Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Vanno dimenticati immobiliare e demografia, di cui parlano tutti. Le vere crepe del gigante sono altre: una sete strutturale da Paese mediorientale, un quinto dei campi avvelenato, la soia in mano alla marina americana, una scienza gonfiata dalle fabbriche di articoli falsi e un fisco locale rimasto senza la sua miniera. Viaggio speculare nelle debolezze cinesi che i mercati non prezzano

Abbiamo raccontato la Cina che l’Occidente non vede: gli elettrodotti giganti, i reattori, i robot. Onestà intellettuale impone, però, il viaggio di ritorno. Perché come esiste una Cina forte ignorata dal dibattito, esiste una Cina fragile che sfugge alla narrazione standard, quella, ormai logora, di immobiliare, debito e culle vuote. Ma le crepe più profonde sono altrove, e quasi mai raggiungono le prime pagine.

L’acqua

La pianura della Cina settentrionale, il granaio del Paese, dove vivono circa 150 milioni di persone, dispone di risorse idriche pro capite da Paese mediorientale: intorno a 250-500 metri cubi all’anno a seconda delle stime, contro una soglia di scarsità acuta fissata dall’ONU a 500. Per dare un termine di paragone crudele: l’Egitto, con i suoi 570 metri cubi a testa, sta messo meglio e non deve sostenere la manifattura del pianeta. Decenni di pompaggio hanno scavato nelle falde del Hebei un “imbuto” sotterraneo da decine di migliaia di chilometri quadrati, il più grande mai registrato, e Pechino sprofonda di diversi centimetri l’anno. Il faraonico trasferimento idrico Sud-Nord ha stabilizzato la capitale, ma resta un cerotto: nessun piano quinquennale può fabbricare la pioggia. E l’acqua è anche il collo di bottiglia nascosto di carbone, acciaio e semiconduttori, tutte industrie idrovore.

Il veleno

L’unica indagine nazionale sui suoli mai resa pubblica, condotta in nove anni e pubblicata nel 2014, poi mai più aggiornata in forma aperta, classificava come inquinato il 19,4% dei terreni agricoli esaminati, soprattutto da metalli pesanti come cadmio e arsenico. Da allora il tema è tornato “segreto di Stato” di fatto. Terra avvelenata più acqua scarsa uguale dipendenza alimentare: ed ecco spiegata la dispensa strategica sempre più indispensabile. Le riserve colossali di grano e mais non sono un lusso, sono la confessione di una vulnerabilità. Il caso di scuola è la soia: la Cina ne produce una ventina di milioni di tonnellate e ne importa oltre 100, con una dipendenza dall’estero intorno all’80%.

E quasi tutta arriva via mare, in gran parte attraverso lo stretto di Malacca, lo stesso passaggio obbligato da cui transita circa l’80% del petrolio importato, sotto lo sguardo della marina americana. È il “dilemma di Malacca”, formulato da Hu Jintao già nel 2003 e mai risolto: la potenza che costruisce metà delle navi del mondo dipende, per mangiare e scaldarsi, da un corridoio che non controlla.

La trappola del capitale chiuso

È ls fragilità la più elegante nella sua spietatezza logica: la trappola del capitale chiuso. Il renminbi non insidierà mai davvero il dollaro finché i capitali non potranno entrare e uscire liberamente dalla Cina; ma aprire le frontiere finanziarie significherebbe esporsi a deflussi colossali di risparmio privato in cerca di diversificazione, proprio mentre l’immobiliare, nel quale le famiglie hanno parcheggiato la ricchezza di una generazione, perde valore. Pechino deve scegliere tra controllo interno e potenza monetaria esterna, e ha sempre scelto il controllo.

Non è una congiuntura: è un tetto strutturale alle ambizioni finanziarie globali, di cui si parla pochissimo perché non produce notizie, solo assenze di notizie. Il renminbi resta marginale nelle riserve valutarie mondiali e nei pagamenti internazionali, a dispetto di vent’anni di annunci sulla “de-dollarizzazione”: non per un complotto, ma per questa scelta che Pechino rinnova ogni giorno.

