il più importante è Phoenix, una grande assicurazione basata nel Regno Unito con asset under management di circa 240 miliardi di sterline, dei quali abrdn gestisce circa la metà. Nel dicembre 2019 la società ha assunto l’impegno di allineare i propri investimenti al raggiungimento di zero emissioni nette e, negli ultimi 18 mesi, abbiamo lavorato con loro per definire che cosa implica una simile decisione e quale sia il ruolo dell’allocazione strategica nel raggiungere l’obiettivo. Il secondo aspetto ci ha visti impegnati a pensare agli impatti del cambiamento climatico sui ritorni dei nostri investimenti di lungo periodo, un fattore importante all’interno della Saa per le ricadute sulle singole asset class. Ed è proprio per dare una risposta concreta a questa necessità che abbiamo elaborato un modello che delinea diversi scenari climatici».</p>
<h2>Di che cosa si tratta?</h2>
<p>«Abbiamo lavorato con Planetrics, una società che è parte di McKinsey, per sviluppare quello che noi crediamo sia uno dei più avanzati strumenti presenti nell’industria del risparmio gestito. Lo scopo è delineare scenari legati ai cambiamenti climatici. Ne abbiamo tracciati ben 16, definiti in base a una serie di contestualizzazioni, che tengono in considerazione molteplici parametri, tra cui l’aumento della temperatura tra 1,5° e 4°. Ciò che questo sistema ci permette di fare è misurare quantitativamente le implicazioni di ciascuno scenario, in cui rientrano variabili macroeconomiche insieme a dati come il prezzo del petrolio o la domanda di elettricità. Da qui vengono poi elaborate le implicazioni in termini di valutazione per l’asset class azionaria e per quella del credito, grazie a modelli di previsione dei rendimenti a lungo termine che, nel primo caso, utilizza un approccio basato sui flussi di cassa attualizzati (Discounted cash flow o Dcf).<span class="Apple-converted-space">  </span>In sintesi, per ciascuno dei 16 scenari rappresentati si possono misurare gli impatti sulle singole aziende e i risultati aggregati vengono utilizzati all’interno della Saa per elaborare le nostre decisioni di investimento».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Ci sono però molte variabili da tenere in considerazione che possono sensibilmente influire su ciascuno scenario e creare incertezza. Si pensi, ad esempio, ai continui cambiamenti tecnologici.</h2>
<p>«Proprio per questo motivo abbiamo delineato 16 scenari tra loro diversi. Ognuno di essi ha un modello di riferimento con variabili differenti che possono riguardare la forza delle politiche ambientali, piuttosto che la velocità del processo di regolamentazione nelle diverse parti del mondo. Un altro aspetto, poi, da tenere presente in questo processo, è la previsione sullo sviluppo della tecnologia, che ci porta a formulare ipotesi sul costo del gas rispetto a quello delle rinnovabili o se prenderà piede il processo di cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) e quale ne sarà il costo. Ogni scenario è strutturato con diverse assunzioni il cui impatto sulle singole aziende può essere quantificato, permettendo di simulare le ricadute sui titoli in vari contesti. Penso che, attualmente, ci sia un consenso generalizzato su alcuni tipi di tecnologia, come quella solare e quella eolica, che si ritiene avranno un ruolo importante nella transizione energetica: il loro peso nella generazione di elettricità sarà sempre più elevato. Ciononostante, emergono diverse incertezze riguardo al carico di base di una rete elettrica, se dovesse dipendere in modo preponderante dal solare o dall’eolico, entrambe fonti variabili di energia, e sulla sua gestione. Le risposte ai quesiti possono essere diverse e animano un dibattito da cui emergono soluzioni alternative che generano sì alcune incertezze, ma è pur vero che il livello di fiducia sul fatto che il solare e l’eolico saranno al centro della produzione di energia rimane elevato».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>E per quanto riguarda l’aumento dei corsi delle materie prime, le ricadute sul costo dell’energia e, di conseguenza, sull’inflazione?</h2>
<p>«Gli scenari servono proprio per dare indicazioni sulla base di un set di ipotesi. Faccio un altro esempio. Secondo il nostro modus operandi, modelliamo la domanda per i veicoli elettrici in riferimento all’andamento del prezzo del petrolio e rileviamo le dinamiche che si possono creare in rapporto ai diversi livelli di penetrazione delle nuove auto. Utilizziamo un metodo che ci permette di formulare diverse ipotesi e, in base a esse, stimarne i potenziali effetti. Certo, ci sono alcune assunzioni di base sulla crescita e sull’inflazione che sono costruite sulle indicazioni che vengono dal Fondo monetario internazionale. Detto ciò, non si possono certo escludere accadimenti che generino crisi inaspettate, con pesanti ripercussioni sull’attività economica, che non hanno nulla a che fare con il cambiamento climatico».</p>
<h2>Come decidete quale scenario adottare?</h2>
<p>«Assegniamo una probabilità a ciascuno scenario e ci focalizziamo sulla media ponderata delle probabilità, dove guardiamo alla media delle distribuzioni dei risultati possibili. Abbiamo un comitato di esperti con cui ci confrontiamo, composto da numerosi accademici, policy maker, politologi. È da questa interazione che viene decisa l’attribuzione delle probabilità a ciascuno scenario».</p>
<h2>Quale tipo di risultati vi offre questa analisi?</h2>
<p>«Ci offre uno spaccato granulare all’interno dei singoli settori da cui emergono le aziende che sono vincenti o perdenti all’interno di un determinato scenario. Ci sono comparti, come la finanza o l’health care, sui quali l’impatto dei cambiamenti climatici non c’è, mentre sull’energia è significativo. Infatti, nonostante la performance dei titoli sia già stata deludente nell’arco degli ultimi cinque anni, le valutazioni risultano ancora elevate, rispetto a ciò che succederà alla domanda di gas e petrolio nei prossimi 30 anni. Oppure ci sono alcuni settori, come le utility, dove ci sono sia vincenti, sia perdenti: aziende che sono molto esposte alle rinnovabili e altre che dipendono pesantemente dal carbone.<span class="Apple-converted-space">  </span>Abbiamo costruito un modello che è molto funzionale per analizzare i singoli titoli e che, grazie a un’aggregazione dei dati raccolti, contribuisce a definire l’asset allocation strategica».</p>
<h2>Facendo questa operazione, avete riscontrato una sensibile variazione dell’asset class azionaria?</h2>
<p>«L’impatto sull’azionario globale è molto limitato, mentre è decisamente più pronunciato sui settori e, in particolare, sulle singole imprese: in sostanza si ha una mitigazione a livello aggregato del bilanciamento tra vincenti e perdenti. E quest’ultimo è un buon punto di partenza per gli asset manager, che si possono così concentrare nel calcolare i ritorni attesi».</p>
<h2>Come valuta la definizione di una tassonomia a livello europeo per quanto riguarda gli investimenti sostenibili, nonostante ci siano ancora molti aspetti che devono essere chiariti?</h2>
<p>«Oltre a ricoprire il ruolo di head of strategic asset allocation, sono anche portfolio manager del Multi Asset Climate Fund, classificato come articolo 9. Il fatto che ci siano ancora aspetti da chiarire in merito a che cosa debba essere rendicontato crea un po’ di preoccupazione, ma sono molto lieto che vi sia una tassonomia a livello europeo, perché è decisamente utile avere un metodo di misurazione obiettivo per comprendere quali attività contribuiscono alla transizione a “net zero”.<span class="Apple-converted-space">  </span>Ci sono in Europa dozzine di fondi che si definiscono sostenibili, ma che di fatto non lo sono, e diventa perciò importante avere una regolamentazione che costringa a dimostrare se l’investimento effettuato risponda ai parametri richiesti. Il fondo che io gestisco ha attualmente un’esposizione del 70% alla tassonomia europea e quindi non vedo l’ora che l’attività di reporting parta ufficialmente».</p>
<h2>Quali sono le sue aspettative per il prossimo futuro?</h2>
<p>«Per quanto riguarda gli investimenti legati al clima, il grande punto di domanda è che cosa succederà al Cop26 che si terrà a Glasgow in novembre. La Cina lo scorso anno ha annunciato l’impegno a raggiungere zero emissioni entro il 2060 e ciò fa sì che possa diventare un attore importante sul tema insieme agli Stati Uniti, dove la nomina di Biden ha portato a un grande salto in avanti nelle politiche legate al cambiamento climatico. I due più grandi emettitori al mondo di CO2 hanno quindi la possibilità di agire sul problema. Per il momento non è ancora chiaro come ciò possa articolarsi, ma potremo assistere a un’accelerazione delle politiche globali sul clima. C’è molto consenso attualmente nel mondo su questi argomenti e sono abbastanza ottimista che la transizione energetica e quella dei trasporti possano velocizzarsi, guidate dalla tecnologia. È fondamentale capirne il riflesso sugli investimenti e avere modelli di asset allocation che permettano di cogliere di effetti di queste “grandi transizioni”».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Raiffeisen Capital Management: «Un’analisi al 50% finanziaria, al 50% Esg»</title>
		<link>https://fondiesicav.it/raiffeisen-capital-management-unanalisi-al-50-finanziaria-al-50-esg-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2021 05:43:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Donato Giannico, country head per l’Italia di Raiffeisen Capital Management, partecipa al Focus Salone</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a cura di Pinuccia Parini</strong></p>
<h2>Nel numero precedente di Fondi&amp;Sicav, <b>Donato Giannico,</b> country head per l’Italia di <b>Raiffeisen Capital Management</b> ha spiegato come l’investimento sostenibile e responsabile sia in grado di generare performance competitive rispetto al mercato. A questo proposito è interessante aggiungere alcune considerazioni, soprattutto in materia di misurazione del rischio nelle scelte di investimento Esg.</h2>
