Eleventy è un brand che racconta dell’artigianalità italiana nel campo della moda e che in meno di due decenni è riuscito a farsi conoscere a livello internazionale. Propone un abbigliamento di lusso discreto che fa della qualità dei tessuti e della manifattura una sua forza, sulla base di un’eleganza che, Marco Baldassari, co-fondatore e direttore creativo dell’azienda, definisce «smart luxury».

Come si diventa un’eccellenza nel campo della moda?

«Non so se esiste una ricetta, ma posso parlare di ciò che ha permesso alla nostra azienda di affermarsi come brand di lusso. Sono tre i fattori che sono stati e sono tuttora discriminanti nel nostro percorso imprenditoriale: la passione, l’attenzione alla qualità e la manifattura di un prodotto che è realizzato interamente in Italia. Quest’ultimo è per noi un asset primario perché include una manodopera di altissimo livello artigianale con tessuti di qualità molto elevata. La manualità, il tocco con cui la manifattura italiana realizza i capi, il punto a mano della nostra sartoria sono irriproducibili. C’è un “premio” che deve essere riconosciuto all’abbigliamento di alta gamma italiano e non è un caso che le più importanti maison vengano a produrre nel Bel Paese senza badare a spese. Tutto ciò prende forma nelle nostre proposte d’abbigliamento grazie a una passione smisurata che ci spinge costantemente a migliorarci: ci mettiamo in gioco ogni giorno come se fosse il primo».

Come si controlla la filiera di un prodotto?

«Nell’ultimo anno e mezzo, insieme ai nostri consulenti, abbiamo messo in atto alcune procedure per avere un controllo maggiore e analitico della filiera per tracciare non solo i fornitori, ma anche i sub-fornitori. Riteniamo che siano pratiche doverose, ma sono anche contestualmente onerose, perché richiedono continui controlli e certificazioni dei partner con cui si interagisce. Per noi, che trattiamo una gamma di prodotti che rientrano nella definizione generale di “life style”, è un impegno economico molto importante, cui non ci sottraiamo, perché operiamo in modo responsabile. Inoltre, tutti i nostri capi sono dotati di un Qr code che permette di ricostruire tutta la catena di approvvigionamento».

Quindi si può affermare che l’eccellenza non è disgiunta dalla passione, ma anche da un forte senso di responsabilità?

«Svolgere questa attività imprenditoriale significa, per noi, avere responsabilità nei confronti del consumatore finale, offrendogli un prodotto di qualità elevata al migliore prezzo possibile. Da quando è stata fondata l’azienda, abbiamo sempre prodotto in Italia, senza prendere scorciatoie per aumentare i margini, magari ingaggiando manodopera con costi inferiori. Vogliamo difendere il nostro territorio e dare così anche un contributo al tessuto imprenditoriale italiano. Il nostro senso di responsabilità ci impone una disciplina nei confronti di tutti coloro che hanno creduto in noi, dai dipendenti alle loro famiglie sino alle controparti con cui lavoriamo, ed è per queste ragioni che riteniamo inderogabile mantenere fede agli impegni presi. Fino a quando avrò l’opportunità di rimanere in azienda, di cui sono stato co-fondatore nel 2007, farò in modo che questo modo di pensare continui. È ciò che ci ha permesso di fare impresa nei momenti di difficoltà, anche quando abbiamo dovuto aprire il capitale della società a terzi per continuare il nostro percorso di crescita».

La moda di alta gamma sta attraversando un momento molto delicato. Cosa sta succedendo?

«Non ritengo sia una crisi del lusso in sé, visto che altri ambiti quali la ristorazione e l’hotellerie stanno conoscendo una fase molto positiva. Penso si possano addurre due motivazioni. Per quanto riguarda la prima, rilevo un appiattimento sui prodotti che ha come ricaduta una diminuzione del desiderio del consumatore. Forse è venuta a mancare un po’ di ricerca e innovazione, perdendo di vista ciò che, a mio parere, dovrebbe trainare l’industria della moda: risvegliare i sensi. In secondo luogo, ci sono stati anche alcuni aumenti su prodotti “carry over” (continuativi) che, a detta del consumatore, sono stati ingiustificati».

Forse perché il consumatore preferisce vivere delle esperienze?

«Potrebbe essere che il retail non si sia aggiornato a tal punto da offrire qualcosa che faccia sentire unico il cliente. Il segmento cui l’industria del lusso si rivolge è fatto da acquirenti che possono, per la maggior parte, permettersi ciò che vogliono. Diventa quindi necessario aggiungere valore all’oggetto. Nei nostri punti vendita, al prodotto affianchiamo un’esperienza che è memorabile: dall’accoglienza all’ospitalità sino ad arrivare a organizzare eventi post vendita. Vogliamo, in altre parole, che il cliente si senta accolto all’interno di una “community” con la quale si condividono interessi e momenti culturali. È questa la direzione che il retail moderno di lusso dovrebbe seguire: offrire un servizio che regali delle esperienze e fa sentire le persone speciali. Il “customer journey” è sempre più importante perché serve a costruire relazioni che si cementano nel tempo e che si basano sulla fiducia».

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