Charl Malan, senior research analyst global resources di VanEck, illustra le prospettive dei titoli azionari di società che operano nel vasto mondo delle risorse naturali. Si tratta di un complesso di settori favorito da diversi trend strutturali, al di là delle contingenze attuali.
Quali sono le ragioni che spingono a considerare le azioni di società che operano nelle materie prime come un investimento sensato nei prossimi anni?
«L’investment case nel segmento delle risorse naturali poggia su diversi pilastri. Sicuramente la situazione geopolitica, con lo shock all’offerta che si porta appresso, rappresenta un elemento importante. Inoltre, se allarghiamo lo sguardo su un orizzonte temporale intorno a cinque anni, vediamo che emerge un panorama di difficoltà a livello di offerta. Queste problematiche si presentano trasversalmente in varie commodity in ambiti alquanto diversi, che vanno dall’agricoltura all’estrazione mineraria. Nel lungo periodo, però, il driver principale di sostegno ai corsi delle risorse naturali è la transizione energetica. Se, infatti, si vuole raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette nel 2050, bisognerà attuare un piano di investimenti gigantesco per trasformare in maniera radicale l’economia. Un simile cambio di paradigma avrà un profondo impatto sui mercati delle materie prime».
A che punto siamo per quanto riguarda questo progetto?
«Finora il passo è stato estremamente lento: si stima, infatti, che nei 30 anni che vanno dall’inizio del 2021 al 2050 per arrivare a un assetto net zero sarà necessario investire qualcosa come 231 trilioni di dollari in tutto il mondo. Nel 2021, però, il capex globale dedicato a questo progetto epocale è stato di appena 750 miliardi di dollari, quando per rispettare la tabella di marcia avrebbero dovuto essere allocati 8-9 trilioni. È interessante, peraltro, analizzare come i ¾ di trilione sono stati effettivamente spesi, dato che ciò ci consente di cogliere la centralità del ruolo delle commodity».