<h2>Perché misurare il rischio Esg è importante per il portafoglio?</h2>
<p>«Il rischio Esg è un fattore aggiuntivo a quello finanziario. Quando i gestori selezionano i titoli, se utilizzano la classica metrica finanziaria, usano stime di rendimento atteso e strumenti per misurare il rischio, in base alle diverse asset class. L’integrazione dei criteri Esg nel processo di allocation comporta anche l’analisi dei fattori di rischio connessi, creando metriche che si aggiungono a quelle finanziare».</p>
<h2>Cosa vuole dire misurare il rischio Esg?</h2>
<p>«Significa utilizzare un set di misurazioni che vanno tutte nella direzione di capire se l’azienda, che si sta analizzando sotto il profilo “E”, enviroment, “S”, social e “G”, governance, può andare incontro a situazioni che possono comprometterne non solo l’andamento, ma anche la reputazione. Quest’ultima può essere infatti intaccata dallo scoppio di scandali, da multe comminate per la violazione di leggi o da danni provocati a terzi, il cui effetto sull’andamento del titolo può diventare dirompente. In Raiffeisen Capital Management indaghiamo sui tre criteri Esg in modo molto dettagliato, usando parametri che sono specifici del settore di appartenenza della società e produciamo una valutazione che si esprime in forma numerica: è lo score Esg. Nel caso specifico si tratta di una scala che va da uno a 100, che deve essere poi nettizzata per i valori di rischio, dove il livello minimo che permette di classificare un titolo eleggibile per un investimento Sri è 66. Questa classificazione si interfaccia poi con un’altra che è invece di carattere prettamente finanziario. Il risultato finale prodotto è composto per il 50% dall’analisi finanziaria e il restante 50% da quella Esg».</p>
<h2>Ma che cosa succede se un titolo con score Esg passa da un ipotetico valore di 70 a 61?</h2>
<p>«In base alle regole di Raiffeisen, non sarebbe più eleggibile per un portafoglio squisitamente Sri, nonostante da un punto di vista meramente finanziario possa risultare appetibile. Ovviamente, il suddetto titolo potrebbe rientrare in un portafoglio classico, non tenendo però più in considerazione lo score Esg».</p>
<h2>E se, invece, vi trovate di fronte a un situazione opposta, cioè un titolo che in base alle vostre valutazioni Esg dimostra una tendenza in miglioramento, come vi comportate?</h2>
<p>«Per quanto riguarda i portafogli classici Sri, la discriminante normalmente è data dal livello 66, sempre su una scala da uno a 100. Poi ci sono i portafogli di seconda generazione, che hanno in posizione titoli che mostrano un continuo miglioramento in base ai criteri Esg. Raiffeisen Capital Management ha un fondo azionario europeo con un track record di quasi sei anni, che si chiama Momentum, composto esclusivamente da questa tipologia di società. Certo c’è un minimo score Esg di riferimento per potere entrare all’interno di questo universo investibile, ma soprattutto conta dimostrare di avere fatto un miglioramento significativo in materia di sostenibilità. Quest’ultimo è un aspetto rilevante, perché ci sono evidenze empiriche che esso è fortemente correlato alla performance. I dati a nostra disposizione dimostrano che si ottiene un’outperformance, rispetto ai titoli paragonabili, se si acquista una società che ha dato prova di avere fatto progressi sui criteri Esg. All’interno di Momentum ci sono solo 50 titoli con un peso del 2% ciascuno che, sempre da questo punto di vista, hanno riportato un miglioramento del 30% negli ultimi tre anni. Devo dire che si tratta di una strategia che ci ha dato ottimi risultati e Raiffeisen è stata tra i primi asset manager a usare questo approccio».</p>
<h2>Parliamo sempre di prodotti Sri?</h2>
<p>«Sì, ma appunto di seconda generazione, categoria quest’ultima all’interno della quale rientrano, ad esempio, i prodotti tematici o quelli che guardano alle energie rinnovabili. Poi, ci sono anche le strategie di seconda generazione che sono quelle dedicate a cluster di clienti, come ad esempio le istituzioni religiose, che sono gestite sempre in base ai nostri processi di investimento ma integrate in una policy che sta a monte (nel caso dei prodotti per le istituzioni cattoliche è quella della Cei), con parametri e caratteristiche specifiche».</p>
<h2>Ritiene che sia necessario dare più peso, rispetto a ciò che avviene attualmente, ad alcune componenti Esg piuttosto che ad altre?</h2>
<p>«Dipende dal settore e dall’azienda. Se una società appartiene al settore energetico, come quello petrolifero, la “E” e la “G” sono quelle preponderanti. Se, invece, si tratta di un’impresa legata ai servizi, avranno maggior peso la “S” e la “G”, perché magari ci potrebbero essere, ad esempio nel caso di una multinazionale, vertenze sindacali aperte in 20 paesi al mondo causate da discriminazioni sul trattamento dei lavoratori. Ovviamente tutte e tre le componenti vengono sempre prese in considerazione, ma è la “G” che fa da perno, perché è quella che indica quali sono le regole che una società si dà, le sue politiche, le modalità con cui affronta determinati temi, come si pone nei confronti degli stakeholder e degli shareholder. Prestare attenzione alla governance significa anche e soprattutto, come azionista, svolgere attività di controllo e quindi misurare i rischi che un’impresa si assume. Comporta quindi adottare un atteggiamento proattivo e declinarlo attraverso l’engagement e il diritto di voto. Il primo permette di creare opportunità di dialogo con l’azienda per capire meglio come si comporta rispetto a un determinato tema e richiede anche un’attività di monitoraggio, soprattutto nel caso venga richiesto il miglioramento di alcune attività. E poi c’è il diritto di voto, che può essere utilizzato come strumento di “moral suasion”. Una società può infatti risultare interessante da un punto di vista finanziario, ma richiedere un ulteriore sforzo per migliorare la valutazione di sostenibilità allo scopo di renderla eleggibile per l’investimento. In questo caso, l’acquisto di una quota minima di azioni permette di acquisire il diritto di andare all’assemblea degli azionisti, dove è possibile orientare l’azienda con l’esercizio del voto. E non si tratta di un’operazione coercitiva, bensì è un modo per renderne più appetibile il modello di business attirando così l’interesse degli investitori».</p>
<h2>Pensa che la definizione della tassonomia, che sarà pubblicata il prossimo luglio, possa dirimere alcuni dubbi e incertezze in merito al rischio Esg?</h2>
<p>«Sembra che, in base a ciò che conosciamo in questo momento, si stia dando più peso alla componente “E”, poco alla S” e in misura ancora inferiore alla “G”. Ma la governance è cruciale, come si è detto già in precedenza, perché attraverso essa si gestiscono gli aspetti legati all’ambiente e al sociale. Difficile dire come si siano determinate queste dinamiche e quale possa esserne l’evoluzione. Forse alla base c’è un problema culturale, forse ci sono anche interessi specifici che richiedono un confronto diretto. Inoltre, alcuni elementi, per la loro complessità, hanno bisogno di tempo per essere affrontati. A volte, si ha la sensazione che, se non si appartiene al settore energetico o a industrie ad alto consumo energetico, rispettare determinati parametri legati all’inquinamento ambientale non sia particolarmente complesso. Lo stesso tipo di considerazione forse non vale quando si parla degli aspetti sociali, perché diventa più difficile analizzare le condizioni di lavoro quando magari mancano contratti collettivi, una presenza sindacale e c’è il mancato rispetto della diversità di genere, politica e di orientamento sessuale. Forse occorre ancora tempo perché su questi temi venga fatta chiarezza e siano definiti i parametri con cui potersi raffrontare».</p>
<h2>Esiste una correlazione tra i valori di rischio finanziario e quelli Esg?</h2>
<p>«Purtroppo no, perché non c’è nell’analisi finanziaria l’attitudine a misurare il rischio in base all’asset class di riferimento. Faccio un’analogia per fare capire che cosa intendo. Se ci sono due malati, uno con la gamba rotta e l’altro con una perdita di sangue, per capire gli eventuali rischi cui ciascuno di essi potrebbe incorrere, è necessario fare due tipi di analisi diverse: per il primo una radiografia, per il secondo l’esame del sangue. In finanza si tende a utilizzare una misurazione del rischio univoca, che è la volatilità, ma quest’ultima non è il rischio, bensì solo una delle componenti e, soprattutto, non ha alcuna correlazione con il rischio Esg. Da questa considerazione deriva che i parametri che si devono usare per misurare il rischio di un’azione dovrebbero essere diversi da quelli impiegati per un’obbligazione e, possibilmente, essere ex-ante e non ex-post. Sarebbe più facile trovare una correlazione più marcata tra analisi finanziaria e quella Esg del rischio se, analizzando ad esempio un’obbligazione,<span class="Apple-converted-space">  </span>si guardasse al merito di credito, in particolare al default rate (la capacità di un emittente di restituire quanto preso a prestito). Facciamo un altro esempio. Se una società è molto indebitata, ci si trova di fronte a due rischi: il primo è che quest’ultima non possa ripagare le linee di credito, il secondo è che la sua governance sia molto debole. Un titolo con queste caratteristiche non potrà mai rientrare all’interno di una strategia Sri, perché c’è un tangibile livello di rischiosità rilevabile ex-ante. La misurazione dei rischi Esg è tutta ex-ante, perché la possibilità dello scoppio di un’eventuale controversia deve fare sì che vadano indagate tutte quelle aree dove è più probabile che avvenga, prima che essa emerga».</p>
<h2>Ciò che cosa ci indica?</h2>
<p>«Il processo di transizione a una compenetrazione tra analisi finanziaria e analisi Esg è lungo e lo è ancora di più per gli asset manager di grandi dimensioni, che si trovano nella necessità di avere un universo investibile ampio, per evitare un eccesso di concentrazione all’interno dei loro portafogli. Purtroppo, le dimensioni dell’asset manager possono creare alcune distonie».</p>
