Nella cantina a Barbaresco di Gaja c’è un’opera che non è decorazione. È una dichiarazione.

L’opera di Gaetano Pesce,  “La crocifissione della manualità”: una croce su cui sono inchiodate molte mani. Forte, quasi scomoda.

La spiegava così:

«Il cervello ha un’idea che trasmette alle mani affinché la rendano visibile. In questo processo la mano scopre dei valori che il cervello non aveva previsto. Il deprezzamento della manualità è un fattore molto grave in ogni settore dell’attività fisica del fare».

Non è una provocazione, ma il cuore della riflessione contenuta nel documento “La crocifissione della manualità”, un testo che sta circolando online e che accende un dibattito sempre più urgente.

 In un’epoca dominata da schermi, automazione e intelligenza artificiale, il gesto umano – quello lento, imperfetto, creativo – rischia di diventare un reperto del passato.

 La fine del “saper fare”: cosa sta cambiando davvero

Il testo mette a fuoco una trasformazione radicale:
non stiamo solo cambiando strumenti, ma stiamo cambiando noi stessi.

  • sempre meno lavoro manuale
  • sempre più dipendenza da tecnologie
  • perdita progressiva di competenze artigianali

La manualità non è solo tecnica: è pensiero, identità, relazione con il mondo.
E quando scompare, lascia un vuoto che non è solo economico, ma culturale.

“La crocifissione della manualità” non è solo una critica.
È un invito.

A rallentare.
A creare.
A tornare a usare le mani non per nostalgia, ma per futuro.

Perché il rischio non è solo perdere un mestiere.
È perdere un modo di essere.