Le condizioni cicliche migliori per il dollaro USA si verificano quando i rendimenti reali statunitensi salgono e le aspettative di inflazione si comprimono. Federico Cesarini, Head of DM Equity, FX and Digital Assets, Amundi Investment Institute

Le peggiori si verificano quando la Fed comprime i rendimenti reali e lascia correre l’inflazione.
La nostra view sul dollaro USA ha poco a che vedere con la de-dollarizzazione. Il ruolo del dollaro resta intatto, ma la questione del suo valore nel medio termine non è scomparsa.
Il rialzo dei tassi della Fed di settembre chiude, per ora, la finestra per un indebolimento generalizzato del dollaro USA. Questa finestra potrebbe riaprirsi se, come ci aspettiamo, la Fed adotterà un orientamento meno restrittivo di quanto attualmente scontato dal mercato. Il rischio principale per la nostra view è l’avvio di un vero ciclo di inasprimento monetario.
Le nostre preoccupazioni strutturali sul dollaro derivano dall’interazione tra sostenibilità fiscale degli Stati Uniti, costo del capitale e opportunità di investimento al di fuori degli asset americani, non da una perdita dello status di valuta di riserva: i dati sulle riserve mostrano infatti pochi segnali di un allontanamento dal dollaro.
Vi sono poche evidenze che i gestori delle riserve stiano sostituendo il dollaro con euro, yen o renminbi a un ritmo tale da mettere materialmente in discussione l’attuale architettura delle riserve. Ciò è coerente anche con la più recente indagine triennale BIS sulle banche centrali.
Il carry resta interessante finché la volatilità rimane contenuta, con il dollaro australiano (AUD) e la corona norvegese (NOK) tra le nostre preferenze nell’universo delle valute G10; anche alcune valute emergenti ad alto rendimento offrono opportunità in modo selettivo.