<h2>Avere un rating Esg può essere d’aiuto per un investitore, ma non è certo una garanzia, né costituisce una lettura univoca della società analizzata. Che cosa ne pensa?</h2>
<p>«Avere un rating Esg può essere di aiuto per un investitore, ma lo è di più per il gestore. Per il primo, infatti, è più importante capire come avere scelto un titolo, piuttosto che un altro, all’interno di una strategia che abbia generato metriche di impatto. All’investitore serve riconoscere un aspetto valoriale che, ovviamente, non può essere disgiunto dal risultato offerto in termini di rendimento».</p>
<p>The post <a href="https://fondiesicav.it/raiffeisen-capital-management-unanalisi-al-50-finanziaria-al-50-esg-2/">Raiffeisen Capital Management: «Un’analisi al 50% finanziaria, al 50% Esg»</a> appeared first on <a href="https://fondiesicav.it">Future Investments</a>.</p>
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		<title>Focus Salone: all’insegna della rivoluzione Esg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2021 05:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti gli asset manager presenti al Salone del risparmio hanno evidenziato nel loro portafoglio strumenti Esg</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>a cura di Pinuccia Parini</b></p>
<h2>È stato un indubbio successo, nonostante il Covid, nonostante l’intervallo di un anno e nonostante la paura da parte di molti dei contatti ravvicinati. Il Salone del risparmio, che si è svolto dal 15 al 17 settembre con oltre 17 mila partecipanti e 115 tra conferenze dibattiti e presentazioni, si è chiuso con numeri record rispetto alle precedenti edizioni pre-pandemia. E, soprattutto quest’anno, la manifestazione ha reso evidente il buon momento e l’ottimismo che stanno caratterizzando l’Italia in questa fase. Molte società hanno presentato le loro novità e talora una serie di prodotti e di servizi innovativi, come non si vedeva da tempo.</h2>
<p>La parte del leone l’ha fatta il tema della <strong>sostenibilità e dei prodotti Esg</strong>, visto come una vera e propria rivoluzione per la finanza e per l’intero pianeta. Di fatto, tutti gli asset manager presenti al Salone del risparmio hanno evidenziato nel loro portafoglio strumenti Esg, talora con una buona presenza di fondi articolo 9, secondo la recente classificazione del regolamento europeo Sfdr. Per tutto il tempo della manifestazione si è parlato di questo tema, anche grazie al discorso del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha sottolineato nel suo intervento la centralità del risparmio gestito in questo processo. «Il governo presenterà una road map di aste per l’energia rinnovabile, di modo che gli asset manager possano scegliere per tempo dove andare a investire», ha affermato il rappresentante del governo. «Infrastrutture sostenibili ed economia circolare sono altre opportunità per l’industria del risparmio gestito, insieme a riforestazione, interventi sul dissesto idrogeologico e sulla rigenerazione del mare. Oggi la transizione ecologica coinvolge solo i paesi del G7 e del G20: dobbiamo ampliare il raggio d’azione anche ai 3 miliardi di persone che ancora non sono compresi. La comunità finanziaria internazionale ha gli strumenti per potere, insieme, fare qualcosa di buono».</p>
<p>E dei temi affrontati al Salone hanno parlato anche gli ospiti di Fondi&amp;Sicav, che hanno raccontato, alla luce di quanto è emerso nel corso dell’evento, i loro programmi e la visione delle rispettive società.</p>
<h2>Scopriamo insieme i contributi</h2>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/abrdn-unasset-allocation-strategica-per-ogni-scenario/">abrdn: «Un’asset allocation strategica per ogni scenario»</a></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/amundi-e-una-grande-sfida-integrare-i-criteri-esg-negli-strumenti-finanziari/">Amundi: «è una grande sfida integrare i criteri esg negli strumenti finanziari»</a></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/pictet-human-ci-concentriamo-sui-quei-servizi-che-rendono-la-vita-appagante/">Pictet-Human: «Ci concentriamo sui quei servizi che rendono la vita appagante»</a></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/goldman-sachs-am-uno-sforzo-corale-per-la-transizione-energetica/">Goldman Sachs AM: «Uno sforzo corale per la transizione energetica»</a></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/raiffeisen-capital-management-unanalisi-al-50-finanziaria-al-50-esg/">Raiffeisen Capital Management: «Un’analisi al 50% finanziaria, al 50% Esg»</a></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/allianz-gi-la-fiducia-e-il-vero-motore-di-ogni-cambiamento/">Allianz GI: «La fiducia è il vero motore di ogni cambiamento»</a></span></p>
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		<title>FOCUS SALONE: in un momento unico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Sep 2021 07:57:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Mercati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’undicesima edizione del Salone del Risparmio, che si svolgerà tra il 15 e il 17 settembre, è certamente la più importante della sua storia</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>a cura di Pinuccia Parini</b></p>
<h2>L’undicesima edizione del Salone del Risparmio, che si svolgerà tra il 15 e il 17 settembre, è certamente la più importante della sua storia. Si apre, infatti dopo un anno di interruzione dovuto al Covid, come è avvenuto per tutte le manifestazioni fieristiche nel 2020, ma soprattutto in campo finanziario il mondo post-pandemia è praticamente irriconoscibile rispetto a due anni fa.<span class="Apple-converted-space"> </span></h2>
<p>Innanzitutto i listini azionari si presentano ai massimi e si sono sviluppati, dopo un iniziale sbandamento, proprio nel pieno della crisi. Un avvenimento che probabilmente non si era mai verificato prima, ma certamente non irrazionale. I mercati hanno prefigurato con molto anticipo il mondo del post-coronavirus e hanno premiato quelli che ritenevano i futuri vincitori, che si trovano soprattutto nella tecnologia. Ma non solo: il range di società che trarranno vantaggio dal new normal che si sta creando non sono solamente hi-tech, ma talora anche imprese con business tradizionali che hanno avuto la capacità di cogliere le nuove opportunità che si stanno creando e che interesseranno tutti.</p>
<p>Ma il vero cambiamento, rispetto al passato, è sicuramente l’irruzione dell’Esg. Erano molti anni che alcuni precursori stavano lavorando a questo tema e cercavano di renderlo centrale, ma si trattava di esperienze di nicchia, guardate talora con il massimo scetticismo. Oggi i principi ambientali, sociali e di governance rientrano praticamente in tutti i prodotti e in un’occasione come il Salone c’è la possibilità di avere una panoramica molto vasta di questo nuovo mondo che si è andato a creare e che ha coinvolto spessissimo anche strumenti totalmente tradizionali, che si sono dovuti adeguare alle nuove regole. Inoltre, forse mai prima d’ora è stato così forte l’intervento degli stati a indirizzare l’economia (e di conseguenza la finanza) e a spingere in senso virtuoso tutti coloro che operano sui mercati. L’enorme quantità di capitali che Europa e Stati Uniti stanno inserendo nel sistema andrà a spingere soprattutto un rinnovamento delle aziende, che si dovranno conformare ai nuovi standard. Praticamente una rivoluzione, se sarà davvero attuata.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>Il Salone oggi è forse una delle sedi più interessanti per fare il punto sul pianeta che cambia, sia nella componente ambientale, sia in quella ideologica.</strong></p>
<h2><strong>Leggi tutti i contributi</strong></h2>
<h2><a href="https://www.fondiesicav.it/raiffeisen-capital-management-la-sovraperformance-della-sostenibilita/"><span style="color: #993300;">Raiffeisen Capital Management: «La sovraperformance della sostenibilità»</span></a></h2>
<h2><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/amundi-sposiamo-il-modello-del-capitalismo-responsabile/">Amundi: «Sposiamo il modello del capitalismo responsabile»</a></span></h2>
<h2><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/aberdeen-standard-investments-addio-vecchia-costruzione-di-portafoglio/">Aberdeen Standard Investments: «Addio vecchia costruzione di portafoglio»</a></span></h2>
<h2><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/pictet-asset-management-puntiamo-sullexperience-economy/">Pictet Asset Management: «Puntiamo sull’experience economy»</a></span></h2>
<h2><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/allianz-global-investors-investire-goal-based/">Allianz Global Investors: «Investire goal based»</a></span></h2>
<h2><span style="color: #993300;"><a style="color: #993300;" href="https://www.fondiesicav.it/goldman-sachs-asset-management-di-fronte-a-una-svolta/">Goldman Sachs Asset Management: «Di fronte a una svolta»</a></span></h2>
<p>The post <a href="https://fondiesicav.it/focus-salone-in-un-momento-unico-2/">FOCUS SALONE: in un momento unico</a> appeared first on <a href="https://fondiesicav.it">Future Investments</a>.</p>
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		<title>Allianz Global Investors: «Investire goal based»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 02:04:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Battistini]]></category>
		<category><![CDATA[focussalone]]></category>
		<category><![CDATA[allianz global investors]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A colloquio con Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La necessità di conciliare l’innovazione con la sostenibilità è un tema sempre cogente sui mercati. Investire in modo responsabile ed essere così partecipi di un cambiamento è una consapevolezza che anima le decisioni e le scelte, sia dei risparmiatori, sia degli investitori. Ne parla <b>Filippo Battistini,</b> head of business development retail wholesale Italy di <b>Allianz Global Investors</b>.</h2>
