Tensioni geopolitiche, guerra commerciale e coronavirus non sono stati in grado di provocare correzioni significative dei listini azionari
In queste fasi complicate per i listini azionari, ricorre la seguente affermazione: quando le Borse viaggiano su livelli elevati, gli scivoloni al ribasso possono rappresentare opportunità di acquisto. Tuttavia, una cosa è la teoria e un’altra la pratica. La realtà dei numeri ci mostra come, almeno fino a questo momento, non ci siano stati eventi in grado di provocare scivoloni delle quotazioni tali da poter far pensare che ci si trovi dinanzi a un’opportunità di ingresso in alcuni mercati o di accumulazione delle proprie posizioni in altri.
La voracità degli investitori per l’equity
Nonostante la correzione degli ultimi giorni, le Borse di Usa ed Europa continuano a viaggiare sui massimi degli ultimi anni. Molti gestori sostengono che la tenuta dei listini dinanzi a pericoli come le tensioni geopolitiche o la diffusione del coronavirus, sia frutto della voracità degli investitori per asset class che siano potenzialmente in grado di offrire un rendimento reale positivo (cosa ormai sempre più difficile da ottenere attraverso i bond, sovereign e anche corporate). Gli investitori continuano ad acquistare azioni, incuranti dei rischi esistenti e del naturale restringimento del potenziale di rivalutazione.
La seconda ragione che spinge gli acquisti sull’azionario è la convinzione -sempre più diffusa- che sul mercato obbligazionario il rischio sia più elevato a causa di una bolla creata dalle politiche accomodanti volute dalle banche centrali. Attualmente, il ratio P/e dei listini europei è 16 e quello di Wall Street arriva a 19.
Cos’è successo in passato con gli indici a ridosso dei massimi?
Se osserviamo quanto accaduto in passato sulle Borse di Stati Uniti ed Europa, la prima data rilevante è marzo 2000 e l’evento è la bolla del Nasdaq. A quel tempo, lo Stoxx 600 quotava circa 405 punti e il ratio P/e era prossimo a 24,5. Nello stesso anno, il ratio P/e dello Standard and Poor’s 500 toccava quota 25,6.
La seconda fase pericolosa per i listini si è verificata nel 2007, l’anno prima del default di Lehman Brothers e della grande crisi economico-finanziaria scatenata dai mutui subprime. I listini del Vecchio Continente stavano per realizzare il recupero completo dai minimi toccati nel 2003 e il ratio P/ era a 13 (quello degli indi di Wall Street a 15). Le Borse europee hanno impiegato otto anni per recuperare i danni e riportarsi sui livelli di P/e che vediamo in questi giorni.
Ma Wall Street è diversa
L’evoluzione di Wall Street è stata diversa e l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato un nuovo punto di partenza al rialzo dei prezzi. Nel periodo compreso tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 Trump riuscì a far approvare la riforma fiscale e il P/e di Wall Street salì in breve tempo del 6% fino a quota 18. L’avvio della guerra commerciale con la Cina e i timori per la decelerazione economica, non hanno impedito alla Borsa Usa di far crescere il ratio a ridosso di quota 20.
Elevati o meno che siano, i livelli attuali di P/e si trovano per Wall Street il 24% al di sotto dei massimi raggiunti all’inizio del secolo. Nel caso dell’Europa, la distanza è addirittura del 35%. Il problema principale alla base di qualsiasi valutazione relativa alle quotazioni azionarie, resta l’indecifrabile forza della spinta che lo scarso rendimento dei titoli di stato decennali può dare all’equity.