Nessuno vuole trasferirsi in Cina

Gli Stati Uniti compensano la propria demografia declinante importando talento: milioni di laureati, ingegneri, fondatori di imprese nati altrove. La Cina no. Il censimento del 2020 contava meno di un milione di residenti stranieri su 1,4 miliardi di abitanti, in proporzione, meno di quanto attragga il Portogallo. E alla scarsità di immigrati si somma la solitudine diplomatica: un solo trattato formale di difesa, con la Corea del Nord, contro la rete di decine di alleanze che Washington coltiva da 80 anni. I robot, per quanto numerosi, sostituiscono le braccia che mancano, non i cervelli che non arrivano né gli amici che non ci sono.

I colli di bottiglia oltre i chip

Dei semiconduttori parlano tutti ed è il motivo per cui non ne parliamo qui. Sotto la superficie ci sono dipendenze più silenziose e altrettanto strangolabili: il software industriale con cui si progetta qualsiasi cosa (CAD, simulazione, progettazione elettronica) è un oligopolio americano, tedesco e francese; le macchine utensili di altissima precisione restano giapponesi, svizzere e tedesche; i motori del C919, l’aereo di linea “cinese” che dovrebbe sfidare Airbus e Boeing, sono franco-americani. Sono strozzature fatte di know-how accumulato in decenni, non di capitale: e il know-how, a differenza delle fabbriche, non si compra a colpi di piano quinquennale.

La scienza gonfiata

È la difficoltà più scomoda per chi ha letto il pezzo che parla dei punti di forza di Pechino. Il sorpasso cinese nella ricerca ad alto impatto è reale, ma il suo perimetro è meno nitido di quanto suggeriscano i numeri. La Cina è anche l’epicentro mondiale delle “paper mill”, le fabbriche che sfornano articoli scientifici falsi vendendone la firma: nel solo 2023 l’editore Hindawi, controllato da Wiley, ha ritrattato oltre 8 mila articoli, in gran parte con coautori cinesi, un record assoluto che ha convinto Wiley a chiudere il marchio.

Secondo le analisi di Nature, sette dei dieci istituti al mondo con più ritrattazioni sono cinesi. La radice è un sistema che paga i ricercatori a metrica (bonus in denaro per ogni pubblicazione su riviste prestigiose) e che ha trasformato l’incentivo in industria della frode, al punto che Pechino ha dovuto ordinare un audit nazionale delle ritrattazioni. Il primato scientifico esiste; quanta parte sia rumore, nessuno lo sa. Nemmeno Pechino.

Il fisco senza miniera

Non il debito in sé, di cui parlano tutti, ma il meccanismo che lo genera. Per trent’anni i governi locali cinesi si sono finanziati vendendo diritti d’uso dei terreni ai costruttori. Crollato l’immobiliare, è crollata la miniera: secondo i dati del ministero delle Finanze, le entrate fondiarie sono più che dimezzate dal picco del 2021, da 8.700 a 4.150 miliardi di yuan nel 2025, con un ulteriore tonfo del 31,5% nel primo semestre 2026. Il problema è che non esiste un sostituto: la tassa patrimoniale sulla casa non è mai stata varata per paura del ceto medio proprietario, il gettito dell’imposta sui redditi è modesto, la base imponibile strettissima.

Intanto le pensioni, frammentate per provincia, vedono il Nord-Est industriale già dipendente dai trasferimenti delle regioni ricche. È la debolezza più sottovalutata perché la più noiosa: non fa immagini, non fa titoli, non crolla in un giorno. Ma la storia economica è categorica su un punto: nessuna potenza è mai rimasta tale a lungo con un sistema fiscale rotto: non la Spagna degli Asburgo, non la Francia dei Borboni, non l’Impero ottomano. E la Cina, che di storia dinastica se ne intende più di chiunque altro, lo sa perfettamente.

Il lettore attento avrà notato la simmetria: quasi ogni fragilità è l’ombra esatta di una forza raccontata nel pezzo gemello. Le riserve rivelano la dipendenza alimentare; il primato nelle pubblicazioni convive con la frode a metrica; la supremazia cantieristica si specchia nel corridoio di Malacca che nessuna flotta può aggirare. Perfino i due milioni di robot hanno un doppio fondo: sono anche il sintomo di una produttività totale dei fattori che ristagna da oltre un decennio, con ogni yuan investito che rende meno del precedente. Si compensa con più capitale ciò che non si ottiene più in efficienza — che è la differenza tra crescere e gonfiarsi. La Cina non è il colosso inarrestabile né il gigante d’argilla: è entrambe le cose insieme, e chi investe — o governa — dovrebbe diffidare di chiunque gliene racconti una sola.