<h2><b>Come si sposano la sostenibilità e l’innovazione nelle strategie di Allianz Global Investors?</b></h2>
<p>«Innanzitutto vogliamo sottolineare che la sostenibilità e l’innovazione sono due elementi fondamentali all’interno delle nostre strategie che si autoalimentano e non possono essere disgiunte. La prima è il fattore che permea tutto ciò che è innovazione e quest’ultima, a sua volta, diventa il motore di un continuo rinnovamento. In questo ambito, come Allianz Global Investors, riteniamo di essere all’avanguardia, perché, a differenza di altri player, abbiamo creato una ricca offerta di strategie e di fondi allineati ai suddetti obiettivi. Nello specifico, abbiamo sei diverse soluzioni di investimento (Allianz Clean Planet, Allianz Global Water, Allianz Smart Energy, Allianz Sustainable Health Evolution, Allianz Food Security e Allianz Positive Change) che si collocano a metà strada tra le strategie Esg e quelle tematiche, con un processo di selezione che identifica le aziende in grado di raggiungere determinati risultati, in aree tematiche circoscritte e legate profondamente a uno o più Sustainable development goal (Sdg). Oltre ai vantaggi sociali e ambientali, esse perseguono anche obiettivi finanziari, fondati su un approccio di investimento tematico consolidato, che si incentra su trend strutturali di lungo periodo e ricerca potenzialità di crescita a lungo termine. Sono soluzioni legate a temi non solo attuali, ma che avranno un’espansione notevole nei prossimi anni e, tramite esse, l’investitore avrà da un lato la possibilità di contribuire allo sviluppo sociale e ambientale, dall’altro la possibilità di incrementare il rendimento sul capitale investito».</p>
<h2><b>Quali sono i fattori che guidano il goal-based investing?</b></h2>
<p>«Le ricadute della pandemia hanno indubbiamente avuto molti riflessi sul comportamento degli investitori. L’incertezza che ne è sprigionata li ha portati a nutrire forti preoccupazioni per il futuro e ad assumere un atteggiamento di grande cautela, tanto che la liquidità sui conti correnti è aumentata in misura considerevole. Ciò che è emerso, in base anche a ricerche pubblicate di recente, ad esempio quella dell’Associazione italiana private banker, è che gli investitori hanno capito quanto la ricerca di rendimenti nel breve termine possa avere un impatto molto negativo sull’accumulazione della ricchezza nel lungo periodo. In questo contesto, Allianz Global Investors ritiene che ora più che mai è fondamentale fornire un aiuto concreto nell’individuare i valori e gli obiettivi di vita cui ancorare le proprie decisioni di investimento. È necessario, infatti, aumentare il controllo sullo stato patrimoniale e farlo in modo efficace, cercando di eliminare da un lato lo stress da performance e, dall’altro, evitando di detenere un’elevata liquidità, di fatto non remunerata, visto l’attuale livello dei tassi di interesse. Allianz Global Investors si è ormai contraddistinta da tempo nella formazione di qualità per i consulenti e private banker e nella proposta di progetti formativi ad alto contenuto di educazione finanziaria. In passato abbiamo offerto ai nostri partner distributivi diverse iniziative, sia sulla finanza comportamentale, sia sulla “domandologia”, ovvero l’arte di fare domande aperte, strumento efficace per entrare in empatia con l’investitore finale. La naturale evoluzione di questi due progetti è stata il laboratorio sul Goal based investing, nato dalla collaborazione tra Allianz Global Investors e Luciano Scirè (fondatore di Goal Based Investing Italia), che si occupa di pianificazione per valori e obbiettivi».</p>
<h2><b>Quali sono le finalità che volete raggiungere nell’abbracciare questo approccio?</b></h2>
<p>«Con il Goal Based Investment Lab ci siamo posti l’obiettivo di offrire ai nostri interlocutori un cambio di prospettiva strutturato su tre livelli: la psicologia degli investimenti in un’ottica goal based; la diagnosi dei valori e degli obiettivi degli investitori finali, prima di proporre una soluzione di investimento; come rendere efficaci le scelte anziché concentrarsi sull’efficienza ex-ante del portafoglio. Su questi temi sono state organizzate diverse giornate formative e il messaggio emerso con maggiore vigore da questa esperienza è che i mercati finanziari possono essere utilizzati come macchine del tempo. Ciò implica che avere un’ottica di investimento di medio lungo termine permette di viaggiare nel futuro e di realizzare i progetti e gli obiettivi di vita in tempi adeguati. Inoltre, è interessante evidenziare che chi sposa quest’ottica risulta più propenso a investire in classi di attivo rischiose, come le azioni. Se si applica questo approccio al contesto attuale, per quanto complicato e difficile da leggere, si possono individuare occasioni di investimento».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2><b>Qual è il legame tra sostenibilità e goal-based investing?</b></h2>
<p>«Un esempio concreto lo si può individuare nel Green Deal europeo, che ha l’obiettivo di trasformare l’Unione in un leader globale grazie alla transizione a un’economia verde e digitale. Questo piano libererà una serie di investimenti finanziari significativi e farà nascere attraenti opportunità per gli investitori da cogliere attraverso un approccio agli investimenti di medio lungo termine che prediliga quelle società il cui core business si è allineato agli obiettivi di sviluppo sostenibile, i cosiddetti Sdg, sanciti dall’Onu. Investire quindi nelle aziende che partecipano al raggiungimento degli Sdg significa partecipare a un cambiamento significativo e reale».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2><b>Come avviene la generazione di valore da parte di un gestore attivo come Allianz Global Investors?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></h2>
<p>«Viene di fatto applicata una strategia che non solo si focalizza sulla singola azienda con la finalità di generare alfa, ma monitora che l’attività della società contribuisca ad avere un impatto positivo, sia a livello sociale, sia ambientale<br />
(i.e.: alfa social e ambientale). Inoltre, da agosto questi fondi, in base alla direttiva Sfdr, ssono stati classificati come articolo 9: per ciascun prodotto, Allianz Global Investors è in grado di misurare in modo fattuale l’impatto sociale e ambientale delle scelte compiute all’interno dei portafogli e rendicontarlo agli investitori. Così facendo, è tra le prime e poche società a potere annoverare un’ampia gamma di strategie con queste caratteristiche».</p>
<h2><b>Nell’adottare questo approccio, come cambia il rapporto tra cliente e consulente finanziario?</b></h2>
<p>«Attraverso la pianificazione che porta alla costruzione di un portafoglio finalizzato a perseguire gli obiettivi di vita e che permetta di affrontare l’incertezza senza particolare ansie, il consulente è in grado di instaurare un rapporto con i propri clienti più proficuo e orientato al medio-lungo termine. In concreto, per tornare alla riflessione iniziale, ciò significa impiegare la liquidità lasciata sul conto corrente utilizzando i mercati come macchine del tempo per potere realizzare i propri obiettivi di medio e lungo periodo. Tra quelli che si possono sposare, gli Sdg rientrano a pieno titolo, anche da un punto di vista valoriale, perché afferiscono al futuro del pianeta. Non si può pensare di realizzare i propri obiettivi di vita se non ci si pone il problema delle sfide globali che si devono affrontare in tema di sostenibilità e gli investimenti allineati agli Sdg possono dare un forte contributo in questa direzione».</p>
<h2><b>In quale modo il goal-based investing rende più resiliente il rapporto tra il cliente e il consulente finanziario?</b></h2>
<p>«Perché nel goal-based investing si ragiona per obiettivi che permettono una condivisione di ciò che si vuole raggiungere, all’interno di un percorso in cui il consulente finanziario e il cliente camminano l’uno a fianco dell’altro. Ciò fa sì che la performance non sia più il fattore cardine cui attribuire valore, ma lo diventino i traguardi che ci si è prefissi attraverso un processo di pianificazione che ha ragione di essere solo all’interno di un ampio orizzonte temporale. Significa, in altre parole, concentrarsi sul futuro e fare progetti in merito che trovino realizzazione anche attraverso le scelte di investimento. Si tratta di un approccio che, proprio per queste caratteristiche, non può che cementare e rendere più resiliente il rapporto tra cliente e consulente».</p>
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		<title>Goldman Sachs Asset Management: «Di fronte a una svolta»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 02:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[Goldman Sachs Asset Management]]></category>
		<category><![CDATA[focussalone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fondi&#038;Sicav discute di cambiamenti con Loredana La Pace, country head Italy di Goldman Sachs Asset Management.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Stiamo attraversando un periodo di grandi cambiamenti, probabilmente più rivoluzionari di quanto si riesca a comprendere pienamente. Si è di fronte a mutamenti che hanno ricadute importanti, anche nelle scelte di investimento. Fondi&amp;Sicav ne discute con <b>Loredana La Pace</b>, country head Italy di <b>Goldman Sachs Asset Management.</b></h2>
<h2><b>Come cambierà il mondo del lavoro sull’onda di sviluppo tecnologico digitale?</b></h2>
<p>«Lo sviluppo tecnologico avanza a ritmi sempre più rapidi, anche se siamo ancora agli albori. Oggi si è di fronte a un punto di svolta grazie alla forte spinta verso una maggiore digitalizzazione e connettività, due fattori divenuti ancora più rilevanti nel contesto che stiamo vivendo da un anno e mezzo, che è stato un forte catalizzatore del processo di sviluppo tecnologico. Da questo punto di vista, il mondo del lavoro rappresenta uno dei settori maggiormente influenzati dalla diffusione delle nuove tecnologie e sta attraversando una fase di profondo mutamento. L’utilizzo del cloud computing, per mezzo di software che permettono la digitalizzazione delle attività, consente di aumentare produttività ed efficienza in molti ambiti. Le innovazioni nel settore delle comunicazioni, insieme alla diffusione di piattaforme che permettono il lavoro da remoto, stanno rivoluzionando il modo di interagire nella sfera lavorativa e non solo».</p>
