Alex Rohner, Fixed Income Strategist di J. Safra Sarasin

In un mondo globalizzato basato su regole condivise, l’interdipendenza economica avrebbe dovuto garantire stabilità e accesso fluido alle risorse. Oggi, però, quella visione appare sempre più fragile: le catene di approvvigionamento globali stanno diventando strumenti di potere geopolitico, e non più semplici meccanismi di efficienza.
Il controllo delle materie prime critiche—fondamentali per manifattura, digitalizzazione, transizione energetica e difesa—è ormai una leva strategica. In questo scenario, l’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità, fortemente dipendente da fornitori esterni, in particolare dalla Cina. Una dipendenza che si sta trasformando rapidamente in un rischio economico e industriale.
Le cosiddette “materie prime critiche” sono essenziali per l’economia ma esposte a elevati rischi di interruzione. Il vero potere, tuttavia, non risiede solo nell’estrazione, ma nelle fasi a valle: raffinazione, lavorazione chimica e produzione di componenti chiave, dove si concentrano i principali colli di bottiglia della filiera globale.
In un contesto sempre più multipolare, la “weaponization” dell’interdipendenza è ormai una realtà, come dimostrano le recenti restrizioni all’export. Per l’Europa, questo si traduce in pressioni sui costi industriali, maggiore volatilità dei prezzi e rischi per la competitività. Shock sui prezzi delle materie prime possono alimentare inflazione, ridurre margini e spingere investimenti fuori dal continente.
Per rispondere a queste criticità, l’Unione Europea ha introdotto il Critical Raw Materials Act, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza e ridurre la dipendenza da singoli fornitori entro il 2030. Tuttavia, i progressi restano limitati: la dipendenza da pochi Paesi è ancora elevata, i progetti procedono lentamente e gli obiettivi su riciclo e produzione interna sono in ritardo.
Le criticità sono strutturali: costi elevati, tempi lunghi di sviluppo e complessità regolatoria continuano a frenare l’autonomia europea. Nel frattempo, la Cina mantiene una posizione dominante lungo l’intera catena del valore, consolidata da anni di politiche industriali mirate.
Per gli investitori, emergono tre implicazioni chiave. In primo luogo, il ritorno delle politiche industriali statali cambierà profondamente le dinamiche di mercato, attirando capitali ma aumentando anche i rischi. In secondo luogo, le strategie di accumulo (stockpiling) sosterranno la domanda e potranno esercitare pressioni rialziste sui prezzi, aumentando al contempo la volatilità. Infine, la concentrazione geografica delle risorse e i colli di bottiglia lungo la filiera continueranno ad alimentare tensioni geopolitiche, ma anche opportunità di negoziazione strategica.
Il messaggio è chiaro: la sicurezza delle risorse è diventata un pilastro della competitività economica. Per l’Europa, la vera sfida sarà trasformare la frammentazione in unità strategica, condizione essenziale per rafforzare il proprio peso nello scenario globale.

