Finanziari europei: David Benamou, managing partner e chief investment officer di Axiom Alternative Investments ha spiegato a Fondi&Sicav perché ritiene sia opportuno mantenere un’esposizione ai titoli del comparto

Il peso del settore finanziario nell’indice europeo Stoxx600 è di oltre il 26% e, da gennaio 2023 a maggio 2026, le sue tre principali componenti hanno fatto registrare una forte performance: 182% per le banche, 85% per le assicurazioni e 72% per i servizi finanziari.

Alla luce delle forti performance degli ultimi anni, quali sono le sue considerazioni sulle valutazioni dei titoli finanziari europei?

I titoli bancari trattano, nella media, a 9-10 volte il rapporto prezzo/utile (P/E) stimato per il 2027 e un Roe a tendere di 13,8%: sono livelli che scontano uno scenario meno roseo rispetto allo scorso dicembre, quando il P/E era salito a 11 nonostante il Roe si attestasse intorno al 12%. Un indice di redditività del capitale proprio ai livelli odierni dovrebbe tradursi in un P/E tra 11 e 12.  È presumibile supporre che siano stati gli eventi geopolitici a porre pressione su questi titoli azionari e la generale incertezza per le aspettative legate all’inflazione e alla crescita. . Se, invece, si analizza il mercato del credito, si osserva che le emissioni continuano a trattare a spread molto più stretti rispetto al passato, in particolare se si considerano gli At1 che quotano tra i 250-260 punti base, minimo storico.

Come interpreta questa situazione?

C’è stato un miglioramento netto dei rating degli emittenti tale per cui, se si raffrontano questi ultimi ai livelli di spread odierni, il rapporto è più solido oggi di quanto non fosse uno, due o tre anni fa. In aggiunta, le dinamiche che si possono rilevare nel settore finanziario, bancario in particolare, indicano la possibilità di più revisioni al rialzo del merito creditizio, piuttosto che al ribasso. Quindi, è indiscutibile che gli spread siano molto bassi, ma il valore di ciò in cui si investe è più elevato. .Il settore bancario è attualmente quello che presenta la dinamica più forte in termini di fondamentali e di miglioramenti del rating.

A tale proposito, le banche italiane hanno ancora spazio per un ulteriore miglioramento dei loro conti economici?

Una premessa, prima di entrare nel merito della sua domanda. Le banche italiane hanno conosciuto, nell’ultimo decennio, due grandi e importanti cambiamenti: il miglioramento della qualità dei loro attivi e l’ottimizzazione dei costi. Oggi, dopo il primo quarto del 2026, questi istituti sono in assoluto primi per quanto riguarda il costo del rischio, che oscilla tra 17 e 30 punti base, mentre per il resto delle banche europee il valore oscilla tra 35-40. La pulizia dei bilanci, fatta negli anni, e gli accantonamenti precauzionali, che sono ancora in essere, offrono una protezione agli istituti di credito nel caso di un deterioramento degli attivi.

In aggiunta, Il cost to income ratio, l’indice finanziario che misura l’efficienza operativa si attesta a una media tra il 33-35%, con le banche europee che superano il 50%. Questo risultato è stato possibile grazie alla combinazione di due fattori: controllo dei costi e margini in deciso aumento grazie al fatto che, poiché il beta dei depositi degli istituti italiani è basso rispetto alla media europea, i tassi di interesse al rialzo aumentano la redditività. In aggiunta, penso sia anche molto contenuto il rischio che una crescita negativa possa impattare in modo significativo la qualità dei bilanci.

Qual è la situazione degli altri comparti del settore finanziario?

L’ambito assicurativo presenta delle valutazioni appetibili, tanto che abbiamo investito in alcune azioni di questo comparto, e offre, come nel caso delle società riassicurative, la possibilità di avere un’esposizione che attraversa i diversi cicli economici senza particolari problemi. Nello specifico, crediamo ci sia del valore nel ramo danni dove i solidi utili da premi e da sottoscrizione contribuiscono costantemente al miglioramento degli indici di copertura del debito, il cui servizio è garantito da flussi di cassa affidabili e per questa ragione riteniamo sia un’esposizione difensiva, anche a fronte a un peggioramento della situazione economica.

All’interno del diversified financial, abbiamo allocato delle risorse alle borse azionarie i cui titoli erano stati, a nostro parere, troppo penalizzati dal mercato. Nello specifico, abbiamo ritenuto attrattivi i livelli raggiunti dal London Stock Exchange. Tutto ciò anche alla luce dei risultati del primo trimestre che sono stati buoni grazie anche alla volatilità dei mercati. E proprio in merito a quest’ultima considerazione, pensiamo che anche i broker potrebbero offrire un’opportunità d’investimento, viste le revisioni al rialzo degli utili aziendali all’annuncio delle trimestrali. Nel breve periodo ci piacciono anche le società di asset management e di wealth management.

L’avvento delle fintech potrebbe rivoluzionare alcuni segmenti del settore finanziario?

La situazione può differire nei singoli paesi. In Italia c’è un vero e proprio campione nell’applicazione delle tecnologie digitali e all’innovazione in ambito finanziario: Fineco. La società ha registrato un forte sviluppo, ma il suo omologo in Germania, Flatex, cresce il doppio perché opera in un mercato che è più aperto di quello italiano e che rende più facile l’implementazione di nuovi modelli di business in ambito finanziario.

Concludendo, è complessivamente positivo sui titoli finanziari?

Sì, molto. Se si fa un raffronto tra settori del mercato considerando la crescita e le sorprese positive degli utili il comparto finanziario si colloca tra i migliori. Anche analizzando le valutazioni cui trattano queste azioni si può dedurre che ci sia ancora spazio per un apprezzamento.

A tale proposito, proprio in questi giorni stiamo discutendo al nostro interno se il modello di business delle banche australiane potrebbe essere preso in considerazione come riferimento per le valutazioni degli istituti di credito europei, visto che hanno diverse similitudini con questi ultimi: un’esposizione al rischio limitata, una strutturazione difensiva dell’attività in un mercato che, a differenza del Vecchio continente, è molto consolidato. Se le similitudini tra le due aree geografiche dovessero aumentare ulteriormente, non sarebbe così strano che i multipli cui quotano le banche europee si avvicinino a quelli australiani: ciò vorrebbe dire che il P/E potrebbe passare dall’attuale P/E che oscilla tra 9-10 a una fascia ben più altra tra 14 e15.