Il contratto da tre miliardi firmato con la Grecia il 31 agosto non è un episodio isolato: è il punto più visibile di una penetrazione industriale che sfrutta insieme le lacune di capacità europee e un’eccezione normativa del 2009.Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Lunedì 31 agosto, a Tel Aviv, Amir Baram per il ministero della Difesa israeliano e Ioannis Bouras, capo della Direzione generale greca per gli investimenti e gli armamenti, hanno firmato “Achilles Shield”: circa tre miliardi di euro, il maggiore accordo di export mai concluso da Israele con la Grecia secondo la parte israeliana. Il pacchetto integra i sistemi David’s Sling e SPYDER di Rafael, il Barak MX di Israel Aerospace Industries, i radar multi-missione della controllata ELTA e un sistema di comando e controllo nazionale sviluppato da Rafael, con trasferimento di tecnologia all’industria greca. Ad aprile Atene aveva già acquistato per 750 milioni di dollari il sistema di artiglieria a razzo PULS di Elbit Systems.
La domanda che conta non è se Israele venda molto in Europa. È dove.
Le dimensioni
L’export della difesa israeliano ha toccato nel 2025 i 19,2 miliardi di dollari, in crescita del 30% e quinto record consecutivo. L’Europa è stata il primo mercato con il 36% del totale, circa 6,9 miliardi. La serie va letta con cautela: nel 2024 la quota europea risultava del 54%, gonfiata dalla vendita dell’Arrow 3 alla Germania per 4,6 miliardi; nel 2023 era al 35%, nel 2022 intorno al 29%. Crescita strutturale, non esplosione improvvisa.
La composizione dice più del totale: missili, razzi e difesa aerea valgono il 29% del volume, mentre optronica e sistemi di osservazione sono passati dal 6% al 22% in un anno. Elbit, unica quotata dei tre grandi — IAI e Rafael sono statali — dichiarava a fine marzo un portafoglio ordini di 30,2 miliardi di dollari.
Il perimetro reale della concorrenza
Le imprese israeliane non competono su caccia, sottomarini, grandi piattaforme navali, carri armati, lanciatori spaziali. Competono, e spesso vincono, su difesa aerea e antimissile stratificata, artiglieria a razzo di precisione, munizioni circuitanti, sensoristica, protezione attiva dei veicoli.
Il caso tedesco è il più istruttivo. Per sostituire i MARS-II ceduti all’Ucraina, Berlino ha scelto il PULS di Elbit contro il GMARS di Rheinmetall e Lockheed Martin: un consorzio europeo-americano battuto in casa propria. E l’Arrow 3 è stato comprato perché un’alternativa europea per l’intercettazione esoatmosferica non esiste. Non è dunque un problema di prezzo, ma la fotografia di lacune industriali europee.
L’articolo 13(f)
Oltre metà dell’export israeliano del 2025, circa 10 miliardi, è passata per accordi da governo a governo. Non è un dettaglio procedurale: la direttiva europea sugli appalti nella difesa, la 2009/81, all’articolo 13(f) esclude dal proprio ambito proprio i contratti governo-a-governo, il canale storicamente usato per gli acquisti Foreign Military Sales statunitensi e oggi via maestra dell’export israeliano. Il ministero della Difesa di Gerusalemme ha riformato il regime di licenze per accelerarlo: la struttura è deliberata, non incidentale.
La preferenza europea e il suo limite
Due strumenti recenti provano a chiudere la porta. SAFE, il meccanismo di prestiti da 150 miliardi, esclude i prodotti in cui i componenti di origine UE, SEE o ucraina valgono meno del 65%, e per i sistemi avanzati aggiunge il requisito di design authority: il fornitore deve poter modificare il progetto senza vincoli di paesi terzi. EDIP, il regolamento (UE) 2025/2643 pubblicato il 29 dicembre 2025, fissa agli articoli 10 e 11 un tetto del 35% ai componenti extra-UE e la stessa condizione di autonomia progettuale.
Sulla carta, un sistema israeliano non passa. Ma quelle regole condizionano il finanziamento europeo, non l’acquisto nazionale: la Grecia paga con risorse proprie, per via bilaterale, e non si applicano. La preferenza europea vincola chi vuole i soldi di Bruxelles, non chi compra per conto suo.
La risposta industriale: diventare europei
È la parte meno raccontata: le imprese israeliane non contrastano la preferenza europea, la assorbono localizzando. EuroSpike GmbH produce in Germania le varianti europee dei missili Spike dal 2004, con Rheinmetall e Diehl Defence al 40% ciascuna e Rafael al 20%. A marzo 2026 Elbit e KNDS Deutschland hanno costituito la joint venture EuroPULS, con l’obiettivo dichiarato di fare della Germania il centro produttivo continentale del gruppo.
Se il 65% del valore viene prodotto in Europa da partner europei, il sistema diventa conforme. Ne discende la domanda scomoda: la preferenza europea sta costruendo capacità autonoma, o sta obbligando i fornitori extraeuropei a delocalizzare l’assemblaggio mantenendo la proprietà intellettuale?
La variabile politica
L’espansione non è lineare. La Spagna ha cancellato contratti rilevanti dopo l’offensiva a Gaza; la Slovenia, nell’agosto 2025, è stata il primo paese dell’Unione a vietare integralmente il commercio di armi con Israele. La geografia della presenza israeliana in Europa è politica prima che industriale, e questo la rende volatile come i concorrenti europei non sono.
Resta il dato di fondo: finché l’Europa non colma le lacune di capacità, la preferenza comunitaria regola l’accesso ai fondi, non il mercato.

