Jean-Marie Mercadal, CEO di Syncicap (partecipata Ofi Invest)
Sebbene solide e resilienti, le economie dell’Estremo Oriente sono ancora fortemente dipendenti dal Golfo Persico dal punto di vista energetico. La spinta positiva osservata negli scorsi mesi si aggrappa a una fine rapida delle ostilità.

L’esposizione al petrolio del Golfo può variare significativamente tra un’economia dell’Estremo Oriente a un’altra: le maggiormente dipendenti sono Thailandia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan, ma delle 15 nazioni asiatiche prese in esame, sono ben 9 quelle che importano più del 70% del petrolio da lì. Non solo, lo Stretto di Hormuz è anche uno snodo fondamentale per il 70% delle importazioni indiane. La Cina, invece, appare meno esposta. È vero che questa prende comunque il 50% del petrolio e del gas da quell’area, ma queste due fonti rappresentano appena il 25% del mix energetico nazionale.
In ogni caso, come nel resto del mondo, anche in Asia il timore è la stagflazione, ovvero un rallentamento economico combinato con un’inflazione elevata e in rialzo; per questo una rapida fine della guerra sarebbe comunque una buona notizia, così come una pronta ripresa della normale attività economica, che preserverebbe le prospettive sugli utili aziendali, anche se le valutazioni sono scese.
Si osservano già dei cali significativi
Dal 31 marzo, l’indice MSCI Emerging Markets Asia ex China ha perso quasi il 15% in euro, ma è ancora in rialzo del 5% da inizio anno. A titolo di confronto, l’indice Euro Stoxx ha perso quasi il 10% e il 4% da inizio anno. Il mercato coreano si è naturalmente consolidato dopo una fortissima impennata di oltre il 120% negli ultimi 12 mesi, ma anche le azioni indiane hanno subito un duro colpo, in un paese fortemente esposto alle importazioni di petrolio e gas. I titoli azionari indiani sono in calo dell’11% dall’inizio del conflitto e del 13% da inizio anno. Tuttavia, stanno tornando a essere attrattivi, con un rapporto prezzo/utili (P/E) di circa 20, in linea con la media storica, con le prospettive di guadagno che appaiono più positive.
La Cina e la battaglia per le tecnologie chiave
La Cina ha mostrato una resistenza maggiore rispetto ai precedenti shock petroliferi, con l’indice MSCI China All Shares che è sceso “solo” del 6% (in euro) dall’inizio del conflitto. In un contesto economico difficile, che probabilmente peserà sulle esportazioni, il Dragone asiatico sta orientando il suo modello di crescita verso la domanda interna ancora più rapidamente; non a caso, nella sua presentazione sulle priorità per il periodo 2026-2030, il Primo Ministro Li Qiang ha dichiarato in modo inequivocabile l’ambizione del Paese: “Vincere la battaglia delle tecnologie chiave”. Pechino ha individuato 10 settori emergenti prioritari: semiconduttori, robot umanoidi, life science, batterie di nuova generazione, razzi riutilizzabili, settore aerospaziale (con l’obiettivo di diventare competitivi sui lanci a lungo raggio), mobilità a bassa quota (in particolare i droni), idrogeno verde, interfacce uomo-macchina e apparecchiature mediche.
Allo stesso tempo, 6 settori “del futuro” sono stati individuati come prioritari per l’espansione dei poli di crescita economica regionale, trainata da un aumento del numero di progetti e da una semplificazione normativa: calcolo quantistico, fusione nucleare, 6G, intelligenza artificiale integrata, bio-fabbricazione e interfacce. Si tratta di un elenco impressionante, che delinea una chiara strategia politica, e l’ecosistema creato probabilmente fornirà a molte aziende un quadro favorevole.
Nel frattempo, le ultime statistiche economiche, mostrano che l’economia cinese rimane piuttosto solida. La produzione manifatturiera è cresciuta del 6,3% su base annua nel periodo gennaio-febbraio, e le vendite al dettaglio del 2,8%, con entrambi i dati hanno superato le aspettative. Inoltre, a marzo, ovvero nel mese in cui si è maggiormente scatenato l’aumento dei prezzi del petrolio, gli indici relativi al settore manifatturiero e dei servizi sono addirittura migliorati, superando la soglia che separa l’accelerazione dalla contrazione. Per queste ragioni, noi di Ofi Invest AM ribadiamo la nostra visione positiva sulle azioni cinesi, che appaiono valutate in modo ragionevole, con un P/E ratio di circa 13, e che risultano ancora sottopesate nei portafogli internazionali.