<h2><b>Come si identificano i nuovi leader tecnologici del domani?</b></h2>
<p>«In Goldman Sachs Asset Management facciamo un distinguo tra tematiche contingenti e quelle di lungo corso. Si tratta di un approccio che, come investitori di lungo periodo, applichiamo a tutta la nostra ricerca e alle scelte di investimento. Così facendo, individuiamo i temi che possono avere impatti dirompenti e trasversali in tutti i settori dell’economia: l’innovazione tecnologica è uno dei trend di lungo termine che abbiamo identificato. Sta creando vincitori e vinti e funge anche da acceleratore della crescita per quelle società che sono capaci di adattarsi e di sfruttare a proprio vantaggio il potenziale offerto dalle nuove tecnologie. Con l’obiettivo di individuare le aziende “tech leader” del futuro, all’interno di Goldman Sachs Asset Management abbiamo creato una soluzione di investimento azionaria e globale, il Goldman Sachs Global Future Technology Leaders Equity Portfolio. Il fondo mira a identificare, andando oltre i noti titoli “Faang” (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google), le nuove società tecnologiche, realtà emergenti che, sebbene siano oggi relativamente piccole in termini di dimensioni, riteniamo che possano fare leva sulle loro competenze per una crescita prospetticamente importante. I settori che, in questo contesto, pensiamo riescano a offrire alcune delle migliori possibilità di investimento sono: l’e-commerce, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’intrattenimento online, il fintech e il cloud computing. Ricerchiamo queste realtà a livello globale, perché pensiamo che ci siano molte opportunità da cogliere».</p>
<h2><b>Quindi uno sguardo che va oltre gli Stati Uniti, patria della tecnologia più avanzata?</b></h2>
<p>«Sì, e si allarga ai paesi emergenti e all’Europa. Si parla molto di “Millennial” come nativi digitali, ma a volte ci si scorda che, da un punto di vista demografico, la gran parte di questa popolazione vive nelle aree emergenti ed è anche il motore trainante di innovazione tecnologica.<span class="Apple-converted-space">  </span>Aspetto, quest’ultimo, che dovrebbe conoscere, insieme alle infrastrutture, un’accelerazione anche in Europa grazie a strumenti come Next Generation Eu e il nuovo programma Europa digitale, che prevede una dotazione finanziaria di oltre 7,5 miliardi di euro destinati a promuovere la diffusione di tecnologie all’avanguardia e ad accelerare la trasformazione digitale delle società e delle economie dell’Ue<sup>1</sup>. Guardando al<span class="Apple-converted-space">  </span>Vecchio Continente, ci sono alcune aree che riteniamo interessanti sotto il profilo dell’innovazione e alle quali siamo esposti tramite il nostro Goldman Sachs Global Future Technology Leaders Equity Portfolio, come l’ecosistema dei pagamenti e i semiconduttori».</p>
<h2><b>Si parla di rivoluzione nel campo della sostenibilità. Che cosa significa secondo lei?</b></h2>
<p>«Per noi parlare di sostenibilità significa discutere di una materia che coinvolge tutti i nostri temi d’investimento. Negli ultimi anni l’interesse nei confronti dell’argomento è andato crescendo grazie all’impegno dei singoli paesi (due terzi si sono impegnati ad azzerare le emissioni) e di accordi quali il Green Deal europeo e la Conferenza di Parigi. Questo fenomeno non coinvolge solo i governi e le aziende, ma anche i singoli consumatori, più consapevoli della propria impronta ecologica. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, con un effetto paragonabile a quella industriale, ma con una velocità che è pari a quella tecnologica. Siamo convinti che la sostenibilità ambientale rappresenti un trend strutturale di lungo periodo che non si può trascurare, se si vuole creare valore per l’economia e per la società nel suo complesso. All’interno di Goldman Sachs Asset Management abbiamo identificato cinque aree che guidano il cambiamento verso una maggiore sostenibilità ambientale. Esse sono i pilastri di investimento della strategia del Goldman Sachs Global Enviromental Impact Equity Portfolio e sono: energia pulita (le rinnovabili pesano per circa un terzo della produzione globale di energia elettrica e nel 2021 conosceranno investimenti superiori a quelli del petrolio e del gas); efficienza delle risorse (maggiore diffusione dei veicoli elettrici e delle smart city); consumo sostenibile (ogni anno si spreca il 33% del cibo prodotto per il consumo umano<sup>2</sup>, eppure a livello globale 800 milioni di persone, ovvero una su nove, soffrono di malnutrizione<sup>3</sup>); economia circolare (gestione dei rifiuti e processi di riciclo); sostenibilità idrica (circa 844 milioni di persone non hanno ancora accesso a fonti idriche sicure<sup>4</sup>)».</p>
<h2><b>Ritornando a parlare di tecnologia, l’incontro tra digitalizzazione e sanità è foriero di grande innovazione. Che cosa ne pensa?</b></h2>
<p>«Indubbiamente è così e, a questo proposito, ci terrei a presentare una nostra soluzione di investimento, il Goldman Sachs Global Future Healthcare Equity Portfolio, che investe in aziende che stanno ridefinendo il settore dell’assistenza sanitaria, che è in rapida evoluzione ed è caratterizzato da cambiamenti dirompenti innescati dall’innovazione tecnologica. Se si considera il tema digitalizzazione e sanità, sono quattro le aree in cui vediamo sviluppi interessanti e promettenti: la genomica (la branca della biologia molecolare che ci permette di sequenziare il genoma umano); la medicina di precisione (strettamente collegata alla tecnologia genomica per sviluppare cure personalizzate); le procedure mediche assistite dalla tecnologia (l’utilizzo della robotica negli interventi chirurgici); l’assistenza sanitaria digitale (l’impiego della tecnologia e della digitalizzazione per migliorare la connettività tra medici e pazienti, permettendo diagnosi più accurate)».</p>
<h2><b>Prima lei parlava di consumatori consapevoli della propria impronta ecologica. Ci sono chiare evidenze dei cambiamenti delle abitudini che i Millennial stanno portando nel mondo dei consumi?</b></h2>
<p>«Sono anni che i Millennial hanno un’influenza significativa sulle dinamiche di consumo globale e spingono le aziende a cambiare i loro modelli di business. Quando parliamo delle loro inclinazioni, ci riferiamo anche alle loro abitudini, interessi e priorità che si distinguono da quelle delle generazioni precedenti. I tratti distintivi dei Millennial sono la tecnologia e lo stile di vita. L’hi-tech è parte integrante della loro quotidianità, in quanto nativi digitali, e l’intelligenza artificiale, il machine learning e l’internet delle cose sono fattori di un processo di innovazione che è stato da loro innescato ed è destinato a crescere in misura esponenziale. Se si guarda allo stile di vita, i Millennial prediligono le esperienze e i servizi ai beni materiali, sono più sensibili ai temi ambientali e di sostenibilità, privilegiano canali di interazione digitale, come social network e online streaming. Sono inoltre più attenti al benessere fisico e disposti a spendere di più per avere accesso a servizi di qualità più elevata. Non è un caso che circa il 40% del fatturato globale del segmento lusso sia prodotto da questa generazione<sup>5</sup>. Questi due aspetti, tecnologia e stile di vita, sono al centro della filosofia di investimento del Goldman Sachs Global Millennials Equity Portfolio, focalizzato su temi legati alle abitudini di spesa e di consumo dei Millennial, che beneficiano di una rinnovata attenzione da parte dei consumatori di tutto il mondo e afferiscono ad ambiti quali, ad esempio, l’e-commerce, la connettività globale, la sostenibilità, i social media, l’online streaming e l’innovazione in campo medico scientifico».</p>
<p><sup>2 </sup>Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione<br />
<span class="Apple-converted-space">  </span>e l’agricoltura</p>
<p><sup>3<span class="Apple-converted-space">  </span></sup>Fonte: Statistiche mondiali sulla fame</p>
<p><sup>4<span class="Apple-converted-space">  </span></sup>Fonte:<span class="Apple-converted-space">  </span>Water.org<br />
<sup>5<span class="Apple-converted-space">  </span></sup>Fonte: Bain and Company, BCG, 2017</p>
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		<title>Pictet Asset Management: «Puntiamo sull’experience economy»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 02:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[pictet asset management]]></category>
		<category><![CDATA[focussalone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Amabile, investment specialist di Pictet Asset Management parla di experience economy</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Thomas Gilovich e Amit Kumar, professori alla Cornell University, hanno studiato la relazione tra ricchezza e felicità. La loro conclusione è stata che «le persone traggono più soddisfazione dagli acquisti esperienziali (ad esempio, viaggi, intrattenimento, attività all’aperto, pasti fuori) rispetto agli acquisti materiali (abbigliamento, gioielli, mobili, gadget), sia in prospettiva, sia in retrospettiva». È la experience economy e ne parla <b>Mario Amabile</b>, investment specialist di <b>Pictet Asset Management</b>.</h2>
<h2><b>Si sta assistendo a una crescita sempre più consistente dell’experience economy. Di che cosa si tratta?</b></h2>
