Libby Cantrill, Head of Public Policy di PIMCO

Cosa sta succedendo? Il presidente Trump sembra aver premuto ancora una volta il pulsante di pausa – almeno per il momento – sul conflitto con l’Iran, probabilmente a causa di preoccupazioni relative alla disponibilità di munizioni, all’aumento dei rendimenti obbligazionari e al rialzo dei prezzi della benzina, che sono saliti oltre i 4 dollari al gallone.

Libby Cantrill

Da ricordare: gli elettori statunitensi sono molto sensibili al prezzo della benzina – e tendono generalmente a sovrastimarlo in un dato momento – e l’indice di gradimento di qualsiasi presidente dipende in larga misura dal prezzo della benzina in quel momento.

Nel frattempo: Prima della pausa estiva di agosto, la Camera dei Rappresentanti ha approvato un bilancio da 95 miliardi di dollari, che includeva circa 73 miliardi destinati al conflitto con l’Iran, ma che, nella sua forma attuale, ha scarse possibilità di essere approvato dal Senato. Ciò significa che il finanziamento per il Pentagono e per il conflitto con l’Iran difficilmente arriverà prima di metà settembre, ed è molto più probabile che slitti a ottobre o addirittura a dopo le elezioni. Il leader del Senato Thune ha dichiarato che la sua priorità è finanziare il governo per evitare uno shutdown entro la fine di settembre, prima di affrontare la questione dei fondi per l’Iran. Ha inoltre sottolineato rapidamente che tale misura non dispone dei 60 voti necessari per essere approvata – e, al momento, nemmeno di 50 voti repubblicani.

Nessuna tregua: In un annuncio ampiamente atteso, la scorsa settimana l’Amministrazione Trump ha introdotto nuovi dazi, facendo ricorso ai poteri previsti dalla Section 301, nei confronti di diversi Paesi per il ricorso al lavoro forzato. Le tariffe variano dal 10% al 12,5%, riguardano 60 Paesi e coprono quasi il 99% di tutte le importazioni statunitensi.

Nel complesso, queste misure erano ampiamente attese e sono state concepite per sostituire i dazi temporanei del 10% introdotti ai sensi della Section 122, in scadenza, che erano stati imposti subito dopo che la Corte Suprema aveva invalidato gran parte dei dazi adottati in base all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).

I dettagli: L’aliquota del 10% si applicherà a 14 Paesi, tra cui molti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, come l’Unione europea, il Regno Unito, il Canada e il Messico. L’aliquota del 12,5% si applicherà invece ai restanti 46 Paesi, tra cui Cina, Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Australia e Brasile, oltre ad altri. Continueranno tuttavia ad applicarsi le tradizionali esenzioni: questi, quindi, non sono dazi “cumulativi” (“stacking tariffs”). I beni già soggetti ai dazi della Section 232 e i prodotti coperti dall’USMCA saranno esclusi dall’applicazione delle nuove tariffe.

 

A circa tre mesi dal voto del 3 novembre, lo scenario base prevede un Congresso diviso, con conseguente paralisi decisionale (gridlock) e forte attività di controllo (oversight), un assetto storicamente ben accolto dai mercati. L’elettorato appare pessimista per via del costo della vita e del conflitto in Iran, alimentando un forte sentimento anti-incumbent.

1. La Camera dei Rappresentanti (Favoriti i Democratici)

Ai Democratici bastano 3 seggi per strappare la maggioranza ai Repubblicani:

Indicatori: I Democratici sono in vantaggio di circa 6 punti nel Generic Ballot e vantano un +10% nell’enthusiasm gap. Più che un’onda a favore dei Democratici, si prefigura una “hate election”, guidata dall’ostilità verso Trump.

Ostacoli: Il redistricting garantisce ai Repubblicani 6-9 seggi più sicuri e restano solo 18 collegi in vero bilico (secondo il Cook Political Report). Inoltre, i Repubblicani mantengono la superiorità nella raccolta fondi.

Esito atteso: I Democratici dovrebbero riconquistare la Camera con un margine risicato (5-10 seggi sopra la maggioranza di 218). Una maggioranza stretta complicherà il legislativo, ma permetterà comunque di bloccare l’agenda di Trump tramite commissioni e subpoenas.

2. Il Senato (Favoriti i Repubblicani)

Con 35 seggi in palio (22 repubblicani e 13 democratici), la mappa geografica penalizza fortemente i Democratici:

La mappa elettorale: Per ribaltare la maggioranza (attualmente +4 Repubblicani), i Democratici dovrebbero difendere Georgia e Michigan e vincere in 4 Stati fortemente pro-Trump (es. North Carolina, Ohio, Texas, Iowa).

Sfide chiave: In Maine, i Democratici hanno schierato Troy Jackson contro la senatrice uscente Susan Collins, figura da sempre difficile da sconfiggere. In Michigan, le primarie tra la moderata Haley Stevens e il progressista Abdul El-Sayed decideranno le sorti del seggio: una vittoria della sinistra renderebbe la posizione molto vulnerabile.

Esito atteso: I Repubblicani dovrebbero mantenere il controllo, seppur con una risicata maggioranza (51-49 o 50-50).

Impatto sui Mercati e sulla Fed

Un Senato a maggioranza risicata (o a trazione democratica) rassicurerà i mercati riguardo all’indipendenza della Federal Reserve, rendendo quasi impossibile per Trump far confermare nomine di fedelissimi ritenuti eccessivamente politicizzati.