In 12 mesi l’opposizione americana ai centri di calcolo è passata dal 42% al 75% ed è entrata nella campagna per il voto di midterm da entrambe le parti. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Ma i 130 miliardi di dollari di progetti “bloccati” che circolano in ogni ricostruzione non misurano la capacità che non è stata costruita. E la spesa delle grandi società tecnologiche, intanto, cresce del 77%
Lunedì 31 agosto il presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth Social che le comunità americane hanno una sola ragione per non volere i data center: se vogliono finire arretrate e povere. Se invece vogliono diventare ricche, con tasse più basse e lavoro dappertutto, che lascino regnare i dati. Tredici giorni prima, il 18 agosto, il comitato per le elezioni senatoriali del suo stesso partito aveva messo per iscritto ai propri candidati che su questo tema la percezione degli americani è negativa. Un deputato repubblicano del Tennessee, Tim Burchett, ha risposto pubblicamente che allora lui è arretrato e povero e ha proposto di costruire i centri di calcolo dentro le installazioni militari. Il vicepresidente, in viaggio in Michigan negli stessi giorni, ha tenuto una linea diversa da quella del presidente: circa il 99% della reazione contraria, ha detto, viene da zone dove il data center significa bollette elettriche più alte.
Due domande, allora. Quanto pesa questo malumore sul voto di novembre? E sta fermando qualcosa?.
Il consenso e i suoi limiti
Sulla prima parte i numeri sono netti. Un sondaggio condotto da Embold Research per Heatmap fra l’8 e il 13 agosto rileva che il 75% degli elettori registrati è contrario alla costruzione di un data center vicino a casa propria, con il 61% fortemente contrario. Undici mesi prima, nella stessa rilevazione, i contrari erano il 42% e i favorevoli il 43%: uno spostamento netto di 33 punti in un anno. Un sondaggio Fox News di luglio dava il 70% di contrari, con il 60% fra gli elettori repubblicani e il 76% fra i democratici. È quest’ultima scomposizione a rendere il fenomeno anomalo. Di norma un movimento locale viene neutralizzato quando un partito se lo intesta e l’altro lo combatte. Qui la maggioranza è larga da entrambe le parti, e nessuno dei due schieramenti può appropriarsene.
Il dato si è tradotto rapidamente in amministrazione ordinaria: secondo il censimento tenuto dalla testata The Information i divieti municipali hanno superato i 500 e 150 sono stati adottati in un solo mese, su un patrimonio nazionale di circa 1.600 data center esistenti. A luglio lo Stato di New York ha approvato la prima moratoria statale del paese.
Qui però la storia si complica, ed è la parte che nelle ricostruzioni più entusiaste tende a sparire. Dodici Stati hanno affrontato nel 2026 una proposta di moratoria; in 11 casi non se n’è fatto nulla. In Maine il provvedimento è arrivato fino alla scrivania della governatrice, che lo ha respinto con il veto ad aprile. Il consenso è largo, la conversione in legge è bassa. Nei consigli comunali il movimento vince; nelle assemblee statali, quasi mai.
Ciò che muove davvero il voto
La chiave non è ambientale, è la bolletta. In Ohio la spesa elettrica media delle famiglie è cresciuta del 55% fra luglio 2021 e luglio 2026, molto sopra la media nazionale, secondo il monitoraggio dei prezzi curato da Heatmap con il Massachusetts Institute of Technology. Il data center è il volto locale di un rincaro che ha molte cause (il costo del gas, gli investimenti di rete, le aste di capacità), ma è l’unica di quelle cause che si vede dalla finestra e si può votare contro. Questo rende il tema molto più solido di una protesta paesaggistica, perché poggia su una voce di spesa mensile e non su un simbolo. E insieme lo rende dipendente da una variabile che nessuno controlla: se il prezzo dell’energia si stabilizza, la base materiale del malumore si assottiglia. La frase del vicepresidente sul 99%, letta in questa luce, non è una difesa dell’industria, ma un’ammissione su quale sia il vero terreno di gioco.
I candidati si spostano
Le prove più solide non sono i sondaggi, ma i comportamenti, perché costano. In Michigan il candidato repubblicano al Senato Mike Rogers ha chiesto una moratoria di un anno sui nuovi data center dopo averne sostenuto la costruzione. In Florida il deputato Byron Donalds, favorito per la carica di governatore dopo la vittoria alle primarie, ha speso oltre 2 milioni di dollari su un solo spot in cui promette di “proteggere” lo Stato dai centri di calcolo. In Ohio tutti i candidati alla carica di governatore chiedono ormai una qualche forma di restrizione, e il 71% degli elettori dello Stato si dice favorevole a una moratoria temporanea.
