Michael Strobaek, Global Chief Investment Officer di Lombard Odier

I summit tra Stati Uniti e Cina sono, per loro natura, geopoliticamente significativi. Tuttavia, se l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino del 14-15 maggio dovesse effettivamente svolgersi, preservare lo status quo potrebbe essere il massimo risultato ottenibile. Ritengo che, nel contesto delle incertezze sul cessate il fuoco in Medio Oriente, questo potrebbe bastare per il momento. I mercati, sostenuti da solidi utili societari, reagirebbero positivamente.
Le aspettative sono modeste: si è visto poco del lavoro preparatorio che normalmente sostiene i grandi accordi diplomatici. Senza queste basi, i leader tendono a privilegiare il simbolismo rispetto alla sostanza. Tuttavia, ritengo che anche il simbolismo abbia importanza quando i rapporti tra le due maggiori economie mondiali sono fragili.
Lo scetticismo degli investitori persiste dopo due mesi di dichiarazioni di Donald Trump secondo cui gli Stati Uniti sarebbero vicini alla vittoria in Medio Oriente. La posizione geopolitica della Cina si è rafforzata durante il conflitto, con un’economia che ha dimostrato una relativa resilienza agli shock dell’offerta. Ma questa resilienza è anche sfumata.
La Cina resta il principale partner commerciale dell’Iran, ma allo stesso tempo presta attenzione a non inimicarsi gli Stati del Golfo. Per la Cina si tratta di un delicato esercizio di equilibrio; ha scarso interesse a destabilizzare i rapporti con entità iraniane sanzionate dagli Stati Uniti e, diversamente dagli Stati Uniti, sta gestendo con attenzione le proprie relazioni commerciali.
Nonostante la rivalità, le economie statunitense e cinese restano interdipendenti. Questo è stato evidente con il rapido aumento e la successiva revoca dei dazi lo scorso anno. Nessuna delle due parti può permettersi uno scontro economico totale.
Il dominio della Cina sulle terre rare le conferisce una leva fondamentale mentre la trasformazione tecnologica accelera in tutti i settori. Gli sforzi degli Stati Uniti per ridurre i rischi e approvvigionarsi di terre rare attraverso altri Paesi richiederanno più tempo, proprio mentre gli Stati Uniti hanno bisogno di riarmarsi.
Sul fronte tecnologico, gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei semiconduttori più sofisticati. Sebbene l’intelligenza artificiale statunitense e quella cinese si stiano sviluppando lungo percorsi differenti, la catena del valore resta collegata. Le discussioni su una “hotline” dedicata all’intelligenza artificiale tra i leader in caso di crisi tecnologica rappresentano un segnale piccolo ma costruttivo.
È importante sottolineare che la Cina dispone anche di un altro vantaggio chiave: la resilienza energetica. Il Paese produce già circa il doppio dell’elettricità rispetto agli Stati Uniti e avrebbe addirittura ridotto le importazioni di petrolio dall’inizio del conflitto.
Questo rafforza la nostra visione macroeconomica costruttiva. Prevediamo che la Cina crescerà del 4,2% quest’anno e riteniamo che vi sia spazio affinché il Paese consenta un rafforzamento dello yuan per riequilibrare la propria economia domestica.
A mio avviso, la chiave di lettura corretta per gli investitori è quella di una “competizione gestita”. La rivalità con gli Stati Uniti persisterà, ma la prosecuzione della tregua commerciale sarebbe positiva.
Manteniamo una posizione overweight sulle azioni emergenti, con la Cina tra i mercati preferiti, grazie alla sua resilienza energetica e al potenziale recupero del sentiment. La sovraperformance dei mercati emergenti probabilmente si estenderà ulteriormente — oltre Corea del Sud e Taiwan — una volta risolto il conflitto.
Qualunque sia l’esito di questo summit, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina resta la principale vicenda geopolitica della nostra epoca. I mercati osservano attentamente l’inizio del prossimo capitolo. Anche noi.