<p>«È un concetto emerso già negli anni ’90, ma che negli ultimi tempi ha catturato sempre più attenzione. L’ascesa della experience economy è determinata dalla crescita di quei segmenti dell’economia legati a una spesa fatta non per possedere, bensì per fare qualcosa. Si tratta di un nuovo concetto di consumo in cui la soddisfazione e lo status non vengono dati dal possesso di un bene, ma da un’esperienza che deve essere in grado di produrre ricordi memorabili. Ci troviamo di fronte a un fenomeno che negli ultimi anni ha goduto di una vasta diffusione ascrivibile in buona parte alla voglia, soprattutto delle generazioni più giovani, di vivere momenti che possano essere condivisi con amici e parenti e anche con il proprio network di conoscenze grazie ai canali digitali. Come dicevamo, non è un concetto nuovo e i numeri testimoniano la sua esplosione: negli ultimi vent’anni la spesa per servizi ricreativi e cultura negli Usa e in Europa è cresciuta a un tasso che è il doppio rispetto a quello del Pil».</p>
<h2><b>Quali ambiti sono coinvolti?</b></h2>
<p>«La experience economy riguarda una sfera molto ampia di settori. Noi di Pictet, nel tradurre questo concetto in universo investibile, lo identifichiamo con aziende che fondamentalmente forniscono servizi capaci di generare ricordi memorabili. Si tratta di un’offerta che contribuisce a fare raggiungere l’autorealizzazione alle persone. Quest’ultimo è un aspetto che appartiene alla branca della psicologia e che Abraham Maslow ha posto al vertice della piramide dei bisogni umani, dove più si sale e più ci si allontana da bisogni fisiologici e fisici e maggiore diventa l’importanza della sfera intellettuale e sociale. Secondo Maslow, l’autorealizzazione è la concretizzazione della piena e completa soddisfazione dell’individualità dell’uomo».</p>
<h2><b>Una necessità cresciuta dopo la diffusione del Covid-19…</b></h2>
<p>«La pandemia ha reso evidente, per sottrazione, come sia necessario avere interazioni sociali con le persone per trarre il massimo dalla propria vita. In altre parole, ha fatto capire la centralità della socialità nella vita umana. L’impossibilità, per diversi mesi, di avere liberamente contatti sociali veri e propri ha creato, da un punto di vista psicologico, forti problemi, perché l’essere umano è un animale sociale e, come diceva Aristotele, ha bisogno di una comunità per potersi realizzare appieno. Nel mondo post-Covid, l’experience economy si va quindi a intersecare con quello che il sociologo Francesco Morace ha definito consumo ludico. Il consumo ludico non è individuale e identitario, ma collettivo e relazionale e ha in sé qualcosa di rituale che, nel mondo post-Covid, diventa l’esorcismo del lockdown per celebrare tutti insieme un ritorno a una nuova normalità, dove la socialità e la comunità saranno centrali».</p>
<h2><b>Che cosa legge nella robusta ripartenza economica post-Covid?</b></h2>
<p>«Nella ripartenza post-Covid si sta osservando un trend per cui l’economia risulta trainata non tanto dalla spesa per prodotti, quanto da quella per servizi, al cui centro c’è l’experience economy, così come l’abbiamo definita. Il cosiddetto “revenge spending”, ossia il fenomeno per cui al termine delle restrizioni le persone tenderanno a spendere di più di quanto non facessero prima della pandemia, sarà infatti fortemente orientato all’experience economy. Una spesa che verrà alimentata anche dagli elevati risparmi che le persone hanno accantonato in via precauzionale nei mesi passati, quando hanno approfittato anche delle politiche fiscali espansive adottate da molti paesi al mondo allo scoppio della pandemia. In sostanza, buona parte degli stimoli introdotti agli inizi della crisi per sostenere la domanda confluirà nell’experience economy attraverso il citato fenomeno del “revenge spending”».</p>
<h2><b>Perché la ripartenza sarà trainata dall’experience economy?</b></h2>
<p>«Durante la pandemia abbiamo imparato ad avere tanti surrogati digitali delle esperienze che facevamo di persona e, se la tecnologia è stata una grande alleata, abbiamo anche compreso che il virtuale non sempre consente di avere alternative all’altezza. Banalmente, un aperitivo online non potrà mai essere considerato un’alternativa valida a una cena tra parenti o amici. Per questo motivo, crediamo che ci sarà una forte domanda per tutto ciò che le limitazioni sociali hanno impedito di vivere sino in fondo. Uno studio fatto in Italia da Federdistribuzione in collaborazione con Pwc sui cambiamenti legati ai consumi, agli acquisti e agli stili di vita a seguito della pandemia mostra che il 35% degli intervistati vuole organizzare più spesso cene con amici e parenti, il 42% intende aumentare i viaggi per vacanza, mentre il 27% vuole andare più spesso al cinema e il 24% a visitare musei e a teatro. Sono tutte attività che permettono di creare un ricordo memorabile, per l’attività in sé e perché viene condivisa con altri».</p>
<h2><b>Quindi quali sono, secondo voi, i settori interessati?</b></h2>
<p>«Tutto ciò che può essere legato al tempo libero e al piacere, ovvero viaggi, divertimenti, intrattenimento, cinema, teatri e cultura del cibo».</p>
<h2><b>L’experience economy è improntata alla sostenibilità?</b></h2>
<p>«Prima di tutto, occorre fare una premessa: la sostenibilità ambientale è diventata un elemento trasversale a qualsiasi settore o azienda, perché è un’attenzione che non viene richiesta solo dai governi e dalle istituzioni, ma anche e soprattutto dai consumatori, in particolare dai più giovani. Detto ciò, quando si investe in ambito sociale, si fa un passo ulteriore nel campo della sostenibilità, prestando attenzione alla “s” dell’acronimo Esg. Come siamo stati pionieri negli investimenti ambientali oltre vent’anni fa, l’anno scorso abbiamo fatto questo passo in avanti focalizzandoci sull’ambito sociale con una nuova strategia, chiamata Pictet-Human, in cui l’uomo nella sua sfera più intima è al centro della nostra visione. Con questa filosofia di investimento si ha un impatto sociale positivo e si investe in tre grandi aree: vita professionale, vita familiare e vita sociale. La prima si riferisce al raggiungimento di un livello d’istruzione più elevato e alla realizzazione in ambito lavorativo, secondo un nuovo modello che vede l’abbandono dello schema di vita tradizionale scuola-lavoro-pensione in favore di stili più fluidi in cui l’istruzione è in continuo aggiornamento e non è relegata solo a una parte della propria esistenza. Studiare e imparare sono fattori che si intersecano sempre più con la vita lavorativa e la arricchiscono. La seconda area di investimento riguarda l’ambito familiare, dove ci si prende cura delle persone che si hanno intorno. Quest’ultimo è un fenomeno sostenuto da forti megatrend demografici. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 60% delle persone vive in famiglie in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno e hanno almeno un bambino e un parente da accudire contemporaneamente. Questa struttura familiare, per potere resistere, ha bisogno di servizi sempre più provenienti dal settore privato che aiutino a prendersi cura delle persone care. La terza è appunto l’experience economy. Nel complesso, si tratta di una strategia in grado di produrre un impatto positivo nella sfera sociale».</p>
<h2><b>Nelle esperienze da ricordare ci sono anche i viaggi. Ma come si fa a investire in modo sostenibile quando viaggiare comporta l’utilizzo di un mezzo di trasporto potenzialmente inquinante?</b></h2>
<p>«Pictet-Human non investe nei trasporti e<span class="Apple-converted-space">  </span>anche per quanto riguarda altre strategie legate alla tutela dell’ambiente, riconoscendo il settore in questione come altamente inquinante, investiamo in mobilità elettrica e in aziende che stanno sviluppando nuovi sistemi anche nel campo dell’aeronautica. In generale, Pictet misura l’impatto delle aziende sulle quali punta utilizzando il modello dei limiti planetari, che riguarda nove diverse dimensioni: cambiamento climatico, perdita della biodiversità, flussi biochimici, inquinamento da sostanze chimiche, modifica del sistema agrario, utilizzo delle acque dolci, acidificazione degli oceani, riduzione dello strato di ozono e carico di aerosol atmosferici. Ciò ci permette di fare una valutazione a livello orizzontale a 360° dell’impronta ecologica dell’azienda, oltre che di definire in modo scientifico l’universo di investimento di alcune nostre strategie legate alla tutela dell’ambiente, come avviene per Pictet-Global Environmental Opportunities. In combinazione con il modello dei limiti planetari, applichiamo anche il “life cycle assessment” lungo tutta la filiera di produzione. L’incrocio tra quest’ultimo e i limiti planetari permette di avere una valutazione dell’impatto ambientale delle imprese sulle quali investiamo alquanto ampia».</p>
<h2><b>Se l’experience economy sarà un trend vincente, chi ne uscirà sconfitto?</b></h2>
<p>«L’experince economy, così come la decliniamo all’interno di Pictet-Human, si focalizza sul settore dei servizi. Tuttavia, in senso molto più lato, la ricerca dell’esperienza può riguardare anche la sfera dei prodotti: il consumatore non si accontenta più di avere un oggetto, ma cerca di vivere un’esperienza unica nell’acquisto e nel consumo del bene possibilmente con un grado di personalizzazione sempre più alto. Si tratta dell’esplosione del consumo esperienziale cui abbiamo assistito anche nella nostra strategia tematica dedicata ai marchi premium, Pictet-Premium Brands. Uscirà sconfitto, quindi, chi non saprà adeguare la propria offerta a questa nuova tipologia di consumatori e rispondere adeguatamente alle loro esigenze e aspirazioni».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Aberdeen Standard Investments: «Addio vecchia costruzione di portafoglio»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 02:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[Aberdeen Standard Investments]]></category>