Il test più pulito, però, si vota il 3 novembre ad Ashville, 4.500 abitanti a sud di Columbus. Il consiglio comunale ha stretto un accordo preliminare con lo sviluppatore EdgeConneX per due data center e una centrale a gas da 800 megawatt su circa 80 ettari di proprietà comunale; ha dichiarato l’atto urgente perché entrasse subito in vigore; e ha esentato il progetto dalla moratoria che il comune stesso aveva adottato. I residenti hanno raccolto le firme necessarie a chiedere un referendum. I dirigenti del comune si sono rifiutati di trasmettere la petizione.
È in scala minima l’intera vicenda: un beneficio fiscale reale, una procedura forzata, e una comunità che scopre di avere a disposizione lo strumento legale per fermarla. Nella contea di Prince William, in Virginia, dove lo stesso schema si è svolto su cinque anni e su un progetto da 100 miliardi di dollari, gli sviluppatori si sono ritirati ad aprile e a luglio.
La cifra che non dice quello che sembra
A questo punto quasi ogni ricostruzione arriva allo stesso numero: nel primo trimestre del 2026 l’opposizione locale avrebbe bloccato o ritardato almeno 75 progetti per circa 130 miliardi di dollari, quanto tutto il 2025 messo insieme. La cifra è reale, ma misura qualcosa di diverso da quello che le si fa dire. Viene da Data Center Watch, un progetto della società 10a Labs, che si rivolge a investitori infrastrutturali, sviluppatori e decisori pubblici e vende analisi di rischio politico. La ricerca combina modelli linguistici e analisti umani, e dichiara essa stessa che alcune stime possono cambiare. Non è un dato pubblico neutro: chi lo produce ha un interesse strutturale a mostrare che il rischio è grande.
Soprattutto, i 130 miliardi sono il valore annunciato dei progetti toccati, non capitale perso né capacità mancante. La categoria “bloccato o ritardato” tiene insieme un progetto morto e uno slittato di sei mesi, che poi in molti casi riemerge altrove o ridimensionato. E la serie si ferma a marzo: al momento in cui questo articolo va in pagina non risulta pubblicato un aggiornamento sul secondo trimestre.
C’è poi un fattore che nessuno mette accanto a quel numero. I tempi per allacciare un impianto alla rete elettrica americana superano ormai i 2.100 giorni in media e, secondo le analisi della società di ricerca Enverus, solo circa il 10% della capacità ferma in coda verrà davvero costruita. Quando un progetto slitta, il contenzioso con i residenti è spesso il fattore visibile, non quello vincolante. Attribuire all’opposizione ritardi prodotti dalla coda di interconnessione, dalla scarsità di turbine e trasformatori o dal prezzo delle memorie è un errore tecnico.
Il numero che va nella direzione opposta
Il contro-argomento più serio, però, è un altro, ed è bene darlo intero. Le quattro maggiori società di tecnologia americane hanno programmato per il 2026 investimenti in conto capitale per circa 725 miliardi di dollari, il 77% in più rispetto ai 410 miliardi già record del 2025. Microsoft ha dichiarato agli investitori un arretrato di ordini per il proprio servizio cloud di circa 80 miliardi che non riesce a evadere per mancanza di energia elettrica, non per mancanza di domanda.
A livello di sistema, cioè, l’industria non sta rallentando: sta accelerando, e il suo collo di bottiglia sono i megawatt. Si può documentare che singoli progetti sono stati fermati in stati identificabili. Non si può affermare, sulla base di quanto è oggi pubblico, che il movimento abbia prodotto un ritardo aggregato significativo nella costruzione di data center negli Stati Uniti. Il dato che servirebbe a dimostrarlo (megawatt consegnati contro megawatt pianificati, per Stato, con attribuzione della causa) nessuno lo ha pubblicato.
Dove finisce
L’esito più probabile non è un blocco ma una riprezzatura. Il rischio politico diventa una voce di costo del capitale, i tempi si allungano e la geografia si sposta verso le giurisdizioni dove il consenso costa meno: contee rurali, stati permissivi, bacini petroliferi. In parallelo cresce la tentazione di uscire del tutto dalla rete pubblica costruendo generazione propria, una via d’uscita finora più annunciata che praticata e che genera opposizione a sua volta sui permessi per le emissioni.
La mossa che disinnescherebbe il tema alla radice, però, è regolatoria: tariffe dedicate ai grandi consumatori che scarichino i costi di potenziamento della rete su chi li provoca anziché sulla generalità dei contribuenti. È la richiesta che accomuna candidati dei due partiti, ed è anche la sola che l’industria potrebbe accettare senza rinunciare a costruire. Se passa, l’opposizione perde il suo argomento migliore.
Il 3 novembre si vota. Ad Ashville si saprà se un referendum comunale basta a fermare una centrale a gas da 800 megawatt.

