Economia europea e inflazione. Ad agosto l’inflazione dell’area euro è tornata sopra il 3% e l’energia è la voce che corre di più. Il gas è il colpevole designato: stoccaggi bassi, Hormuz chiuso, BCE di nuovo in modalità rialzo. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

La stima flash Eurostat del 1° settembre fissa l’inflazione dell’area euro al 3,3% ad agosto, dal 2,9% di luglio. L’energia corre più di ogni altra voce: +14,3% annuo contro +10,3% a luglio. Quasi tutta l’accelerazione arriva da lì. Il contesto è coerente. Il TTF, benchmark europeo di Amsterdam, ha chiuso venerdì 4 settembre a 71,8 €/MWh, contro un minimo a 52 settimane di 26,55: prezzo quasi triplicato in un anno, ai massimi da oltre tre. La causa è nota: la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da marzo ha sottratto, secondo la IEA, quasi il 20% dell’offerta globale di GNL, colpendo soprattutto le forniture qatariote dirette in Europa. Gli stoccaggi sono attorno al 62%, sotto la media quinquennale, a stagione di iniezione quasi conclusa: molti dubitano che l’Unione raggiunga persino il target minimo del 75% al 1° novembre.
A giugno la BCE ha alzato i tassi di 25 bp, primo rialzo dal 2023, motivandolo con le pressioni generate dalla guerra; le proiezioni dello staff hanno tagliato la crescita 2026 allo 0,9%. Inflazione importata più crescita frenata: il profilo classico dello shock stagflattivo.
Anche numeri meno docili
Ma ci sono anche numeri meno docili. Nel dato definitivo di luglio i servizi contribuivano all’inflazione complessiva per 1,55%, l’energia per lo 0,94%. L’energia guida la variazione, non il livello: la componente più pesante resta un’altra. Il gas non è sinonimo di energia. Il rimbalzo visibile nell’indice di agosto arriva soprattutto dai carburanti, quindi dal petrolio. Il gas agisce per vie più lente (elettricità, riscaldamento, costi industriali) e il suo effetto pieno deve ancora manifestarsi. Sul piano fisico vale il contrario: il GNL è stato colpito più del greggio. Ma l’indice non lo registra ancora.
Inoltre l’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari, resta al 2,4%. È uno shock di prezzi relativi, non inflazione generalizzata: differenza decisiva per una banca centrale che sugli shock di offerta ha strumenti limitati. Infine, l’Europa non è quella del 2022: consuma il 10-15% di gas in meno rispetto al 2021, e le rinnovabili installate riducono le ore in cui è il gas a fissare il prezzo marginale dell’elettricità.
Il parere degli analisti
Goldman Sachs è la voce più aggressiva. In una nota del 23 agosto ripresa da Bloomberg, Samantha Dart e Laura Cyr scrivono che i prezzi «non basteranno all’Europa per gestire gli stoccaggi durante l’inverno»: se l’export mediorientale si normalizza solo gradualmente, il TTF di dicembre dovrebbe superare i 100 €/MWh, contro un caso base di 50.
ING è sulla stessa linea: per Warren Patterson ed Ewa Manthey il mancato riempimento degli stoccaggi «aumenta la prospettiva di acquisti forzati, con un rischio al rialzo sui prezzi del gas».
Ulrike Kastens (DWS) attribuisce il rialzo soprattutto all’energia, con effetti indiretti finora limitati. Leo Barincou (Oxford Economics), sulla flash di agosto, prevede un’inflazione «ben sopra l’obiettivo» fino al 2027.
Il primo test arriva giovedì 10 settembre, con la riunione della BCE. Il secondo, più severo, con la prima settimana di freddo vero.