		<category><![CDATA[focussalone]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Tassi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A colloquio con Tommaso Tassi di Aberdeen SI sulle scelte di portafoglio non solo in termini di ritorni finanziari</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Risparmiatori e investitori più attenti alle questioni ambientali guardano alle scelte di portafoglio non solo in termini di ritorni finanziari, ma anche di impatto sul pianeta. Fondi &amp; Sicav ne discute con<b> Tommaso Tassi,</b> head of distribution Italy per <b>Aberdeen Standard Investments</b>.</h2>
<h2><strong>La transizione green subirà nei prossimi anni una grande accelerazione, con risvolti che riguarderanno molteplici ambiti. Come toccherà il mondo del risparmio e degli investimenti?<span class="Apple-converted-space"> </span></strong></h2>
<p>«Il cambiamento climatico è un tema che Aberdeen Standard Investments ha analizzato e discusso in modo molto approfondito nell’arco degli ultimi anni e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro. Si tratta di un argomento che, oltre a essere molto sentito dai mercati finanziari, occupa ormai un ruolo prioritario nelle agende politiche dei governi ed è ormai entrato a fare parte della vita quotidiana delle persone, vista la maggiore attenzione verso uno sviluppo più sostenibile. In termini di investimento, non si tratta più di essere attenti solo alla generazione degli utili delle società, ma di capire come questi sono prodotti. Ugualmente non si può pensare alla crescita in senso lato senza individuare su quali aspetti dello sviluppo sia opportuno concentrarsi.<span class="Apple-converted-space">  </span>A essere cambiato in modo significativo negli ultimi anni è l’impegno da parte dei governi. L’obiettivo comune è ridurre le emissioni di anidride carbonica e prestare particolare attenzione alle politiche ambientali. In questo contesto, noi, come asset manager, siamo chiamati non solo a interpretare i diversi scenari che si propongono, ma anche a ipotizzarne le evoluzioni future. Per questa ragione, c’è forte interesse verso i cambiamenti strutturali, voluti anche da piani programmatici governativi, che prevedono l’investimento di consistenti capitali per la loro realizzazione, con ricadute dirette su alcuni settori e sulle aziende coinvolte».</p>
<h2><strong>Si tratta di aspetti che non possono essere ignorati</strong></h2>
<p>«In qualità di investitori non possiamo ignorare le dinamiche che questo contesto innesca e impone in termini di rivisitazione delle strategie di investimento. Dobbiamo essere pronti a intercettare i mutamenti nei consumi e negli stili di vita che questa nuova sensibilità sta producendo. Il nostro obiettivo è capire quali opportunità si aprono spinte dalle nuove esigenze, ma soprattutto non dobbiamo correre il rischio di rimanere ancorati a una vecchia costruzione di portafoglio».</p>
<h2><b>Come si traducono i cambiamenti climatici in politiche di investimento e in scelte di portafoglio?</b></h2>
<p>«Come Aberdeen Standard Investments cerchiamo non<span class="Apple-converted-space">  </span>solo di dare indicazioni di carattere generale sul tema, ma di entrare nello specifico con la condivisione di modelli per la costruzione dei portafogli che, al loro interno, oltre alle due variabili classiche, rischio e rendimento, incorporino anche la misurazione dell’impatto generato dalle scelte di investimento e la loro sostenibilità. Attualmente stiamo lavorando su portafogli che, a parità di rischio e di rendimento, generino un impatto positivo sull’ambiente, privilegiando emittenti “green” particolarmente attenti a questo aspetto, oppure inserendo nuove asset class come le infrastrutture “rinnovabili” con focus specifico legato alla transizione energetica. L’attuale asset allocation strategica riesce a cogliere le esigenze degli investitori e a rispondere alla necessità di avere portafogli performanti, ma anche più resilienti. Vengono delineati diversi scenari che tengono conto degli effetti causati dal cambiamento climatico e, in base alle stime prodotte, si operano le scelte di investimento».</p>
<h2><b>In che cosa consiste la vostra analisi di scenari climatici?</b></h2>
<p>«Abbiamo sviluppato un approccio solido, trasparente che è unico, perché costruiamo scenari ad hoc in grado di fornire una gamma più plausibile di esiti climatici e utilizziamo un processo rigoroso per determinarne l’impatto finanziario su tutti gli asset che gestiamo. Allo scopo di intercettare le ingenti incertezze sul cambiamento climatico, assegniamo un indice di probabilità a ogni scenario in base a fattori di economia politica e di riduzione delle emissioni e aggiorniamo annualmente le probabilità e gli scenari per cogliere gli sviluppi in atto a livello regolamentare, politico e tecnologico. Ciò fa sì che, come conseguenza di questo processo, alcune aziende, settori o aree geografiche risultino più o meno penalizzate dalle scelte di gestione e subiscano sensibili aumenti o riduzioni di esposizione».</p>
<h2><b>Il cambiamento climatico come ha accelerato le ambizioni di alcuni paesi?</b></h2>
<p>«Siamo in una situazione in cui tanti paesi hanno modificato il loro approccio alle questioni ambientali e stanno impostando la loro agenda e il loro piano di sviluppo per raggiungere determinati obiettivi, come la riduzione di emissioni di carbonio. Da questo punto di vista, ci sono realtà come la Cina che hanno conosciuto negli anni una crescita esplosiva, mai discussa, nei fatti, in termini di impatto generato sull’ecosistema. Ora la “Terra di mezzo” si è data l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2060 ed è diventata uno dei paesi alla guida della transizione energetica. Gli stessi Stati Uniti, con la nuova amministrazione, mostrano di avere molto più a cuore le questioni ambientali e di impegnarsi per lo sviluppo di un’economia verde. E poi c’è l’Europa che, in questo campo, ha una netta posizione di leadership, sia per le decisioni politiche prese dalla Commissione europea, sia per le scelte storiche fatte già da tempo da alcuni dei suoi membri sui temi legati all’ambiente e al clima. Riteniamo, comunque, che l’aspetto più rilevante sia appunto la posizione assunta dalla Cina e la sua dichiarata consapevolezza che bisogna puntare a una crescita sostenibile, diversa da quella degli anni passati. Si tratta di una decisione che ha significative ricadute in termini di investimento e di sviluppo che non possono essere ignorate e che riguardano in particolare alcune società e alcuni settori».</p>
<h2><b>Pensate quindi che anche gli altri paesi emergenti si muovano nella stessa direzione della Cina?</b></h2>
<p>«Auspichiamo che ciò avvenga, nonostante a volte possa risultare economicamente più vantaggioso continuare a utilizzare vecchi metodi produttivi, piuttosto che introdurne di nuovi. Abbiamo però rilevato molta attenzione al tema da parte delle società di questi paesi. Le ragioni di ciò sono da ricercare nelle maggiori sollecitazioni esterne cui sono sottoposte, soprattutto se operano sui mercati internazionali e rispondono del loro operato a investitori esteri, come ad esempio Aberdeen Standard Investments che è molto attiva, sia nell’attività di engagement, sia di stewardship. In questo caso, le aziende, per continuare a essere competitive e operative, non hanno altra scelta che adottare i criteri di sostenibilità nella gestione e risultare conformi agli standard richiesti dagli stessi investitori internazionali per potere accedere al mercato dei capitali».</p>
<h2><b>C’è un’ampia offerta sul mercato di fondi sostenibili. Intravede rischi di green washing?</b></h2>
<p>«Il rischio rimane, nonostante l’introduzione della Sfdr; ciò significa che bisogna andare oltre le etichette per verificare se si è di fronte a un’operazione virtuosa o a un puro maquillage. Per questo motivo vanno analizzati con attenzione i singoli strumenti. Noi siamo stati molto cauti nell’etichettare i nostri fondi in base alla nuova normativa, perché abbiamo prima voluto comprenderla in profondità. Entro la fine di quest’anno e con l’inizio del prossimo, ci saranno<span class="Apple-converted-space">  </span>ulteriori fondi della nostra gamma che saranno riclassificati come articolo 8 e 9. In aggiunta ai prodotti esistenti lo scorso giugno, abbiamo lanciato tre nuovi strumenti con uno specifico focus Net Zero Emission: Climate Transition Bond Fund, Global Climate and Environment Equity Fund e Multi-Asset Climate Opportunities Fund. Tutti e tre sono classificati come articolo 9 sotto la nuova normativa».</p>
<h2><b>Che cosa vi distingue dagli altri asset manager?</b></h2>
<p>«Il fatto di non avere stravolto il nostro processo di investimento. La normativa ha premiato chi si era già mosso in questo senso e noi ci occupiamo di Esg sin dagli inizi degli anni ’90, con team dedicati e una comunicazione completa e mirata. Ogni trimestre produciamo diversi report che rendicontano agli investitori le nostre attività: che cosa facciamo, quali aziende visitiamo, gli incontri con i management, l’attività di engagement, come abbiamo votato in assemblea. Si tratta della nostra reputazione e, per questo motivo, vogliamo usare la massima trasparenza e un alto livello di informazione. Auspico che tutti operino in modo corretto, perché ciò va a beneficio dell’investitore e dell’industria. In ogni caso Aberdeen Standard Investments tratterà questi temi in maniera più approfondita durante il Salone del Risparmio 2021 il 16 settembre alle ore 14:00: “La Geopolitica del cambiamento” è il titolo della conferenza cui interverranno Paolo Magri, vicepresidente dell’Ispi, uno dei massimi esper ti italiani di scenari geopolitici globali, per raccontare i nuovi rapporti di forza fra paesi e regioni che imprimeranno un’accelerazione alla transizione energetica. Craig Mackenzie, head of strategic asset allocation, che illustrerà il ruolo del mondo del risparmio e degli investimenti in questo importante processo di transizione e spiegherà come la geopolitica del cambiamento, principalmente climatico, potrà avere un impatto sulle scelte d’investimento e di asset allocation».</p>
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		<title>Amundi: «Sposiamo il modello del capitalismo responsabile»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 02:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Focus Salone]]></category>
		<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Amundi]]></category>
		<category><![CDATA[focussalone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La sostenibilità non è una moda, ma un modo di vedere le cose». Ciò è quanto afferma Paolo Proli di Amundi Sgr, che approfondisce ulteriormente l’argomento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>«La sostenibilità non è una moda, ma un modo di vedere le cose». Ciò è quanto afferma <b>Paolo Proli</b>, head of retail division di<b> Amundi Sgr,</b> che approfondisce ulteriormente l’argomento.</h2>
<h2><b>Qual è l’approccio di Amundi in materia di sostenibilità?</b></h2>
<p>«Si tratta di un approccio che ha le sue radici in un impegno pluriennale dell’azienda in questo ambito. Oggi siamo per dimensioni la più grande asset management company in Europa e quella che ha la percentuale più elevata di masse Esg in gestione, circa il 6,5% del mercato di riferimento, che è di quasi 3 mila miliardi di euro, come riportato da Morningstar. Siamo partiti in tempi non sospetti con politiche di impegno ed engagement che risalgono al 1989, con il primo fondo Sri, per poi conoscere uno sviluppo incredibile negli anni. Siamo stati tra i firmatari dei Pri nel 2006 e nel 2014 abbiamo creato la prima portfolio coalition dedicata alla decarbonizzazione, quando nessuno allora parlava ancora di questo tema. Oggi l’argomento è diventato centrale per la maggior parte delle agende politiche dei governi e sarà ulteriormente rafforzato durante la prossima Cop 26 di Glasgow, soprattutto dopo la torrida estate appena trascorsa accompagnata da catastrofi ambientali che sono accadute in diverse parti del mondo».</p>
<h2><b>Danni incalcolabili che non possono lasciare indifferenti…</b></h2>
<p>«Le catastrofi sono in aumento perché c’è una mitigazione ancora non ben coordinata e controllata dei cambiamenti climatici. L’epoca attuale, che viene appunto chiamata Antropocene, ha visto l’essere umano modificare in modo significativo il territorio, con ricadute importanti sul clima, e incidere sui processi geologici più di quanto la natura non abbia fatto nei millenni precedenti. In Amundi siamo impegnati al 100% sulle tematiche ambientali e lo facciamo da anni. Siamo anche la prima società in Europa che ha avuto l’ambizione di dichiarare a ottobre 2018 che entro il 2021 avrebbe integrato i criteri Esg in tutte le gestioni attive dei suoi fondi di investimento, cosa che infatti abbiamo realizzato all’inizio di quest’anno. Questa decisione ci ha posti in una condizione di vantaggio rispetto ai nostri concorrenti nel momento dell’introduzione della Sfdr».</p>
<h2><b>È un modo diverso di guardare agli investimenti?</b></h2>
<p>«Per avere un portafoglio di investimento moderno oggi bisogna guardare anche agli Sdg, gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Onu, ovvero al mondo di domani. Lo stesso Next generation Eu rappresenta il piano per finanziare la ripartenza di un’economia che sarà più digitale, “green” e più inclusiva, attenta agli impatti sociali dopo una pandemia che ha aumentato le disuguaglianze».</p>
<h2><b>Dalle sue considerazioni si coglie che Amundi è riuscita a leggere questo cambiamento in anticipo. Come è stato possibile?</b></h2>
<p>«Fa parte del nostro Dna ed è una storia di lungo corso, in cui abbiamo continuato a investire. Siamo una società europea, di origine francese, che ha sempre avuto a cuore i temi di carattere ambientale e non a caso Crédit Agricole (il nostro azionista di riferimento) è chiamato la «banque verte». La Francia ha sempre mostrato grande sensibilità, insieme ad altri paesi del nord Europa, verso questi argomenti, inclusi quelli di carattere sociale: Amundi ha fatto suoi questi valori e li ha traslati all’interno dei suoi prodotti. È per questo che, quando parliamo di sostenibilità, risultiamo credibili sul mercato.<span class="Apple-converted-space">  </span>A questo proposito, vorrei citare un esempio sull’Italia dove, nel primo semestre di quest’anno, siamo risultati, secondo i dati Assogestioni, la prima società di gestione in termini di raccolta netta (5,439 miliardi di euro), pari al 12% del totale. Il dato è significativo, se si pensa che la quota di mercato di Amundi nel nostro paese è dell’8%. Inoltre, sempre nello stesso periodo, i flussi in entrata solamente nei fondi d’investimento sostenibili sono stati di 6,5 miliardi, di cui oltre 1 miliardo in quelli classificati come articolo 9 (con 650 milioni in fondi specializzati sul criterio sociale). Un simile risultato è stato possibile grazie alla visibilità acquisita e al riconoscimento da parte degli investitori della nostra credibilità soprattutto in materia di sostenibilità».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2><b>Ha parlato di raccolta dei fondi articolo 9; un segnale di interesse nei confronti dei prodotti a impatto.</b></h2>
<p>«Sono ancora pochi sul mercato i fondi di investimento con politiche esplicite d’impatto, ma all’interno di Amundi c’è un track record importante grazie alla sicav Cpr Invest, (gestita dalla nostra società tematica specializzata Cpr Asset Management), che in gran parte ricade sotto l’articolo 9. Tra questi c’è, ad esempio, Cpr Invest-Social Impact, che è stato il primo fondo Ucits a impatto sociale autorizzato al collocamento in Italia. Questo strumento investe in un tema che è di grande attualità, visto che l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene praticamente la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone (il 50% della popolazione globale) e la situazione di recente è ulteriormente peggiorata. È stato calcolato che, se Jeff Bezos dovesse elargire un bonus di 105 mila dollari a ciascuno dei suoi 876 mila dipendenti, il suo patrimonio rimarrebbe lo stesso di quello detenuto all’origine della pandemia».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2><b>Cosa vi offre questo tipo di esperienza nei prodotti a impatto?</b></h2>
<p>«Ci offre oggi un vantaggio competitivo, con una traiettoria di crescita forse superiore al passato, perché siamo in grado di soddisfare le richieste di investimento sostenibile anche con questa tipologia di fondi. Il fatto di non essere solo una fabbrica di prodotti finanziari, ma di potere offrire anche competenze frutto di una lunga esperienza, ci consente di essere pronti a soddisfare la domanda che arriva da un nuovo contesto economico animato da dinamiche fortemente legate alla dimensione della sostenibilità e dove si ricerca la prosperità invece dell’avidità e la circolarità al posto della linearità del modello di sviluppo. La sostenibilità diventerà così centrale da richiedere un’ulteriore diversificazione delle strategie di investimento attraverso le politiche di impatto. Amundi ha lanciato fondi come Cpr Invest-Education, il cui portafoglio, lo scorso anno, ha generato l’accesso all’istruzione secondaria a più di 67 mila persone nel mondo. Non si parla quindi solo di ritorni in termini di rendimento finanziario (da questo punto di vista la gestione ha prodotto risultati più che soddisfacenti), ma anche di benefici per la collettività: si può investire con soddisfazione facendo contestualmente del bene. Sempre attraverso Cpr Am, oltre al fondo sull’educazione, abbiamo lanciato altre soluzioni innovative come Cpr Invest-Food For Generations e Cpr Invest-Climate Action. Infine voglio ricordare il recente lancio di Amundi Responsible Investing-Just Transition For Climate<sup>1</sup>».</p>
<h2><b>È una presenza molto attiva quella di Amundi nell’impact investing?</b></h2>
<p>«Siamo tra i principali operatori e nelle nostre decisioni sulle politiche di investimento abbiamo ben chiare le finalità degli Sdg, sulle quali è stata operata una sintesi attraverso due importanti pilastri: la transizione energetica e la coesione sociale. Operando in questo modo, sposiamo il modello del capitalismo responsabile, che è l’unica soluzione che permetterà la continua evoluzione e la prosperità dell’essere umano sul pianeta. In quest’ottica, un fondo a impatto non solo investe secondo i criteri di sostenibilità, ma rende conto anche degli effetti generati dalle scelte aziendali e li misura per verificarne la coerenza con gli obiettivi prefissati. Il nuovo modello, come dice Ronald Cohen, non sarà più basato sul risk return, ovvero maggiore è il rischio più grande è il ritorno finanziario, ma sull’impact return: maggiore è l’impatto positivo, più resiliente è il ritorno per l’investitore e per la collettività».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2><b>Quindi bisogna investire negli Esg leader o nei cosiddetti improver?</b></h2>
<p>«Bisogna guardare anche agli improver, perché significa individuare le aziende che sono in fase di miglioramento. Ovviamente, per fare ciò è necessario possedere capacità di analisi, essere strutturati in modo adeguato, esaminare con attenzione le singole società e fare attività di engagement.<span class="Apple-converted-space">  </span>Amundi si concentra sui due temi già citati, cioè la transizione energetica e la coesione sociale, chiedendo riscontri tangibili e stimolando il management là dove emergono opportunità o contraddizioni. Ci mettiamo a fianco delle aziende per aiutarle a trovare una linea guida che permetta di realizzare i loro progetti in coerenza con i principi di sostenibilità. Investire negli improver significa trovare le aziende che sono in fase di transizione e ciò non si può cogliere da una lettura asettica dei numeri finanziari. Occorre un lavoro costante, analitico, che sappia comprendere i punti di svolta o i rischi reputazionali in cui si può incorrere. Inoltre, puntare sugli improver significa generare alfa per il portafoglio, perché tra questi ci saranno proprio i leader di domani, in molti casi ancora non scoperti».</p>
<p><sup>1 </sup>Fondo attualmente disponibile per investitori istituzionali.</p>
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